Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14052 del 06/06/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 06/06/2017, (ud. 16/05/2017, dep.06/06/2017),  n. 14052

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

R.A., rappr. e dif. dall’avv. Angelo Riccio, elett. dom.

presso il suo studio in Bologna, via Farini n. 3, come da procura a

margine dell’atto;

– ricorrente –

contro

Banca Popolare Commercio e Industria s.p.a., in pers. del

responsabile Funzione Recupero Crediti Privati e Aziende UBI Banca

s.c.p.a., rapp. e dif. dall’avv. Roberto Tomirotti, elett. dom.

presso il suo studio in Milano, via L. Manara n. 17, come da procura

a margine dell’atto;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza App. Milano 21.3.2016, n. 1140/2016

in R.G. n. 411/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 16 maggio 2017 dal Consigliere relatore dott. Massimo Ferro;

viste la memoria del ricorrente;

il Collegio autorizza la redazione del provvedimento in forma

semplificata, giusta decreto 14 settembre 2016, n.136/2016 del Primo

Presidente.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. R.A. ha impugnato la sentenza App. Milano 21.3.2016, n. 1140/2016, con cui è stata confermata la sentenza n. 14225/2011 resa dal Tribunale di Milano il 24.11.2011;

2. il Tribunale di Milano ha emesso un decreto ingiuntivo su istanza di Banca Popolare Commercio e Industria s.p.a. per l’importo di Euro 155.813,28, oltre spese ed interessi convenzionali dal 1.1.2007 al saldo, nei confronti di B&C Antincendio s.r.l. e di R.A., quest’ultimo quale fideiussore (con garanzia a prima richiesta) sino all’importo di Euro 198.700,00, a titolo di pagamento del saldo debitorio del contratto di conto corrente n. 2087/82145 stipulato in data 24.3.2003 e sino al 1.1.2007;

3. il Tribunale di Milano, pronunciandosi nel giudizio di opposizione proposto dal ricorrente, ha rigettato la stessa, confermato il decreto e condannato R. a pagare le spese processuali sostenute da Banca Popolare Commercio e Industria s.p.a. e le spese della c.t.u.;

4. la Corte di Appello di Milano ha ritenuto legittimo l’esercizio del diritto di recesso della banca, essendo il saldo debitorio di conto corrente ampiamente superiore rispetto agli affidamenti concessi e non contestato specificamente, ed ha statuito che sono infondate le censure di R. di usurarietà degli interessi applicati dalla banca e di nullità degli stessi, poichè generiche e indeterminate; la stessa corte, altresì, ha sostenuto che, non essendovi stata da parte del ricorrente specifica indicazione dei tassi usurari che sarebbero stati applicati, la rinnovazione della c.t.u. richiesta da R. era meramente esplorativa, anche a seguito dell’integrazione da parte della banca della documentazione relativa ai conti correnti intrattenuti da B&C Antincendio s.r.l.;

5. la corte ha statuito, inoltre, che era consentito il conteggio di interessi anatocistici, sia perchè espressamente convenuto tra le parti con la possibile modifica unilaterale, sia perchè pattuizione avvenuta nel rispetto della Delibera CICR 9.2.2000; venivano rigettate, conseguentemente, le questioni di illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3 e 76 Cost. sollevate dal ricorrente in relazione alla Legge Delega 24 aprile 1998, n. 128, art. 1, comma 5, e 19 febbraio 1992, n. 142, art. 25, comma 1, lett. e), e la illegittimità derivata del D.Lgs. 4 agosto 1999, n. 342, art. 25, comma 2, ove ha introdotto l’art. 120 T.U.B., in quanto problematiche già oggetto di esame da parte della Corte costituzionale (come da sentenza n. 341 del 2007, confermata poi con ordinanza n. 254 del 2008);

6. con il ricorso il ricorrente deduce due motivi (entrambi articolati sotto molteplici profili) e, in particolare:

– violazione di legge, nullità della sentenza o del procedimento e omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in relazione agli artt. 61, 112, 191, 194, 115, 116 e 118 c.p.c., art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, artt. 210, 345 e 356 c.p.c. e art. 111 Cost., comma 6, e violazione di legge e omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in relazione al D.Lgs. n. 385 del 1993, artt. 109 e 119 in quanto la corte di appello avrebbe erroneamente respinto sia la richiesta di ordinare alla banca l’esibizione della documentazione necessaria alla ricostruzione dei rapporti di conto corrente che la rinnovazione della consulenza contabile a seguito della successiva produzione di ulteriore documentazione da parte della banca;

– violazione di legge dell’art. 1283 c.c., art. 120, comma 2 T.U.B., art. 644 c.p. e art. 1815 c.c. e omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio circa il mancato esame del nuovo art. 120, comma 2 T.U.B., così come riformato dalla L. n. 147 del 2013, che considera illegittimo ogni anatocismo rendendo applicabile anche ai rapporti bancari l’art. 1283 c.c.;

