Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14097 del 11/06/2010

Cassazione civile sez. trib., 11/06/2010, (ud. 03/03/2010, dep. 11/06/2010), n.14097

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – Presidente –

Dott. MARIGLIANO Eugenia – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – rel. Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 7750/2006 proposto da:

COMUNE DI BARI, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA VIA FLAMINIA 79 presso lo studio dell’avvocato

CIOCIOLA ROBERTO, rappresentato e difeso dagli avvocati BALDI

Alessandra, VERNA RENATO, giusta delega in calce;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI PALO DEL COLLE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 79/2005 della COMM. TRIB. REG. di BARI,

depositata il 24/11/2005;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

03/03/2010 dal Consigliere Dott. CAMILLA DI IASI;

udito per il ricorrente l’Avvocato BALDI ALESSANDRA (anche per

delega), che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

1. Il Comune di Bari propone ricorso per cassazione (successivamente illustrato da memoria) nei confronti del Comune di Palo Del Colle (che è rimasto intimato) e avverso la sentenza con la quale, in controversia concernente impugnazione di avvisi di accertamento per omessa denuncia e omesso versamento dell’ICI per gli anni 1994/1996 relativi ad immobili adibiti a edilizia residenziale pubblica appartenenti al Comune di Bari, e insistenti sul territorio del Comune di Palo Del Colle, la C.T.R. Puglia riformava la sentenza di primo grado (che aveva accolto il ricorso del Comune di Bari), rilevando che nella specie non ricorreva l’ipotesi della esenzione prevista dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 7, comma 1, lett. a), trattandosi di immobili assegnati in locazione a famiglie bisognose, pertanto non destinati in maniera diretta ed immediata allo svolgimento dell’attività istituzionale dell’ente.

2. Col primo motivo di ricorso, deducendo violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, oltre che vizio di motivazione, il Comune ricorrente, premesso di aver eccepito l’inammissibilità dell’appello per mancanza di specificità dei motivi, afferma che i giudici della C.T.R. hanno deciso sull’appello medesimo senza motivare in alcun modo in ordine alla eccepita inammissibilità.

La censura è inammissibile per difetto di autosufficienza, non essendo stato riportato in ricorso il testo dell’atto di impugnazione della cui ammissibilità si discute.

Giova infatti, premettere che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, nel contenzioso tributario l’indicazione dei motivi specifici dell’impugnazione, richiesta dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 53, non deve necessariamente consistere in una rigorosa e formalistica enunciazione delle ragioni invocate a sostegno dell’appello, richiedendosi, invece, soltanto una esposizione chiara ed univoca, anche se sommaria, sia della domanda rivolta al giudice del gravame, sia delle ragioni della doglianza (v.

Cass. n. 1574 del 2005), e che, rispetto al requisito della specifità, risulta irrilevante che i motivi siano enunciati nella parte espositiva dell’atto o separatamente (v., con riguardo alla previgente L. n. 636 del 1972, Cass. n. 10317 del 1981), posto che, in assenza di una specifica disciplina richiedente il rispetto di rigidi formalismi, gli elementi idonei a rendere “specifici” nel senso voluto dal citato art. 53, i motivi d’appello possono essere ricavati (anche per Implicito, purchè in maniera univoca) da tutto l’atto d’impugnazione considerato nel suo complesso, ivi comprese le premesse in fatto, la parte espositiva e le conclusioni, con la conseguenza che la censura concernente il mancato rilievo dell’inammissibilità dell’appello per mancanza di specificità dei motivi presuppone una valutazione complessiva dell’atto d’appello della cui ammissibilità si discute e quindi impone al ricorrente di riportare il testo di detto atto in ricorso nel rispetto del principio di autosufficienza.

