Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14036 del 21/05/2021

Cassazione civile sez. I, 21/05/2021, (ud. 22/10/2020, dep. 21/05/2021), n.14036

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24160/2015 proposto da:

C.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via Di Novella

n. 22, presso lo studio dell’avvocato Paparusso Danila,

rappresentato e difeso dall’avvocato Franco Michele, giusta procura

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

A.A.;

– intimata –

avverso la sentenza non definitiva n. 3352/2007 e la sentenza

definitiva n. 3111/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositate

rispettivamente il 31/10/2007 e il 08/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/10/2020 dal Cons. Dott. CLOTILDE PARISE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. A.A. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Nola, con citazione notificata nel novembre 1999, l’ex coniuge C.G., chiedendo dichiararsi lo scioglimento della comunione dei beni immobili indicati nell’atto di citazione, con ogni consequenziale statuizione, in ordine all’attribuzione della quota di sua spettanza, al rilascio degli immobili attribuendi ed alla condanna del convenuto a rendere il conto della gestione degli immobili stessi; chiedeva altresì l’attribuzione del 50% dei canoni di locazione percepiti dal convenuto dal 1992 all’attualità e chiedeva accertarsi quale fosse il saldo contenuto nei conti bancari accesi presso vari istituti di credito, alla data della separazione del (OMISSIS), al fine di ottenere l’importo corrispondente al 50% delle somme giacenti. Si costituiva il C. chiedendo il rigetto della domanda e, in via riconvenzionale, chiedendo accertarsi il suo diritto di proprietà esclusiva sul bene immobile sito in (OMISSIS). Il Tribunale di Nola, con la sentenza n. 174 del 27/1/2005, rigettava sia la domanda principale che quella riconvenzionale, ritenendo che la sentenza di separazione-divorzio del giudice straniero risalente al 1994 non potesse essere riconosciuta in Italia in quanto non era stata precedentemente delibata e che l’accordo divisionale sottoscritto dalle parti nel 1992, avente valore di scrittura privata, sebbene con efficacia solo tra le parti, fosse nullo per violazione di legge (art. 191 c.c.). Il Tribunale statuiva, pertanto, di non potersi pronunciare sulla domanda di divisione, nè su quella del convenuto di accertamento della sua proprietà esclusiva dell’immobile in (OMISSIS), considerato altresì che la sentenza del 1999 del giudice venezuelano non era invocabile nel senso prospettato dall’attrice in quanto con quella decisione, non riguardante direttamente il bene sito in (OMISSIS), era solo stato ordinato alle parti di rivedere con partizione complementare l’intera divisione di tutti i beni in comunione. Infine quanto ai depositi bancari, rilevava il Tribunale che mancava la prova del loro acquisto in regime di comunione e della titolarità in capo al convenuto, essendo risultati intestati a terze persone.

2. Detta sentenza veniva impugnata, in via principale, dal C. e con appello incidentale dalla A.. Entrambe le parti assumevano la validità ed efficacia in Italia della sentenza di separazione e di quella di divorzio emesse dal giudice venezuelano, in ragione della regolare delibazione della seconda sentenza, intervenuta in data 12/5/1998. Sosteneva il C. di essere proprietario esclusivo dell’immobile in (OMISSIS), in quanto per effetto della scrittura privata intercorsa tra le parti in data 17/6/1992 era avvenuta la ripartizione dei beni mobili ed immobili facenti parte della comunione e chiedeva perciò dichiararsi l’intervenuto trasferimento del diritto di proprietà dell’immobile in capo allo stesso, in virtù della citata scrittura privata del 17/6/1992. L’ A., invece, riproponeva la domanda di scioglimento della comunione e quelle consequenziali formulate in primo grado, negando ogni perdurante validità ed efficacia alla scrittura privata del 1992. In particolare rimarcava l’ A. che, avendo l’ex coniuge, all’epoca della separazione, occultato in modo fraudolento il valore reale di alcuni dei beni allo stesso assegnati con la citata scrittura, la stessa aveva promosso in Venezuela un giudizio di rescissione per lesione e frode e che i giudici venezuelani, con sentenza del 22/6/1999, avevano accolto le sue domande, declinando, tuttavia, la giurisdizione sulla domanda di divisione dei beni siti in Italia.

