Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14104 del 24/05/2021

Cassazione civile sez. II, 24/05/2021, (ud. 22/09/2020, dep. 24/05/2021), n.14104

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24877/2019 proposto da:

N.E., e K.G., rappresentati e difesi

dall’avvocato CONSUELO FEROCI, e domiciliati presso la cancelleria

della Corte di Cassazione;

– ricorrenti –

contro

PROCURATORE REPUBBLICA PRESSO TRIBUNALE MINORENNI ANCONA e

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO CORTE D’APPELLO ANCONA;

– intimati –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ANCONA depositato il

19/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/09/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

N.E., già titolare di permesso di soggiorno rilasciatogli il 30.12.2015 e valido sino al 15.1.2015, depositava tempestivamente istanza di rinnovo, evidenziando la sua convivenza in Italia con la sorella ed il fratello maggiore.

Con atto notificato l’11.2.2016 venivano comunicati al N.E. i motivi ostativi all’accoglimento della sua richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, sulla base dei quali veniva poi emesso, in data 19.3.2016, il decreto di rigetto dell’istanza. Avverso tale provvedimento ricorreva il N. radicando opposizione innanzi il Tribunale di Ascoli Piceno.

Nel frattempo, nel gennaio 2017 faceva ingresso in Italia, per ricongiungersi con il predetto, la sua compagna K.G.. Dall’unione dei due giovani nasceva, in data (OMISSIS), N.A..

Per effetto della nascita del figlio veniva rilasciato alla madre, K.G., permesso di soggiorno per cure mediche valido fino al 1.5.2018.

Dopo la scadenza di tale permesso, essendo rimasti privi di valido titolo legittimante la loro permanenza sul territorio nazionale, N.E. e K.G. chiedevano al Tribunale per i Minorenni competente per territorio, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, comma 3, di essere autorizzati alla permanenza in Italia a tempo indeterminato, per le gravi ragioni connesse allo sviluppo psico-fisico del figlio minorenne.

Con decreto n. 4445/2018 il Tribunale rigettava l’istanza.

Avverso tale pronuncia reiettiva gli odierni ricorrenti interponevano reclamo alla Corte di Appello di Ancona, che veniva rigettato con il decreto oggi impugnato.

Propongono ricorso per la cassazione di tale ultima decisione N.E. e K.G. affidandosi a quattro motivi.

Le parti intimate non hanno svolto attività difensiva nel presente giudizio di legittimità.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti lamentano la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, comma 3, perchè la Corte di Appello avrebbe erroneamente denegato l’autorizzazione alla permanenza dei genitori del minore in Italia senza considerare l’età prescolare di quest’ultimo, il fatto che egli era sempre rimasto in Italia con i suoi genitori, che i bambini in tenera età sviluppano affetti importanti in tempi brevi, che il diniego comportava di fatto la sua espulsione dal territorio nazionale insieme ai genitori, ed infine la risalenza nel tempo delle condotte poste in essere dal padre, peraltro non ostative alla concessione dell’autorizzazione invocata. Ad avviso dei ricorrenti, la Corte territoriale non avrebbe considerato il principio affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 21799 del 2010, secondo cui il pregiudizio del minore da valutare ai fini del rilascio, o del diniego, dell’autorizzazione alla permanenza in Italia ai sensi di quanto previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, comprende qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave che, in considerazione dell’età o delle condizioni di salute ricollegabili al complessivo equilibrio psicofisico, deriva o deriverà al minore dall’allontanamento del familiare o dal suo definitivo sradicamento dall’ambiente in cui è cresciuto.

Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano la violazione del diritto all’unità familiare, perchè la Corte anconetana, negando agli odierni ricorrenti il diritto di permanere in Italia, avrebbe creato i presupposti per una separazione del nucleo familiare, in contrasto con quanto previsto dal titolo IV del D.Lgs. n. 286 del 1998, modificato dal D.L. (recte, D.Lgs. n.) n. 5 del 2007, di recepimento della Direttiva 2003/86/CE, e dall’art. 8 della Convenzione E.D.U.; norme, queste ultime, che al contrario tutelano proprio l’unità della famiglia, sancendo il diritto dello straniero a riacquistare l’unità familiare.

Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, in relazione all’art. 9 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo stipulata a New York il 20.11.1989 e ratificata con L. n. 176 del 1991, perchè la Corte marchigiana avrebbe di fatto deliberato l’espulsione di un minore in età prescolare, senza considerare l’espresso divieto dell’espulsione del minore di anni diciotto dal territorio nazionale.

Con il quarto ed ultimo motivo i ricorrenti lamentano la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, perchè la Corte di Appello avrebbe totalmente omesso di svolgere il giudizio prognostico in ordine alla sussistenza, appunto in prospettiva, di un danno grave per il minore derivante dal suo eventuale sradicamento dall’ambiente in cui è nato e vissuto sino ad ora.

Le quattro censure, che meritano un esame congiunto, sono fondate.

Per il migliore inquadramento della fattispecie, giova premettere che è certamente “ammissibile il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost., avverso il decreto pronunciato in Camera di consiglio ai sensi degli artt. 739-742-bis c.p.c., con il quale la corte d’appello, sezione minori, decide in ordine alla domanda di autorizzazione ad entrare o a permanere temporaneamente sul territorio nazionale, proposta, in deroga alle disposizioni generali sull’immigrazione, dal cittadino di uno Stato non appartenente all’Unione Europea, per gravi motivi connessi con lo sviluppo psico-fisico di un familiare minorenne, ai sensi del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 31, comma 3. Sussistono infatti tanto il requisito della decisorietà, atteso che il provvedimento incide sul diritto del minore ad essere assistito da un familiare nel concorso delle condizioni richieste dalla legge e, contemporaneamente, su quello del familiare a far ingresso in Italia e a trattenervisi per prestare la dovuta assistenza; quanto quello della definitività, giacchè il decreto, anche di rigetto della domanda, è revocabile solo per fatti sopravvenuti, la richiesta di ingresso del familiare sfornito di permesso di soggiorno potendo essere riproposta solo con la prospettazione di una diversa necessità di assistenza del minore” (principio espresso, in sede di composizione di precedente contrasto di giurisprudenza, da Cass. Sez. U., Sentenza n. 22216 del 16/10/2006, Rv. 592143; conforme, Cass. Sez. 1, Sentenza n. 747 del 15/01/2007, Rv. 593770).

Con questo arresto le Sezioni Unite hanno chiaramente affermato che il provvedimento con cui la Corte di Appello riconosce o nega ai genitori il diritto alla permanenza in Italia ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, incide direttamente non solo sulla posizione soggettiva dei genitori stessi, ma anche su quella del minore soggetto alla loro potestà. Dal che deriva l’obbligo, per il giudice di merito, di attribuire rilevanza alla condizione di quest’ultimo, nell’ambito della valutazione complessiva che gli è affidata dalla legge.

Le Sezioni Unite hanno anche affermato che “la presenza dei gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minorenne, ai sensi del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 31, comma 3, deve essere puntualmente dedotta nel ricorso introduttivo soltanto nell’ipotesi di richiesta di autorizzazione all’ingresso del familiare nel territorio nazionale in deroga alla disciplina generale dell’immigrazione; allorchè, invece, la richiesta autorizzazione riguardi la permanenza del familiare che diversamente dovrebbe essere espulso, la situazione eccezionale nella quale vanno ravvisati i gravi motivi può anche essere dedotta quale conseguenza dello allontanamento improvviso del familiare sin allora presente, ossia di una situazione futura ed eventuale rimessa all’accertamento del giudice minorile” (Cass. Sez. U., Sentenza n. 22216 del 16/10/2006, Rv. 592144). Enunciando tale principio, le Sezioni Unite hanno ritenuto irrilevante che nel ricorso rivolto al tribunale per i minorenni non fossero stati specificamente indicati i gravi motivi richiesti dalla legge, avendone quel giudice ritenuto certo l’avveramento sulla base delle conclusioni di una consulenza tecnica che aveva accertato il grave pregiudizio che sarebbe derivato al minore dalla perdita improvvisa della figura genitoriale di riferimento.

