Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14117 del 11/07/2016


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Cassazione civile sez. VI, 11/07/2016, (ud. 18/11/2015, dep. 11/07/2016), n.14117

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4876-2013 proposto da:

B.L., (OMISSIS), B.A.

(OMISSIS), M.A. (OMISSIS), B.

M. (OMISSIS), quali eredi del Sig. Be.An.,

G.I. GRANDI LAVORI SRL, in persona del suo amministratore unico,

elettivamente domiciliati in ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 80,

presso lo studio dell’avvocato ANTONIO MALARA, che li rappresenta e

difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

C.F., IMPREDIR SNC DI C.F. &

C., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA GIORGIO BAGLIVI 5, presso lo studio

dell’avvocato FABIO BLASI, che li rappresenta e difende giusta

procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso l’ordinanza n. 4028/2002 R.G.A.C. della CORTE D’APPELLO di

ROMA del 26/06/2012, depositata il 04/07/2012;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/11/2015 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI;

udito l’Avvocato Fabio Blasi difensore dei controricorrenti che si

riporta agli scritti.

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

Con ordinanza emessa in data 26 giugno 2012 (depositata il 4 luglio 2012), su richiesta della Impredir snc e del suo rappresentante legale C.F., la Corte di appello di Roma provvedeva alla correzione dell’errore materiale, consistente nell’indicazione della parte appellante come società a responsabilità limitata in luogo di società in nome collettivo, riportato nella sentenza n. 2669 del 2005, pronunciata dalla Corte capitolina nell’ambito di un giudizio promosso dal C. in proprio e quale legale rappresentante della società nei confronti di Co.La., della srl Grandi Lavori e di A.B. per l’accertamento della simulazione di alcuni atti intercorsi tra le parti.

Nel procedimento volto ad ottenere la correzione dell’errore materiale si costituivano gli eredi di B.A., nel frattempo deceduto, asserendo che il preteso errore materiale costituiva in realtà causa di nullità della sentenza di appello, non essendo mai stata rilasciata una valida procura alle liti in favore della suddetta impresa. Tali doglianze venivano espressamente disattese dalla Corte territoriale, che provvedeva alla correzione nei termini richiesti (S.n.c. in luogo di S.r.l.).

Avverso la menzionata ordinanza hanno proposto ricorso in cassazione l’ A. ed i B., in qualità di eredi di B.A., prospettando due motivi di ricorso.

Con il primo motivo hanno censurato la violazione e falsa applicazione degli artt. 82 e 83 c.p.c., dell’art. 163 c.p.c., nonchè degli artt. 145, 325, 326 e 327.

Con il secondo motivo hanno dedotto la nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

L’ intimato ha resistito con controricorso.

Il consigliere relatore, nominato a norma dell’art. 377 c.p.c., ha depositato la relazione di cui all’art. 380 bis c.p.c. proponendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

Vanno condivise e ribadite le argomentazioni e le conclusioni di cui alla relazione ex art. 380 bis c.p.c. che di seguito si riporta:

ricorrenti lamentano, con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione degli artt. 82 e 83 cp.c., dell’art. 163 c.p.c. e degli artt. 145, 325, 326 e 327 c.p.c. adducendo l’efficacia preclusiva del giudicato firmatosi sulla sentenza di primo grado stante l’assenza di valida procura per l’appello in favore della Impredir snc, essendo stato, il mandato ad lites, validamente rilasciato dal procuratore della società solo in nome proprio e non già in qualità di legale rappresentante della stessa società; i ricorrenti si dolgono, inoltre, della mancata notifica dell’atto df appello a Be.

A. in proprio e della mancata citazione in giudizio della G.L. Grandi Lavori. Con il secondo motivo i rirorrenti invocano la nullità del procedimento in sè e della sentenza conclusiva di esso in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 per essersi svolto il giudizio de quo anche nei confronti della Impredir nonostante l’assenza di una valida procura alle liti.

