Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1410 del 19/01/2018


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Civile Sent. Sez. U Num. 1410 Anno 2018
Presidente: AMOROSO GIOVANNI
Relatore: SCRIMA ANTONIETTA

Data pubblicazione: 19/01/2018

SENTENZA
sul ricorso 16064-2016 proposto da:
IN.AL.PI. S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G.P. DA PALESTRINA 47,
presso lo studio dell’avvocato RINALDO GEREMIA, rappresentata e
difesa dagli avvocati MIRELLA ALLOCCO e CARLO BENUSSI;
– ricorrente –

contro
PROCURATORE GENERALE RAPPRESENTANTE IL PUBBLICO
MINISTERO PRESSO LA CORTE DEI CONTI, elettivamente domiciliato
in ROMA, VIA BAIAMONTI 25;
– controricorrente –

PROCURATORE REGIONALE DELLA SEZIONE GIURISDIZIONALE PER
IL PIEMONTE;

intimato

avverso la sentenza n. 122/2016 della CORTE DEI CONTI – SECONDA
SEZIONE GIURISDIZIONALE CENTRALE D’APPELLO ROMA,
depositata il 3/02/2016.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
7/11/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIMA SCRIMA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. FEDERICO SORRENTINO, che ha concluso per il rigetto
del ricorso;
uditi gli avvocati Carlo Benussi e Rinaldo Geremia per delega orale
dell’avvocato Carlo Benussi.
FATTI DI CAUSA
Con decreto del 14 dicembre 1999, il Ministero delle Politiche
Agricole e Foresta li approvò un progetto esecutivo di
ammodernamento ed innovazione tecnologica di un centro per la
lavorazione di prodotti lattiero-caseari, presentato dalla E. Invernizzi
& C. S.p.a., oggi IN.ALPI S.p.a. (di seguito INALPI), in relazione al
quale erano previsti un contributo comunitario a carico del Fondo
FEOGA di lire 2.730.000.000 e un contributo nazionale di lire
3.260.700.000.

Ric. 2016 n. 16064 sez. SU – ud. 07-11-2017
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nonchè contro

A seguito di una denuncia del luglio 2005, fu instaurato un
procedimento penale e furono anche eseguite, nel periodo gennaiomarzo 2006, alcune perizie che evidenziarono come INALPI non
avesse completamente realizzato il progetto esecutivo finanziato e
come alcune spese in realtà non potessero essere ammesse a

violazione della legge n. 898/1986 sugli aiuti comunitari nel settore
agricolo, cui seguì l’ingiunzione di restituzione di una parte del
finanziamento, pari a 1.037.928,20 euro.
Come rappresentato nel ricorso ora all’esame, il procedimento
penale instaurato dinanzi al Tribunale di Saluzzo nei confronti di
Egidio Invernizzi ed altri si concluse con sentenza del 18 dicembre
2009, n. 709, di non doversi procedere per intervenuta prescrizione
e, a seguito di stralcio, altro procedimento penale dinanzi al già
indicato Tribunale, promosso nei confronti dei funzionari ministeriali
coinvolti, si concluse con sentenza assolutoria dell]. dicembre 2008,
n. 268.
Con sentenza n. 53 del 9 aprile 2010, la Corte dei Conti Sezione
giurisdizionale per il Piemonte, previa riduzione dell’ammontare del
risarcimento del 5%, in ragione del contributo causale dei funzionari
ministeriali per omessa vigilanza, condannò INALPI al pagamento di
986.031,79 euro, di cui 536.703,56 allo Stato e 449.328,23
all’Unione europea, con interessi legali e rimborso delle spese di
giudizio.
Avverso tale sentenza INALPI propose appello per i seguenti
motivi:
– carenza di giurisdizione della Corte dei Conti, non sussistendo
nel caso di specie alcun “rapporto di servizio” nei confronti di INALPI;
– mancata estensione del contraddittorio ai funzionari pubblici
coinvolti, con sensibile pregiudizio del diritto di difesa dell’appellante,

Ric. 2016 n. 16064 sez. SU – ud. 07-11-2017
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contributo. Fu instaurato anche un procedimento amministrativo per