Può quindi ritenersi che mentre nel caso in cui la famiglia non sia ancora presente sul territorio nazionale la concessione della speciale autorizzazione di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, è subordinata alla puntuale allegazione e dimostrazione della sussistenza dei gravi motivi per lo sviluppo psicofisico del minore richiesti dalla norma, nella diversa ipotesi in cui il nucleo sia già presente sul territorio nazionale si deve presumere, almeno sino a prova contraria, un radicamento del minore nel suo ambiente nativo, per cui i gravi motivi possono essere collegati all’alterazione di tale ambiente, che consegue, alternativamente, alla perdita della vicinanza con la figura genitoriale, ovvero dal repentino trasferimento in altro contesto territoriale e sociale.

Nel caso di specie, la Corte di Appello di Ancona ha escluso la sussistenza dei presupposti di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, sulla base di due elementi, ossia l’età prescolare del minore (di soli un anno e quattro mesi, all’epoca della decisione) e i precedenti penali del padre. Nessuno di tali elementi, tuttavia, era di per sè sufficiente per escludere la sussistenza dei requisiti previsti dalla norma in esame.

Le Sezioni Unite hanno infatti chiarito che i gravi motivi idonei ai fini dell’autorizzazione temporanea di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, non richiedono “… necessariamente l’esistenza di situazioni di emergenza o di circostanze contingenti ed eccezionali strettamente collegate alla sua salute, potendo comprendere qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave che in considerazione dell’età o delle condizioni di salute ricollegabili al complessivo equilibrio psico-fisico, deriva o deriverà certamente al minore dall’allontanamento del familiare o dal suo definitivo sradicamento dall’ambiente in cui è cresciuto. Deve trattarsi tuttavia di situazioni non di lunga o indeterminabile durata e non caratterizzate da tendenziale stabilità che, pur non prestandosi ad essere catalogate o standardizzate, si concretino in eventi traumatici e non prevedibili che trascendano il normale disagio dovuto al proprio rimpatrio o a quello di un familiare” (Cass. Sez. U., Sentenza n. 21799 del 25/10/2010, Rv. 614300; conforme, Cass. Sez. 1, Sentenza n. 7516 del 31/03/2011, Rv. 616840; nonchè, per un caso avente ad oggetto un minore in età prescolare del tutto analogo a quello oggetto del presente giudizio, Cass. Sez. 6-1, Sentenza n. 15191 del 20/07/2015 Rv. 636213).

Nell’ambito della complessiva valutazione sugli effetti che il diniego dell’autorizzazione potrebbe avere sullo sviluppo del minore, demandata al giudice di merito, si deve tener conto anche del contesto del Paese di origine del nucleo familiare e della possibilità, per i genitori, di conseguire la regolarizzazione della loro posizione lavorativa in Italia (Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 17739 del 07/09/2015, Rv. 636197); nonchè dello sforzo compiuto dai genitori per inserirsi in Italia e del pregiudizio che i minori potrebbero subire, per effetto dell’allontanamento dal loro luogo natio, a causa dell’insufficiente grado di sviluppo della loro personalità, che ne potrebbe rendere problematico l’adattamento a condizioni di vita e ad usanze profondamente diverse (Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 25419 del 17/12/2015, Rv. 638177, con la quale è stato cassato il decreto che, escludendo l’inevitabilità della separazione dei genitori dai loro figli minorenni, nati in Italia ed in età prescolare, aveva omesso di svolgere i predetti accertamenti sui minori).