3. Con sentenza parziale n. 3352 del 31/10/2007, la Corte d’appello di Napoli, in parziale accoglimento sia dell’appello principale che dell’appello incidentale, affermava che: (i) le parti dovevano ritenersi legalmente divorziate anche per l’ordinamento italiano ai sensi della L. n. 218 del 1995, artt. 64 e 65, in quanto la sentenza straniera era stata trascritta presso il Comune di (OMISSIS) in data 12/5/1998, allorquando risultava abrogato il complesso di disposizioni normative che prevedevano per il riconoscimento delle sentenze straniere il ricorso al procedimento di delibazione; (ii) con la scrittura privata del 17/6/1992, in base alla quale l’immobile sito in Italia era stato attribuito in proprietà esclusiva al C., gli ex coniugi avevano concordato l’assetto patrimoniale dei beni coniugali conseguente alla separazione personale, ed infatti le sentenze di separazione e di divorzio dei giudici venezuelani facevano riferimento ai termini ed alle condizioni concordate dalle parti, mediante la citata scrittura in questione, qualificabile, perciò, non come autonomo contratto di divisione dei beni, ma come negozio complementare ed integrativo della separazione coniugale congiuntamente richiesta; (iii) quell’assetto patrimoniale era stato travolto dalla successiva sentenza del Tribunale venezuelano del 22/6/1999, passata in cosa giudicata, e da ritenersi automaticamente riconosciuta in Italia ai sensi della L. n. 218 del 1995, art. 64, avendo i giudici venezuelani, con la sentenza del 1999, accertato l’illegittima condotta dell’ex marito consistita nell’occultamento del reale valore di alcuni dei beni ricompresi nella scrittura privata del 1992 e avendo i suddetti giudici, di conseguenza, ordinato di procedere ad una “partizione complementare” dei beni in comunione, declinando, tuttavia, la giurisdizione in ordine alla divisione dell’immobile sito in Italia; (iv) la portata precettiva della citata pronuncia del 1999 era da individuarsi tenendo conto proprio della declinatoria di giurisdizione in ordine all’immobile ubicato in Italia, da parte del Tribunale venezuelano, il quale non si era limitato a disporre un’aggiuntiva partizione dei beni omessi, ma aveva evidenziato la necessità di assicurare alla condividente A. l’effettività della sua quota (50%), che, come la divisione del 1992, presupponeva necessariamente l’inclusione nella massa da dividere anche dell’immobile sito in (OMISSIS), con nuovo apporzionamento dei beni comuni, di modo che era necessario procedere allo scioglimento della comunione concernente il cespite collocato sul territorio nazionale; (v) viceversa, gli importi dei conti correnti accesi sempre in Italia da parte del C. nonchè i depositi in titoli, sempre giacenti in Italia, erano rimasti oggetto della cognizione del giudice venezuelano, il quale aveva escluso dal proprio potere decisionale unicamente l’immobile sito in Italia. Il giudizio proseguiva con la nomina di c.t.u. per la formazione di un comodo progetto di divisione dell’immobile, tenendo conto anche dei frutti civili, costituiti dei canoni locativi percepiti, e con successiva integrazione della consulenza.

4. Con la sentenza n. 2417 del 2010 la Corte d’appello dichiarava inammissibile la richiesta dell’appellata di accertare il passaggio in giudicato della precedente sentenza non definitiva, e disponeva un nuovo supplemento di c.t.u. in ordine al carattere abusivo o meno del locale verandato realizzato su una parte della zona adibita a terrazzo dell’appartamento al primo piano. Con la sentenza definitiva n. 3111/2015, pubblicata l’8-7-2015, la Corte d’appello di Napoli ha approvato il progetto divisionale dei beni comuni in (OMISSIS), assegnando agli ex coniugi le quote come da dispositivo della citata sentenza, con ogni conseguente statuizione in ordine alla condanna al rilascio e al pagamento di rendiconto.

5. Avverso la sentenza parziale n. 3352/2007, pubblicata il 31/10/2007 e avverso la sentenza definitiva n. 3111/2015, pubblicata l’8-7-2015, della Corte d’appello di Napoli C.G. propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, nei confronti di A.A., che è rimasta intimata.

6. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis. 1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con unico articolato motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, art. 64, in relazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Deduce che la Corte di Appello di Napoli ha svolto un inammissibile sindacato di merito della sentenza venezuelana, invece di limitarsi a verificare l’insussistenza di contrasto di detta sentenza con l’ordine pubblico. Ad avviso del ricorrente, esaminando comparativamente il tenore dell’accordo del 1992 e quello della sentenza del Tribunale venezuelano del 1999, risulta evidente che la Corte territoriale ha “stravolto” il contenuto intrinseco e letterale della citata pronuncia, con la quale era stata solo ritenuta ammissibile l’azione di rescissione proposta dall’ A. e perciò era stata ordinata “una partizione complementare alla già esistente” che non poteva riguardare l’immobile ubicato in Italia. Assume il ricorrente che la Corte territoriale avrebbe dovuto procedere solo alla “partizione complementare” di quella “già esistente”, oppure, al più, avrebbe dovuto tener conto del solo sbilancio economico percentuale, come precisamente accertato nella sentenza venezuelana, tra il valore dichiarato in sede di scioglimento concordato della comunione del bene e quello reale. Ad avviso del ricorrente, in altri termini, i patti divisionali non erano stati travolti e la Corte d’appello avrebbe potuto, tutt’al più, disporre la reintegrazione della quota lesa in termini monetari, nella stessa percentuale della denunciata lesione, calcolando “in compensazione i complementari diritti reciproci maturati, quanto alle spese di mantenimento e miglioramento dell’immobile, da una parte, quanto ai frutti maturati per il godimento dall’altra” (pag. n. 14 ricorso), oppure, a tutto concedere, avrebbe dovuto provvedere ad una partizione complementare con attribuzione in natura della quota parte del bene ritenuta lesa, ma secondo i criteri dettati dal Tribunale venezuelano. Deduce il C. di aver legittimamente rivendicato la proprietà esclusiva del bene allo stesso assegnato col patto divisionale intervenuto col coniuge, che non era stato dichiarato nullo. Afferma il ricorrente che il criterio della “partizione complementare”, indicato nella sentenza del 1999, non comportava affatto “una ricomposizione indistinta della massa divisionale, mediante un criterio di novella partizione”, nè comportava il ricorso allo scioglimento della comunione con la divisione del bene al 50%. Assume, in conclusione, il ricorrente che i motivi d’appello secondo e quarto dallo stesso proposti e rigettati con la sentenza parziale del 2007 avrebbero dovuto trovare accoglimento, restando di conseguenza caducata la sentenza definitiva.