- violazione del principio del ne bis in idem, stante il concorso del
procedimento per l’irrogazione della sanzione amministrativa prevista
dalla legge n. 898/1986, con il giudizio di responsabilità per danno
erariale;
– prescrizione del diritto al risarcimento del danno erariale, non

svalutazione delle perizie da essa prodotte operata dalla

sentenza appellata ed erroneo rigetto dell’istanza di ctu.
L’appellante chiese, pertanto, «in via pregiudiziale», di «dichiarare
la carenza di giurisdizione della Corte dei conti»; «in via subordinata,
nel merito», di «dichiarare prescritto il diritto al risarcimento del
danno»; «in via di ulteriore subordine, nel merito», di «rigettare le
pretese risarcitorie formulate nei confronti di IN.ALPI. s.p.a.»,
«ridimensionare le medesime pretese risarcitorie», «disporre il rinvio
della causa al primo giudice ai sensi dell’art. 354 c.p.c.»,
riconoscendo che «nel giudizio di primo grado doveva essere
integrato il contraddittorio».
Con decreto n. 31 del 19.4.2011, fu respinta una richiesta di
definizione del giudizio in applicazione dell’art. 1, commi 231-233,
della legge n. 266/2005.
Con due memorie l’appellante ribadì le sue difese e in conclusione
chiese la dichiarazione della «carenza di giurisdizione della Corte dei
conti»; la dichiarazione di prescrizione dell’azione di responsabilità; il
rigetto nel merito della richiesta attorea; la riduzione dell’addebito;
l’acquisizione di una consulenza tecnica su dieci quesiti;
l’annullamento della sentenza con rinvio al primo giudice per la
necessaria integrazione del contraddittorio; in ogni caso, il rimborso
delle spese dei due gradi di giudizio.
La Procura Generale concluse per il rigetto dell’appello e la
condanna dell’appellante al pagamento delle spese di quel grado di
giudizio.
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essendo ravvisabile alcun “doloso occultamento del danno”;

Con sentenza depositata il 3 febbraio 2016 la Corte dei Conti Seconda Sezione giurisdizionale centrale d’appello rigettò la richiesta
di revoca del decreto n. 31 del 19.4.2011, rigettò il gravame e
condannò l’appellante alle spese di giudizio.
Avverso detta sentenza INALPI ha proposto ricorso ex art. 362

Ha resistito con controricorso il Procuratore Generale
rappresentante il Pubblico Ministero presso la Corte dei Conti.
L’intimato Procuratore Regionale della Sezione giurisdizionale per
il Piemonte non ha svolto attività difensiva in questa sede.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Il Procuratore Generale rappresentante il Pubblico Ministero
presso la Corte dei Conti nel controricorso ha evidenziato, ai fini delle
valutazioni preliminari spettanti a queste Sezioni Unite, che la
ricorrente ha affermato in ricorso (v. p. 2 e 34) che la sentenza
impugnata in questa sede è stata notificata in data 3 giugno 2016,
salvo a asserire poi, nelle conclusioni del medesimo ricorso (v. p. 31),
che la sentenza in parola non sarebbe stata notificata.
Al riguardo si osserva che, dalla documentazione in atti, la
sentenza impugnata risulta essere stata notificata, con la precisazione
che la stessa è stata consegnata in data 26 maggio 2016 per la
notifica all’Ufficiale giudiziario e da quest’ultimo notificata a mezzo
servizio postale con plico raccomandato A.R. spedito in data 28
maggio 2016, sicché il ricorso all’esame, consegnato per la notifica
all’Ufficiale giudiziario in data 23 giugno 2016, risulta
tempestivamente proposto nel termine di cui all’art. 325 cod. proc.
civ. mentre l’indicazione contenuta nel detto atto a p. 31 va
all’evidenza riferita alla data di ricezione del plico raccomandato di cui
alla notifica della sentenza impugnata (v. busta in atti).
2. Il primo motivo è così rubricato: «Violazione dell’art. 37 c.p.c.
e degli artt. 52, R.d. 12/1934, n. 1214; 1, I. 14/1/1994, n. 20; 103
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cod. proc. civ., basato su sette motivi e illustrato da memoria.