Il giudice di merito è quindi chiamato a svolgere una verifica, caso per caso, circa la “sussistenza di gravi motivi basati su una situazione oggettiva attuale o futura dedotta, attraverso un giudizio prognostico, quale conseguenza dello allontanamento improvviso del familiare” tenendo peraltro conto che “tale autorizzazione, concessa a tempo determinato, è revocabile ove vengano meno le sue ragioni giustificative, giacchè la condizione psico-fisica del minore è una situazione suscettibile di mutare ed evolversi nel tempo” (Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 17861 del 19/07/2017, Rv. 645052, con la quale è stato cassato il decreto con cui la Corte di Appello aveva genericamente escluso che l’allontanamento del familiare avrebbe pregiudicato in modo irreparabile la serenità del minore, senza svolgere un effettivo esame della sussistenza delle condizioni previste dalla norma) e considerando altresì che la norma non prevede un periodo minimo di durata, nè esclude l’eventuale reiterazione dell’autorizzazione (Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 10930 del 07/05/2018, Rv. 648577), che quindi può ben essere rilasciata anche per un tempo limitato.

In tale ambito, il giudice di merito deve considerare la condizione di abbandono in cui si verrebbe a trovare il minore nel caso di rimpatrio dei soli genitori, nonchè le difficoltà di ambientamento del minore stesso, nato e vissuto in Italia, nell’opposta ipotesi in cui, per evitare il distacco dai genitori, lo stesso fosse trasferito nel paese di origine di questi ultimi, dove potrebbe non godere di relazioni affettive e sociali, nè delle forme di assistenza garantite nel nostro ordinamento (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 29795 del 12/12/2017, Rv.646198). Inoltre, deve tener conto che i gravi motivi di cui al citato art. 31, “non si prestano ad essere catalogati o standardizzati, spettando al giudice di merito valutare le circostanze del caso concreto con particolare attenzione, oltre che alle esigenze di cure mediche, all’età del minore, che assume un rilievo presuntivo decrescente con l’aumentare della stessa, e al radicamento nel territorio italiano, il cui rilievo presuntivo è, invece, crescente con l’aumentare dell’età, in considerazione della prioritaria esigenza di stabilità affettiva nel delicato periodo di crescita” (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 4197 del 21/02/2018, Rv. 648136, che ha cassato il decreto con il quale la Corte di Appello aveva, di fatto, ridotto i gravi motivi ad esigenze determinate, specifiche e temporanee del minore, escludendole, ed aveva altresì svalutato il rapporto affettivo tra il predetto ed il padre, ipotizzando la strumentalizzazione dell’interesse del minore per aggirare le regole sul soggiorno degli stranieri).

E’ opportuno precisare che la norma non richiede, ai fini del giudizio prognostico affidato al giudice di merito in relazione ai danni che potrebbero verificarsi per il minore a causa del rimpatrio, che il danno o il pericolo di danno debbano essere per forza temporanei e transeunti (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 20645 del 31/07/2019, Rv. 654670, con la quale è stato cassato il provvedimento che aveva negato l’autorizzazione ad una cittadina albanese madre di tre minori, con lavoro precario, coadiuvata solo dalla madre affetta da patologia ingravescente, senza valutare la situazione dei minori in caso di rimpatrio, ma soltanto la limitatezza temporale del soggiorno in Italia e l’intento della madre di far crescere e studiare i minori in Italia).