2. Il motivo è in parte inammissibile e in parte infondato.

2.1. Premesso che, come precisato anche dallo stesso ricorrente, tutti i profili di doglianza si riferiscono alla sentenza parziale n. 3352/2007, le censure sono inammissibili nella parte in cui non si confrontano con la ratio decidendi di detta decisione parziale (Cass. 19989/2017). In primo luogo, il riferimento al limite dell’ordine pubblico è inconferente, dato che non è in discussione il riconoscimento delle sentenze straniere di cui trattasi, nel caso di specie correttamente ritenuto automatico dai giudici di merito, sia per ciò che concerne la sentenza di divorzio (definitiva), sia per quanto riguarda la sentenza del 22 giugno 1999, passata in giudicato, secondo quanto affermato dalla Corte d’appello e non censurato dal ricorrente, con la quale il giudice venezuelano aveva declinato la propria giurisdizione in ordine alle questioni concernenti l’immobile sito in Italia, in comunione tra i coniugi prima della separazione consensuale e attribuito al C. con la scrittura privata del 1992, stipulata in sede di separazione.

La censura non si confronta con il percorso argomentativo della sentenza impugnata anche nella parte in cui il ricorrente sostiene che la Corte territoriale abbia sindacato il merito, non attenendosi a quanto disposto con la citata sentenza del 22 giugno 1999. In particolare, la Corte territoriale ha chiaramente evidenziato, per un verso, che proprio la sentenza citata, con la declinatoria di giurisdizione di cui si è detto, aveva demandato al giudice italiano le domande della ex moglie aventi ad oggetto l’immobile sito in Italia e quindi anche quella di scioglimento della comunione in relazione a quell’immobile e, per altro verso, che la sentenza venezuelana del 1999 aveva stravolto del tutto l’assetto patrimoniale che le parti si erano date in sede di separazione, con la scrittura del 17 giugno 1992. La Corte territoriale ha, dunque, individuato la portata precettiva di quella pronuncia, secondo la quale non poteva ritenersi attendibile e corretta la ripartizione dei beni effettuata dagli ex coniugi con la scrittura del 1992, con puntuali argomentazioni con le quali il ricorrente non si confronta e che neppure vengono specificamente censurate per violazione di regole ermeneutiche.

2.2. Il motivo è infondato, sotto altro profilo, ossia laddove assume che la “partizione complementare alla già esistente”, disposta dalla sentenza venezuelana si sarebbe dovuta limitare alla “reintegrazione della quota lesa in termini monetari”, ossia al riequilibrio tra il valore attribuito al cespite italiano nella predetta scrittura del 1992 e quello reale, e che, pertanto, la Corte d’appello avrebbe erratamente interpretato tale sentenza, avendo proceduto ad una nuova divisione dei beni della comunione. In realtà, il giudice venezuelano, riconoscendo la propria giurisdizione sulla domanda di rescissione, si è pronunciato su detta domanda, ma, per difetto di giurisdizione, ha rimesso al giudice italiano la parte di essa avente ad oggetto la divisione dell’immobile sito in Italia, accertando, nel contempo, che vi fu un’omissione nella dichiarazione dei beni da parte del convenuto, ossia che “certamente nella partizione di beni della comunione coniugale (…) furono omessi vari beni”, e dunque che la partizione effettuata con la scrittura del 1992 non era stata effettuata correttamente. La Corte d’appello ha, infatti, precisato che il Tribunale venezuelano non si era limitato a disporre un’aggiuntiva partizione dei beni omessi, ma aveva rimarcato la necessità di assicurare alla condividente A. l’effettività della sua quota (50%), che, come l’accordo del 1992, presupponeva necessariamente l’inclusione nella massa da dividere anche dell’immobile sito in (OMISSIS), con nuovo apporzionamento dei beni comuni.

Pertanto, alla stregua del chiaro iter motivazionale appena riassunto, è da ritenersi del tutto corretta l’affermazione della Corte d’appello secondo cui la divisione concordata tra gli ex coniugi con la scrittura del 1992 fosse stata travolta dalla sentenza straniera del 1999.

3.- In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, nulla dovendo disporsi circa le spese del giudizio di legittimità, considerato che l’ A. è rimasta intimata.

4. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto (Cass. S.U. n. 5314/2020).

5. Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

Così deciso in Roma, il 22 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2021

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