Cost. in relazione all’art. 362 c.p.c.. Difetto di giurisdizione della Corte
dei Conti a conoscere della presente controversia».
2.1. Ad avviso della INALPI, pur a voler accedere ad una nozione
estensiva di “rapporto di servizio”, nella specie non sussisterebbe
comunque un tale rapporto, per l’individuazione” del quale
l’extraneus

venga investito dello

svolgimento di una determinata attività in favore della P.A., secondo
criteri e regole predeterminate mediante il suo inserimento, quanto
meno funzionale nell’apparato organizzativo dell’Amministrazione
preponente. Sostiene la ricorrente che, «in mancanza di un pur
sempre necessario collegamento giuridicamente rilevante o rilevabile
con le funzioni amministrative dell’ente pubblico danneggiato», si
esulerebbe dal rapporto di servizio e che deve censurarsi la ritenuta
perseguibilità davanti alla Corte dei Conti di privati individui o enti
quando, come nel caso all’esame, «l’erogazione di fondi pubblici (in
tesi distratti) costituisca semplicemente lo strumento per lo
svolgimento di un’attività imprenditoriale privata, in tal modo e perciò
sovvenzionata», «tanto più se si è rinunciato a perseguire pubblici
dipendenti “cui spettava la verifica della corrispondenza
dell’intervento attuato dal beneficiario della pubblica provvidenza
rispetto al progetto approvato”».
Assume inoltre la INALPI che affermare la giurisdizione della Corte
dei Conti (con conseguenti, a suo avviso, minori garanzie processuali
per l’extraneus ed ingiustificati privilegi per il Procuratore inquirente,
segnatamente in sede di acquisizione delle prove) anche quando la
controversia coinvolge soggetti estranei alla P.A., non sarebbe
conforme ai principi generali in tema di riparto della giurisdizione e di
giusto processo, secondo il quale «ogni processo si svolge nel
contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità».
2.1. Il motivo è infondato.

Ric. 2016 n. 16064 sez. SU – ud. 07-11-2017
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occorrerebbe pur sempre che

Ed

invero,

secondo

il

consolidato

orientamento

della

giurisprudenza di queste Sezioni Unite, al quale va data continuità in
questa sede, ai fini della sussistenza della giurisdizione contabile, tra
la P.A. che eroga un contributo e il privato che lo riceve si instaura un
rapporto di servizio, sicché il percettore del contributo o del

erariale innanzi alla Corte dei Conti, qualora, disponendo della somma
in modo diverso da quello programmato, frustri lo scopo perseguito
dall’ente pubblico (v., ex multis, Cass., sez. un., 27/01/2016, n.
1515; Cass., sez., un., ord., 10/09/2013, n. 20701; Cass., sez. un.,
ord., 9/05/2011, n. 10062; Cass., sez. un., ord., 3/03/2010, n. 5019;
Cass., sez. un., ord., 23/09/2009, n. 20434; v. anche Cass., sez. un.,
31/07/2017, n. 18991; Cass., sez. un., 25/01/2013, n. 1774)
Inoltre, questa Corte ha avuto già modo di affermare i principi
appresso indicati, che vanno ribaditi in questa sede, secondo cui, in
tema di responsabilità erariale, la giurisdizione civile e quella penale,
da un lato, e la giurisdizione contabile, dall’altro, sono reciprocamente
indipendenti nei loro profili istituzionali, anche quando investono un
medesimo fatto materiale, e l’eventuale interferenza che può
determinarsi tra i relativi giudizi pone esclusivamente un problema di
proponibilità dell’azione di responsabilità da far valere davanti alla
Corte dei conti, senza dar luogo ad una questione di giurisdizione
(Cass., sez. un., 28/11/2013, n. 26582) e che in tema di sindacato
delle Sezioni Unite della Corte di cassazione sulle decisioni della Corte
dei conti in sede giurisdizionale, la deduzione con la quale la sentenza
emessa dal giudice contabile viene censurata, sotto il profilo della
mancata assicurazione del giusto processo, per inosservanza del
contraddittorio e del dovere di motivazione, non investe i limiti
esterni delle attribuzioni giurisdizionali di quel giudice, e, di
conseguenza, non può essere fatta valere con il ricorso per
cassazione ex art. 362 cod. proc. civ. (Cass., sez. un., ord.,
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finanziamento (anche di provenienza comunitaria) risponde per danno