In conclusione, va ribadito che la valutazione del giudice di merito dev’essere ispirata al principio per cui “In tema di immigrazione e di diritto all’unità familiare, la norma d’indirizzo generale di cui all’art. 3 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo (ratificata dalla L. n. 176 del 1991 e richiamata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 28), secondo cui “l’interesse del fanciullo deve essere una considerazione preminente”, prescrive che gli Stati vigilino affinchè il minore non sia separato dai genitori, facendo salva, tuttavia, l’ipotesi in cui la separazione sia il risultato di provvedimenti legittimamente adottati da uno Stato – parte, sicchè, ove lo straniero sia colpito da un provvedimento di espulsione, le esigenze di legalità e sicurezza sottese a tale provvedimento non sono di per sè recessive rispetto all’interesse, pur preminente, del fanciullo” (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 26831 del 21/10/2019, Rv. 655629). Ne discende che “Nel giudizio avente ad oggetto l’autorizzazione all’ingresso o alla permanenza in Italia del familiare di minore straniero… la sussistenza di comportamenti del familiare medesimo incompatibili con il suo soggiorno nel territorio nazionale deve essere valutata in concreto attraverso un esame complessivo della sua condotta, al fine di stabilire, all’esito di un attento bilanciamento, se le esigenze statuali inerenti alla tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale debbano prevalere su quelle derivanti da gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore, cui la norma conferisce protezione in via primaria” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 14238 del 04/06/2018, Rv. 648936). Tale disamina va condotta considerando che “… il diniego non può essere fatto derivare automaticamente dalla pronuncia di condanna per uno dei reati che lo stesso testo unico considera ostativi all’ingresso o al soggiorno dello straniero; nondimeno la detta condanna è destinata a rilevare, al pari delle attività incompatibili con la permanenza in Italia, in quanto suscettibile di costituire una minaccia concreta ed attuale per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, e può condurre al rigetto della istanza di autorizzazione all’esito di un esame circostanziato del caso e di un bilanciamento con l’interesse del minore, al quale la detta norma, in presenza di gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico, attribuisce valore prioritario ma non assoluto” (Cass. Sez. U, Sentenza n. 15750 del 12/06/2019, Rv. 654215).

Dalla complessiva elaborazione giurisprudenziale di questa Corte si ricava quindi che il giudice di merito è tenuto ad eseguire un bilanciamento in concreto, nell’ambito del quale va dato valore preminente – ancorchè non assoluto – alle esigenze del fanciullo. Nel caso di specie, questo bilanciamento è mancato, poichè la Corte di Appello si è limitata a valorizzare da un lato la tenerissima età del minore, senza tener conto del principio posto da Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 4197 del 21/02/2018, Rv. 648136 (pur richiamata in motivazione: cfr. pag. 3 del decreto impugnato), secondo cui l’età del minore “assume un rilievo presuntivo decrescente con l’aumentare della stessa”, mentre, al contrario, il radicamento nel territorio italiano assume un rilievo presuntivo “crescente con l’aumentare dell’età, in considerazione della prioritaria esigenza di stabilità affettiva nel delicato periodo di crescita”. Se ne ricava che, in presenza di un minore in età prescolare, la sussistenza del grave danno, alternativamente derivante dalla sua separazione dai genitori naturali o dal suo sradicamento e trasferimento insieme ad essi nel Paese di origine, va presunta sino a prova contraria, anche in assenza di prova di radicamento; quest’ultimo, infatti, assume rilievo con il crescere dell’età del minore, che con il trascorrere degli anni si inserisce sempre di più nel tessuto socio-relazionale in cui si trova a vivere, nell’ambito del quale costruisce le sue relazioni affettive, trova i suoi punti di riferimento e sviluppa la sua personalità individuale.

Dall’altro lato, la Corte anconetana ha valorizzato la presenza di condanne penali in capo al padre, senza tuttavia eseguire alcun indagine in concreto sull’effettiva pericolosità sociale del genitore, sotto il duplice profilo del pericolo per l’ordine pubblico e per la pubblica sicurezza, analogamente a quanto stabilito dal D.Lgs. n. 30 del 2007, art. 20 e dalla Direttiva 2004/38/CE per il diverso, ma sotto questo specifico profilo analogo, caso del rinnovo del permesso di soggiorno (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 17289 del 27/06/2019, Rv. 654421).

In definitiva, il ricorso va accolto, con conseguente cassazione del decreto impugnato e rinvio della causa, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte di Appello di Ancona, in differente composizione, la quale riesaminerà la fattispecie avendo cura di conformare la propria decisione ai precedenti di questa Corte, come richiamati in motivazione.

PQM

la Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Ancona, in differente composizione.

In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2021

 

 

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