Nè risulta di ostacolo all’applicazione del suddetto principio la circostanza che nella specie sia denunciato anche un error in procedendo, posto che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, anche quando nel ricorso per cassazione sono denunciati “errores in procedendo” è necessario, per il principio di autosufficienza del ricorso, e quindi per non incorrere nel vizio di genericità della doglianza, che siano indicati con precisione gli elementi di fatto che consentono di controllare la decisività dei vizi dedotti (v. tra le altre Cass. n. 2140 del 2006), posto che l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, onde il ricorrente non è dispensato dall’onere di specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale specificazione deve essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, per il principio di autosufficienza di esso con la conseguenza che, “ove il ricorrente censuri la statuizione di inammissibilità, per difetto di specificità, di un motivo di appello, ha l’onere di specificare, nel ricorso, le ragioni per cui ritiene erronea tale statuizione del giudice di appello e sufficientemente specifico, invece, il motivo di gravame sottoposto a quel giudice, e non può limitarsi a rinviare all’atto di appello, ma deve riportarne il contenuto nella misura necessaria ad evidenziarne la pretesa specificità” (v., in termini, Cass. n. 20405 del 2006).

Col secondo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11, comma 2 bis e art. 10, D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42 e L. n. 241 del 1990, art. 3, il ricorrente afferma che era stata proposta in primo grado e riproposta in appello la questione della nullità degli avvisi opposti per difetto di motivazione in ordine alla mancata esposizione dei presupposti in fatto e in diritto degli atti suddetti e che i giudici d’appello si erano invece soffermati sulla fondatezza o meno della pretesa impositiva senza pronunciarsi sulla dedotta nullità. In particolare, secondo il ricorrente i giudici d’appello avrebbero erroneamente omesso di dichiarare la nullità dei suddetti avvisi benchè negli stessi mancasse l’esposizione delle ragioni giuridiche che avevano indotto alla esclusione della esenzione prevista dalla legge, essendo in proposito da evidenziare che l’art. 10 del citato D.Lgs. esclude dall’obbligo di dichiarazione i soggetti esenti ai sensi dell’art. 7 dello stesso decreto, che, trattandosi di immobili di proprietà di un Comune, doveva ritenersi doveroso l’espletamento di un minimo di attività istruttoria prima dell’emissione degli avvisi di accertamento, e infine che i giudici d’appello avrebbero dovuto considerare a tal fine la documentazione prodotta in giudizio dal Comune di Bari e attestante la ricorrenza dei presupposti di legge ai fini della esenzione de qua.

La censura è in parte infondata e in parte inammissibile.

Se vero che l’ente impositore deve procedere ad una preventiva istruttoria (nei limiti e nei termini in cui essa si renda necessaria) per accertarsi della sussistenza di tutti i presupposti (positivi e negativi) prima di emettere un atto impositivo, non è altrettanto vero che sempre e necessariamente di tutti i passaggi – talora impliciti – di tale preventiva attività istruttoria si debba dare conto nella motivazione dell’atto medesimo, atteso che le due attività predette (istruttoria e motivazionale) rispondono a finalità affatto differenti, non implicanti una necessaria coincidenza tra i relativi contenuti. In particolare, il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11, comma 2 bis, imponendo che gli avvisi di liquidazione e di accertamento in tema di ICI devono essere motivati in relazione ai presupposti di fatto ed alle ragioni giuridiche che li hanno determinati, non comporta necessariamente che la motivazione dei suddetti avvisi debba, sempre e in ogni caso, prevedere l’esposizione delle ragioni giuridiche anche in relazione al mancato riconoscimento di ogni possibile esenzione prevista dalla legge ed astrattamente applicabile, posto che, in assenza di situazioni specifiche richiedenti una motivazione espressa (ad es.: una apposita – ancorchè non richiesta – segnalazione della sussistenza dei requisiti per il riconoscimento di una precisa esenzione da parte dell’interessato, ovvero la particolare evidenza dei suddetti requisiti, come nell’ipotesi di immobile di proprietà di un Comune destinato ad uffici pubblici), nella maggior parte dei casi non è necessaria la specifica esposizione delle ragioni dell’implicito disconoscimento di operatività di possibili esenzioni, e che, diversamente opinando, si finirebbe per espandere in misura irragionevole l’obbligo di motivazione gravante sull’Amministrazione, estendendolo alla dimostrazione negativa di situazioni eventuali ed astratte e così esorbitando dalle finalità proprie di esso, in contrasto con elementari criteri di economicità ai quali (anche) deve essere improntata l’attività della P.A..