8/03/2005, n. 4953). Pertanto, i pretesi profili di criticità della
giustizia contabile cui fa riferimento la parte ricorrente (v. ricorso p.
15) non possono influire sulla giurisdizione (v. anche Cass., sez. un.,
18/05/2017, n. 12497).
3. Con il secondo motivo, rubricato «Violazione dell’art. 37 c.p.c.

di giustizia, per aver negato l’ingresso alle prove ed alla CTU richieste
dalla ricorrente e, quindi, in violazione del principio del giusto
processo», la società ricorrente sostiene che, nel caso all’esame,
l’aver ad essa precluso di contrastate le domande della Procura
Regionale, con la mancata ammissione delle prove richieste nonché
della c.t.u., avrebbe comportato un diniego di tutela che avrebbe
determinato l’emissione di una sentenza di condanna che non
avrebbe potuto essere legalmente pronunciata.
4. Con il terzo motivo si deduce «Violazione dell’art. 37 c.p.c. e
dell’art. 111, co. 1 e 2, Cost. in relazione all’art. 362 c.p.c., per non
essere stato integrato il contraddittorio nei confronti dei funzionari
ministeriali e, quindi, in violazione del principio del giusto processo,
secondo il quale “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le
parti”».
Lamenta la ricorrente che non sia stato esteso il contraddittorio
nei confronti dei funzionali ministeriali Mario Piacenza e Ignazio
Biddau, sostenendo che in tal modo non sarebbe stata accolta la
richiesta di prendere visione delle deduzioni dei predetti, formulata
dalla ricorrente con la comparsa di costituzione e risposta in primo
grado, con grave pregiudizio dei suoi diritti di difesa e senza
consentire un giusto processo in condizioni di effettiva parità.
5. Con il quarto motivo, rubricato «Violazione dell’art. 37 c.p.c. e
dell’art. 111, co. 1 e 2, Cost. in relazione all’art. 362 c.p.c., per
diniego di giustizia sia in ordine alla mancata valutazione del
contributo causale determinato dai funzionari ministeriali sia in ordine

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e dell’art. 111, co. 1 e 2, Cost. in relazione all’art. 362 c.p.c.; diniego

ad un punto decisivo della controversia, quello dell’assorbente
responsabilità dell’Amministrazione erogante ai sensi dell’art. 1227
cod. civ. e, quindi, in violazione del principio del giusto processo
secondo il quale “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le
parti, in condizioni di parità”», la società ricorrente sostiene che si

sentenza impugnata, escludendosi qualsiasi contributo dei funzionari
ministeriali nella causazione del fatto dannoso, non sarebbe stato
esaminato un punto decisivo della controversia che, «se risolto
positivamente», avrebbe potuto comportare il rigetto delle domande
della Procura contabile.
Ad avviso dell’INALPI, se i predetti funzionari avessero operato
con diligenza, il danno lamentato ex adverso non si sarebbe verificato
o quanto meno sarebbe stato più contenuto. Inoltre, la ricorrente
lamenta diniego di giustizia anche per aver la Corte dei Conti omesso
di esaminare la dedotta assorbente o quanto meno preponderante
interruzione del nesso causale e tanto sarebbe rilevante non solo ai
fini dell’art. 1-quater della I. 20/1994 ma anche dell’art. 1227 cod.
civ..
6. Il quinto motivo è così rubricato: «Violazione dei principi
regolatori del giusto processo (art. 111, commi 1, 2 e 6, Cost.; art. 6
CEDU; art. 47 Carta dell’UE; art. 6 TFUE) nonché illegittimità
costituzionale dell’art. 362 c.p.c. e dell’art. 26 del R.d. 13/8/1933, n.
1038 (Regolamento di procedura per i giudizi dinanzi alla Corte dei
Conti), in relazione agli artt. 24, 111, co. 1, 2 e 3 Cost., se
interpretati nel senso di precludere l’impugnativa delle pronunce di
secondo grado dei giudici speciali amministrativi e contabili, allorché
siano violati i diritti fondamentali “processuali” delle parti, attuativi
dei principi del giusto processo di cui alla norma citata».
Sostiene in particolare la ricorrente che sarebbe abnorme una
pronuncia come quella impugnata, resa in mancanza di prova di
Ric. 2016 n. 16064 sez. SU – ud. 07-11-2017
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sarebbe verificato un ulteriore diniego di giustizia laddove con la

specifici addebiti e in cui si affermi raggiunta la prova di un fatto
quando le risultanze istruttorie attestano il contrario, deducendo che
nella sentenza impugnata si afferma che «le relazioni dei consulenti
del Pubblico Ministero penale … inducono a confermare la
quantificazione del danno effettuata dal Giudice di primo grado»,