– questione di illegittimità costituzionale della Legge Delega 24 aprile 1998, n. 128, art. 1, comma 5, e 19 febbraio 1992, n. 142, art. 25, comma 1, lett. e), e conseguente illegittimità derivata del D.Lgs. 4 agosto 1999, n. 342, art. 25, comma 2, per violazione degli artt. 3 e 76 Cost., art. 117 Cost., comma 1, poichè non è più legittimo ammettere, con riferimento all’anatocismo, che il T.U.B. rappresenti una legge speciale rispetto al generale art. 1283 c.c.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. il secondo motivo, da esaminare in via prioritaria e con effetto assorbente rispetto al primo motivo (in punto di carenza di accertamento di dati rilevanti ai fini della normativa sull’usura), è per un profilo inammissibile; le censure relative all’omessa dichiarazione di nullità del contratto di conto corrente, in quanto contenente clausole che prevedono interessi usurari ed anatocistici alla luce della legge (cui è attribuito valore interpretativo) di cui all’art. 120, comma 2 T.U.B, appaiono nuove e generiche, come tali inammissibili in questa sede;

2. in ogni caso, si tratta di norma che, nella versione ora vigente, è destinata a regolare rapporti decorrenti dal 1 gennaio 2014, mentre nella vicenda il rapporto di conto corrente – tra la società debitrice, garantita dal ricorrente e la banca – era sorto nel 2003;

3. posto che, inoltre, la norma – per quanto qui di interesse statuisce all’art. 1, comma 2, lett. a) e b) rispettivamente che “nei rapporti di conto corrente o di conto di pagamento sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori, comunque non inferiore ad un anno; gli interessi sono conteggiati il 31 dicembre di ciascun anno”e che “gli interessi debitori maturati, ivi compresi quelli relativi a finanziamenti a valere su carte di credito, non possono produrre interessi ulteriori, salvo quelli di mora, e sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale” il perimetro applicativo non pare comprendere il rapporto dedotto nella presente causa, per difetto anche di efficacia dispositiva diretta della disposizione (infatti attuata con Delib. CICR 3 agosto 2016, nonchè previsione di adeguamento, ex art. 5, ai contratti in corso) e indiretta conferma conseguente della legittimità dell’applicazione degli interessi in epoca anteriore, su rapporti esauriti e per come stipulati, in coerenza con la precedente Delib. CICR 6 febbraio 2000;

4. quanto infine alla questione di illegittimità costituzionale della Legge Delega 24 aprile 1998, n. 128, art. 1, comma 5, e 19 febbraio 1992, n. 142, art. 25, comma 1, lett. e), e conseguente illegittimità derivata del D.Lgs. 4 agosto 1999, n. 342, art. 25, comma 2, per violazione degli artt. 3 e 76 Cost., art. 117 Cost., comma 1, essa è già stata oggetto di esame da parte della Corte costituzionale ove ha statuito (senza che il ricorso abbia addotto nuovi argomenti idonei a giustificare un’ulteriore rimessione): “essa non è fondata.

2.1 – La prima e principale censura che il rimettente muove al D.Lgs. n. 342 del 1999, art. 25, comma 2, riguarda l’eccesso di delega, in quanto egli ritiene che la norma da cui il Governo ha tratto il suo potere di intervento legislativo, rappresentata dalla L. 24 aprile 1998, n. 128, art. 1, comma 5, (Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dalla appartenenza dell’Italia alle Comunità europee – Legge comunitaria 1995-1997), non contenesse “principi e criteri direttivi” che, ai sensi di quanto previsto dall’art. 76 Cost., avrebbero potuto legittimare il legislatore delegato ad intervenire sulla materia dell’anatocismo bancario. (…) 3.2. – Priva di pregio è altresì la censura, sempre attinente ad una pretesa ingiustificata disparità di trattamento, riferita al fatto che, ad avviso del rimettente, la disciplina dell’anatocismo introdotta con la novella apportata al D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 120 sarebbe applicabile ai soli contratti sorti successivamente alla adozione della Delib. CICR 9 febbraio 2000, mentre i rapporti preesistenti continuerebbero a essere regolati dalla previgente normativa. Sul punto questa Corte, senza con ciò voler entrare nel merito della applicazione intertemporale della norma censurata, osserva che, comunque, secondo la sua costante giurisprudenza, non contrasta di per sè con il principio di eguaglianza un differenziato trattamento, pur applicato a una medesima categoria di soggetti, se riferito a momenti diversi del tempo, poichè proprio il fluire stesso del tempo costituisce un elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche” (Corte cost. sentenza n. 341/2007, ripresa nell’ordinanza n.254/2008);

dichiarato dunque assorbito il primo motivo, il ricorso va rigettato.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento di legittimità in favore del controricorrente, liquidate in Euro 5.100 (di cui 100 per esborsi), oltre al 15% a forfait sui compensi e agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 16 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2017

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