Tanto premesso, è appena il caso di aggiungere che nella specie il ricorrente deduce semplicemente l’omessa esplicitazione delle ragioni giuridiche di esclusione dell’esenzione, non anche la necessità, nella specie, di una espressa motivazione in proposito; in ogni caso, la censura sarebbe, in tali termini, inammissibile per difetto di autosufficienza, posto che essa implicherebbe la valutazione complessiva dell’atto impositivo della cui motivazione si discute, il cui testo non risulta riportato in ricorso.

Resta infine da aggiungere che, anche con riguardo alla dedotta mancata considerazione della produzione documentale del Comune di Bari, la censura difetta di autosufficienza, alla luce della giurisprudenza di questo giudice di legittimità, secondo la quale il controllo della congruità e logicità della motivazione, al fine del sindacato di legittimità, postula la specificazione da parte del ricorrente – se necessario, attraverso la trascrizione integrale nel ricorso della risultanza che egli assume decisiva e non valutata o insufficientemente valutata dal giudice, perchè solo tale specificazione consente al giudice di legittimità – cui è precluso, salva la denuncia di “error in procedendo”, l’esame diretto dei fatti di causa – di deliberare la decisività della risultanza non valutata (v. tra le altre Cass. n. 6679 del 2006), avendo nella specie il ricorrente affermato che i giudici di merito avevano omesso di considerare la documentazione esibita dal Comune di Bari, senza neppure indicare i documenti che la componevano, e, a fortiori, senza riportare in ricorso (nel rispetto del citato principio di autosufficienza) il testo di tali documenti, così impedendo a questo giudice di valutarne la decisività.

Col quarto motivo, deducendo violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 7, comma 1, lett. a), artt. 8 e 10, delle disposizioni della L. n. 25 del 1980, della L. n. 118 del 1985 e della L. n. 899 del 1986, della L. n. 865 del 1971, art. 35, D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 13, nonchè delle disposizioni della L.R. Puglia n. 54 del 1984, oltre che vizio di motivazione, il ricorrente sostiene che i giudici d’appello hanno errato nel non ritenere nella specie ricorrente l’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 7, comma 1, lett. a), atteso che il Comune di Bari era proprietario degli immobili de quibus, acquistati a fini di edilizia residenziale pubblica e pertanto vincolati esclusivamente a quel fine pubblico e a quel compito istituzionale e che la disciplina secondo le norme della locazione del rapporto di concessione del bene pubblico tra l’ente proprietario e il cittadino assegnatario non doveva indurre confusione tra l’attività amministrativa del Comune e le modalità del suo esercizio, peraltro imposto dalla legge.

La censura è infondata alla luce della giurisprudenza di questo giudice di legittimità (alla quale il collegio intende dare continuità in assenza di valide ragioni per discostarsene), secondo la quale l’esenzione dall’imposta che il D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 7, comma 1, lett. a), prevede per gli immobili posseduti – fra l’altro – dai comuni (al di fuori del loro territorio), purchè “destinati esclusivamente ai compiti istituzionali”, presuppone la destinazione diretta ed immediata dell’immobile allo svolgimento dei compiti istituzionali dell’ente locale, ipotesi che non si configura quando il bene venga utilizzato per attività di carattere privato, come avviene, in linea di massima, in tutti i casi in cui il godimento del bene stesso sia concesso a terzi dietro pagamento di un canone, essendo in particolare configurabile una semplice utilizzazione indiretta nel caso (nella specie ricorrente) di alloggi di edilizia residenziale pubblica concessi in locazione a privati cittadini, senza che in contrario rilevi la circostanza che l’attività di locazione di detti alloggi, avente connotati di economicità, sia assistita da una finalità di pubblico interesse (v. Cass. n. 20577 del 2005 e n. 142 del 2004).

Quanto al dedotto vizio di motivazione, è poi appena il caso di aggiungere che esso è configurabile solo con riguardo alla motivazione in fatto, posto che l’eventuale omissione, contraddittorietà, insufficienza o non correttezza della motivazione in diritto risulta irrilevante, se la decisione è conforme a diritto, mentre, in caso contrario, la suddetta decisione deve essere censurata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

Alla luce di tutto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere rigettato. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in e Euro 4.200,00 di cui Euro 4.000,00, oltre contributo unificato e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 3 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 11 giugno 2010

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