Con riferimento poi alla linea produttiva non realizzata, la INALPI
deduce che tale linea non sarebbe stata attuata non per destinare ad
interessi privati la relativa somma ma per sostituire detta soluzione
produttiva con altra ritenuta più confacente alle richieste di mercato,
scelta fatta presente ai funzionari ministeriali che avevano ritenuto di
approvarla, sicché l’intero importo delle fatture riportate in
“consuntivazione” avrebbe dovuto essere ritenuto coerente ed
ammissibile.
7. Con il sesto motivo si lamenta «Violazione dei principi
regolatori del giusto processo (art. 111, commi 1, 2 e 6, Cost.; art. 6
CEDU; art. 47 Carta dell’UE; art. 6 TFUE) laddove sono state
disattese le … censure in ordine al difetto assoluto di prova delle
domande avversarie».
In particolare la ricorrente censura la sentenza impugnata nella
parte in cui si afferma che il necessario contraddittorio sulle prove
raccolte dal Pubblico Ministero contabile prima dell’instaurazione del
giudizio e ai fini della stessa proposizione della domanda è rinviato
alla fase dibattimentale. Sostiene INALPI che la compatibilità del
modello processuale ai principi di cui all’art. 111 Cost riguarda anche
la fase pre-processuale dell’istruttoria del P.M. contabile e la fase di
acquisizione e formazione della prova e, pertanto, l’aver deciso la
vertenza sulla base delle sole «prove» (rectius indizi) unilateralmente
assunte dalla parte pubblica costituirebbe violazione dei principi del
giusto processo.

Ric. 2016 n. 16064 sez. SU – ud. 07-11-2017
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quando invece le stesse avrebbero prospettato due differenti ipotesi.

8. I motivi secondo, terzo, quarto, quinto e sesto, che ben
possono essere congiuntamente esaminati, sono inammissibili,
risolvendosi gli stessi nella prospettazione di errores in procedendo
e/o in iudicando oltre che (il quinto) di questioni di merito.
Ed invero, secondo il consolidato orientamento della

sede, il ricorso per cassazione contro la decisione della Corte dei conti
è consentito soltanto per motivi inerenti alla giurisdizione, sicché il
controllo della S.C. è circoscritto all’osservanza dei meri limiti esterni
della giurisdizione, non estendendosi ad asserite violazioni di legge
sostanziale o processuale concernenti il modo d’esercizio della
giurisdizione speciale. Ne consegue che, anche a seguito
dell’inserimento della garanzia del giusto processo nella nuova
formulazione dell’art. 111 Cost., l’accertamento in ordine ad errores
in procedendo o ad errores in iudicando rientra nell’ambito del
sindacato afferente i limiti interni della giurisdizione, trattandosi di
violazioni endoprocessuali rilevabili in ogni tipo di giudizio e non
inerenti all’essenza della giurisdizione o allo sconfinamento dai limiti
esterni di essa, ma solo al modo in cui è stata esercitata. (Cass., sez.
un., 18/05/2017, n. 12497; v. anche Cas., sez. un., 9/06/2011 n.
12539).
È stato pure in particolare precisato da questa Corte che, in tema
di sindacabilità del difetto di giurisdizione delle sentenze della Corte
dei Conti, è inammissibile il ricorso che si fondi su vizi processuali
relativi a violazioni dei principi costituzionali del giusto processo, quali
quelli che ledono il contraddittorio tra le parti o la loro parità di fronte
al giudice o l’esercizio del diritto di difesa, trattandosi di violazioni
endoprocessuali rilevabili in ogni tipo di giudizio, al pari di tutti gli
altri

erro res in procedendo

e non inerenti all’essenza della

giurisdizione o allo sconfinamento dei limiti esterni di essa ma solo al
modo in cui è stata esercitata (Cass. 12 marzo 2013, n. 6081, non
Ric. 2016 n. 16064 sez. SU – ud. 07-11-2017

giurisprudenza di legittimità, al quale va data continuità in questa

massimata sul punto; Cass. 25/07/2011, n. 16165; Cass.,
9/06/2011, n. 12539).
Va pure evidenziato che, stante l’inammissibilità del quinto
motivo, risultano irrilevanti le questioni di illegittimità costituzionale
proposte e le lamentate violazioni dell’art. 6 CEDU e art. 47 Carta UE