Prima di procedere con l’esame dei singoli motivi di gravame il relatore ritiene opportuno approfondire le diverse censure di inamissibilità dedotte dal resistente con il controricorso.

Preliminarmente il controricorrente sostiene l’inammissibilità del ricorso per violazione del principio di autosufficienza, per non aver il ricorrente accompagnato le proprie doglianze dall’indicazione degli atti processuali rilevanti affini dell’individuazione della natura e del contenuto dell’impugnazione formulata.

La censura non può trovare ingresso in quanto il ricorso contiene l’indicazione di tutti gli elementi di fatto e delle ragioni giuridiche che hanno contraddistinto la vicenda processuale, consentendo al relatore di inviduare il fondamento logico giuridico delle singoli motivi di impugnazione e la natura dei vizi sottoposti al suo esame.

Con le ulteriori questioni sollevate il controriccorrente assume l’inammissibilità del ricorso per inoppugnabilità del provvedimento emesso a conclusione del giudizio di correzione dell’errore materiale, stante l’assenza di censure direttamente riferibili all’ordinanza de qua e la conseguente formazione del giudicato sull’intero giudizio, essendo decorsi i termini di impugnazione della sentenza di Cassazione conclusiva del giudizio presupposto.

Tali ulteriori deduzioni mentano di essere approfondite, unitamente ai motivi di ricorso, in ragione della loro fondatezza.

Costituisce opinione consolidata di questa Suprema Corte quella per cui l’ordinanza di correzione non è un atto autonomamente impugnabile neppure ex art. 111 Cost., in quanto provvedimento sostanzialmente amministrativo, essendo l’impugnazione consentita solo a tutela dei diritti nascenti dalla parte corretta attraverso la venfica della legittimità degli effetti sostanziali della disposta correzione. Ne consegue che la denuncia di eventuali vizi di formazione dell’ordinanza di correzione che non coinvolgano anche il merito sostanziale del provvedimento determinano l’inammissibilità dell’impugnazione, potendo essere formulate esclusivamente censure che riguardino o la verifica dell’ammissibilità del procedimento di correzione o la fondatezza del merito del provvedimento correttivo (Cass. 27 aprile 2011 tr. 9425).

Nel caso di specie, nessuna delle censure sollevate risulta direttamente indirizzata a far emergere vizi del provvedimento impugnato connessi alla parte interessata dall’avvenuta rettifica, trattandosi di vizi già presenti nella sentenza oggetto di correzione ed attinenti alla validità e, nello specifico, all’esistenza della procura rilasciata per secondo grado di giudizio, circostanza che di per sè rende inammissibile l’impugnazione.

A dà si aggiunga che gli stessi vizi della sentenza oggetto di revisione sono già stati portati all’attenzione di questa Corte, dinanzi alla quale era stata impugnata la pronuncia d’appello, che ne ha affermato l’inammisibilità trattandosi di vizi che il ricorrente avrebbe dovuto far valere già in appello e che, essendo stati dedotti per la prima volta in sede di legittimità, erano da considerarsi questioni nuove in conformità al dettato normativa (art. 345 c.p.c.) oltre che alla giurisprudenza di questa Corte, il che preclude un eventuale riesame delle medesime questioni, peraltro già giudicate infondate.

Ne deriva che il ricorso formulato in questi termini è da considerarsi inammissibile per le motivazioni sopra esposte.

Per queste ragioni, si ravvisa l’opportunità di procedere in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., n. 4, ritenendosi l’inammissibilità del ricorso.”.

Gli argomenti e le proposte contenuti nella relazione di cui sopra, alla quale non sono state rivolte critiche da parte ricorrente, sono condivisi dal Collegio e conseguentemente il ricorso va respinto.

Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono il principio della soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater la Corte dà arto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso;

condanna parte ricorrente in solido alla rifusione delle spese processuali del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 1700,00 di cui Euro 200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, il 18 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2016

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