Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14096 del 07/06/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 07/06/2017, (ud. 22/05/2017, dep.07/06/2017),  n. 14096

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13118/2010 R.G. proposto da:

F.C., rappresentata e difesa, per procura in calce al

ricorso, dall’avv. Giovanni Minauro ed elettivamente domiciliata

presso lo studio legale dell’avv. Umberto Sanzari, in Roma, via

Circumvallazione Trionfale, n. 123;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale sono domiciliati ex lege in Roma, Via dei Portoghesi n. 12;

– intimata –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Campania, n. 55/44/09, depositata in data 20 marzo 2009.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 22 maggio

2017 dal Cons. Dott. Lucio Luciotti.

Fatto

PREMESSO

– che con sentenza n. 55 del 20 marzo 2009 la Commissione tributaria regionale della Campania, in parziale accoglimento dell’appello proposto da F.C. nei confronti della sentenza di primo grado, che aveva rigettato il ricorso dal medesimo proposto avverso la cartella di pagamento recante l’iscrizione a ruolo per omessi e ritardati versamenti ai fini IRPEF, IRAP ed IVA relativi all’anno di imposta 2002, dichiarava non dovuti gli importi versati dal contribuente a seguito di ravvedimento operoso riconosciuto dall’amministrazione finanziaria, rigettando gli altri motivi proposti dall’appellante, tra cui quello relativo al difetto di motivazione della cartella di pagamento impugnata sul rilievo che la stessa “contiene i riferimenti normativi posti a fondamento della pretesa, i dati della comunicazione delle variazioni in sede di controllo automatizzato (…), il dettaglio degli addebiti con il prospetto delle variazioni operate e già comunicate al contribuente”;

– che avverso tale statuizione ricorre per cassazione il contribuente sulla base di un motivo, cui non replica l’intimata, che deposita istanza di partecipazione all’eventuale udienza pubblica di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

– che il motivo di ricorso, con cui il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, commi 1 e 3, è inammissibile ed infondato;

– che è inammissibile sotto due diverse e convergenti ragioni;

– che la prima va ravvisata nel difetto di autosufficienza del ricorso, non avendo il ricorrente provveduto alla trascrizione del contenuto della cartella di pagamento di cui assume la carenza motivazionale e neppure della comunicazione, pure inviatagli, dell’esito della liquidazione e delle irregolarità riscontrate, così impedendo a questa Corte, che in considerazione dei vizi denunciati (error in iudicando ed error facti), non ha accesso agli atti di causa, di verificare la fondatezza della censura;

– che la seconda ragione va ravvisata nella commistione dei vizi denunciati;

– che questa Corte ha da sempre sostenuto e recentemente ribadito (cfr. Cass. n. 5130 del 2016) che è motivo di inammissibilità del ricorso per cassazione l’impropria mescolanza di censure tra loro eterogenee, ovvero la contestuale deduzione del vizio di violazione di legge e quello di motivazione; infatti, “l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse” (ex multis, Cass. n. 19943 del 2011);

– che, pur se “la cumulativa denuncia con il medesimo motivo di vizi attinenti alle ipotesi previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) (idest singolo motivo articolato in più profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo), non impedisce l’accesso del motivo all’esame di legittimità allorchè esso, comunque, evidenzi specificamente la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie ed i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 9793 del 23/04/2013; id. Sez. U, Sentenza n. 9100 del 06/05/2015), così da consentire alla Corte di individuare agevolmente e riferire ciascuna autonoma critica formulata alla sentenza impugnata” (Cass. n. 24789 del 2015), “nella specie lo svolgimento della esposizione degli argomenti a supporto dell’unico motivo di ricorso, non consente di disgiungere gli argomenti a fondamento della censura di “error in judicando” e quelli diretti, invece, a sostegno della censura di “error facti”, con conseguente incertezza del parametro di legittimità denunciato dalla ricorrente ed inammissibilità del motivo, non essendo alla Corte demandato il compito di ricercare quale sia la effettiva critica mossa dalla parte alla sentenza impugnata, e non potendo ritenersi ricompreso nel compito di nomofilachia assegnato al Giudice di legittimità anche la individuazione del vizio in base al quale poi verificare la legittimità della sentenza impugnata, come emerge dal combinato disposto dell’art. 360 c.p.c. e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che riservano in via esclusiva tale compito alla parte interessata” (v. Cass. n. 24789/15 cit. con numerosi riferimenti giurisprudenziali);

– che il motivo è poi anche infondato, atteso che è fermo principio giurisprudenziale quello secondo cui, in ipotesi di controllo cartolare del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36 bis e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, com’è quello di specie, a seguito del quale si procede alla liquidazione dell’imposta in base ai dati contenuti nella dichiarazione o rinvenibili negli archivi dell’anagrafe tributaria, l’atto con cui siano rettificati i risultati della dichiarazione e, quindi, sia esercitata una vera e propria potestà impositiva, può essere motivato con il mero richiamo alla dichiarazione, poichè il contribuente è già in grado di conoscere i presupposti della pretesa (Cass. n. 25329 del 2014; n. 26671 del 2009, n. 15564 del 2016);

– che, in sintesi, il motivo di ricorso va rigettato;

– che non deve provvedersi sulle spese stante la mancata costituzione in giudizio dell’Agenzia intimata.

PQM

 

dichiara inammissibile il motivo di ricorso.

Così deciso in Roma, il 22 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2017

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