9. Con il settimo motivo, rubricato «Violazione dell’art. 1, co. 231233, I. 23/12/2005, n. 266 (finanziaria 2006) in relazione agli artt.
362 c.p.c. e 111 Cost.. Diniego di un mezzo di tutela giurisdizionale»,
la ricorrente deduce che il beneficio della definizione anticipata
dell’appello, previsto dalla legge appena richiamata, sarebbe
subordinato a soli due requisiti ( 1) che l’istanza di definizione sia
proposta dai soggetti nei cui confronti è stata pronunciata la
condanna, per fatti commessi prima del 31/12/2005; 2) che non vi
sia stato il passaggio in giudicato della pronuncia di primo grado di
condanna e che penda contro la stessa un giudizio di impugnazione)
sicché potrebbe dichiararsi preclusa solo in difetto dei presupposti di
fatto indicati dalla legge. Pertanto, essendo stata, ad avviso della
ricorrente, l’istanza in parola rigettata oltre i casi previsti dalla legge,
s’imporrebbe l’accoglimento del motivo e la cassazione con rinvio
dinanzi alla medesima sezione centrale giurisdizionale della Corte dei
Conti, sia del decreto camerale n. 31/2011 sia della sentenza
impugnata in questa sede che ha rigettato l’istanza di revoca del
predetto decreto.
9.1. Anche il motivo all’esame è inammissibile per le ragioni già
espresse in relazione ai motivi sopra esaminati, evidenziandosi,
inoltre, che questa Corte ha già avuto modo di affermare il principio,
che va ribadito in questa sede, secondo cui la norma sulla definizione
agevolata dei giudizi di responsabilità erariale, di cui all’art. 1, comma
231, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, non è una norma sulla
giurisdizione, riguardando una modalità procedimentale interna al
Ric. 2016 n. 16064 sez. SU – ud. 07-11-2017
-12-

art. 6 TFUE.

giudizio contabile, sicché è inammissibile il ricorso in cassazione per
erronea applicazione di quella norma da parte della Corte dei conti
(Cass., sez. un., 14/01/2015, n. 476; v. anche Cass., sez. un.,
10/06/2013, n. 14503).
10. A quanto precede va aggiunto che le norme del nuovo codice

depositata, non riguardano i limiti della giurisdizione contabile ma si
riferiscono al quomodo della stessa, sicché le prospettate censure,
pure alla luce delle norme in parola, restano estranee al controllo
sull’eventuale superamento dei limiti esterni della giurisdizione
stessa.
11. Conclusivamente, il ricorso va rigettato.
12. Non vi è luogo a provvedere in ordine alle spese del giudizio
di cassazione in favore del controricorrente Procuratore Generale
rappresentante il Pubblico Ministero della Corte dei Conti, stante la
sua natura di parte solamente in senso formale (Cass., sez. un.,
8/05/2017, n. 11139; Cass., sez. un., 27/02/2017, n. 4879; Cass.,
sez. un., 27/12/2016, n. 26995), nonché dell’altro intimato, non
avendo lo stesso svolto attività difensiva in questa sede.
13.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti per il

versamento, da parte della società ricorrente, ai sensi dell’art. 13,
comma 1-quater, d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto
dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un
ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a
quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis del già citato
art. 13.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; ai sensi dell’art. 13, comma

1-quater, del

d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma
17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza
dei presupposti per il versamento, da parte della società ricorrente,
Ric. 2016 n. 16064 sez. SU – ud. 07-11-2017
-13-

di giustizia contabile, invocate dalla ricorrente nella memoria

dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello
dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite
Civili della Corte Supre a di Cassazione, il 7 novembre 2017.
nsore

Il PresilentO

(

Il Consigli e

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