Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1403 del 22/01/2020

Cassazione civile sez. VI, 22/01/2020, (ud. 22/11/2019, dep. 22/01/2020), n.1403

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30961-2018 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NOMENTANA 316,

presso lo studio dell’avvocato FRANCESCHI PIERO, che lo rappresenta

e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

22/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/11/2019 dal Consigliere Relatore Dott COSENTINO

ANTONELLO.

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il sig. Andrea B. ha impugnato per cassazione il decreto della corte d’appello di Roma che ha dichiarato improponibile la domanda di equa riparazione da lui proposta in relazione all’irragionevole durata di un giudizio amministrativo instaurato nel 2002 e definito nel 2012.

La corte territoriale ha motivato la propria decisione richiamando il disposto del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, art. 54, comma 2, convertito, con modificazioni, nella L. 6 agosto 2008, n. 133, e successive modificazioni, e argomentando che nel giudizio presupposto “non era stata presentata la prescritta istanza di prelievo, bensì una richiesta di fissazione di udienza” (pag. 2, rigo 12, del decreto).

Con l’unico motivo di impugnazione il ricorrente solleva la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, convertito nella L. n. 133 del 2008, in relazione all’art. 117 Cost., comma 1, con riferimento agli artt. 6, 13 e 46 della Carta EDU.

Il Ministero dell’economia e delle Finanze non ha spiegato difese in questa sede.

Nelle more del presente giudizio di legittimità è stata pubblicata la sentenza della Corte Costituzionale n. 34 del 6 marzo 2019, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, e successive modifiche.

Tale norma risulta rilevante in questa causa.

Come la Corte costituzionale ha chiarito nella stessa sentenza n. 34 del 2019, la disciplina intertemporale dettata dalla L. n. 208 del 2015, art. 1, comma 777, lett. a), b) ed m), non consente di ritenere “sterilizzati” gli effetti (di improponibilità) derivanti dalla normativa vigente prima dell’entrata in vigore della L. n. 208 del 2015, in relazione ai processi presupposti definiti, come nel caso qui in esame, prima del 31 ottobre 2016. Il Giudice delle leggi ha infatti sottolineato come il tenore letterale della disposizione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 6, comma 2-bis, (introdotto, insieme allo stesso articolo, comma 2-ter, dalla L. n. 208 del 2015, art. 1, comma 777, lett. m)) ne implichi chiaramente l’applicabilità (solo) pro futuro. Ai sensi di detta norma, l’ammissibilità della domanda di equa riparazione per l’eccessiva durata di processi amministrativi è ora, infatti, condizionata dalla intervenuta proposizione del “rimedio preventivo” dell’istanza di prelievo “almeno sei mesi prima” della scadenza del termine di ragionevole durata del processo. Ed è evidente che una tale condizione – riscritta ora nei più incisivi termini di un onere di diligenza posto a carico della parte chiamata a cooperare con il giudice al fine di evitare il superamento del termine di ragionevole durata del processo non può che riferirsi a processi ancora pendenti, la cui ragionevole durata si protragga per il tempo necessario a consentire alle parti di proporre l’istanza di prelievo nel termine introdotto dalla L. n. 208 del 2015. Il che, appunto, spiega perchè, ai sensi del successivo comma 2-ter della stessa L. n. 89 del 2001, art. 6, la così riformulata condizione di proponibilità si applichi (solo) nei processi amministrativi che eccedano (nel grado) il rispettivo termine di ragionevole durata al 31 ottobre 2016, in data, quindi, di oltre sei mesi successiva a quella (1 gennaio 2016) di entrata in vigore della L. n. 208 del 2015.

In relazione a processi presupposti definiti antecedentemente alla data del 31 ottobre 2016, per contro, non si applica la L. n. 89 del 2001, art. 1-ter, nuovo, ma continua a valere la previgente disciplina della improponibilità dettata dal D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, e successive modificazioni, per il caso che nel giudizio presupposto sia mancata la presentazione della istanza di prelievo di cui all’art. 71, comma 2, del codice processo amministrativo. Tale disciplina è stata appunto dichiarata costituzionalmente illegittima.

La Consulta, nel richiamare la costante giurisprudenza della Corte EDU, secondo cui i rimedi preventivi, volti ad evitare che la durata del procedimento diventi eccessivamente lunga, sono ammissibili, o addirittura preferibili, eventualmente in combinazione con quelli indennitari, ma ciò solo se “effettivi” e, cioè, nella misura in cui velocizzino la decisione da parte del giudice competente (così, in particolare, Corte EDU, grande Camera, sentenza 29 marzo 2006, Scordino contro Italia), ha ricordato come già con la sentenza del 2 giugno 2009, Daddi contro Italia, detta Corte, pur dichiarando il ricorso inammissibile per il mancato esperimento del rimedio giurisdizionale interno, aveva preannunciato che una prassi interpretativa ed applicativa del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, , nel testo antecedente alla modifica di cui al D.Lgs. n. 104 del 2010 – che avesse avuto come effetto quello di opporsi all’ammissibilità dei ricorsi ex lege “Pinto” (relativi alla durata di un processo amministrativo conclusosi prima del 25 giugno 2008), per il solo fatto della mancata presentazione di un’istanza di prelievo – avrebbe privato sistematicamente alcune categorie di ricorrenti della possibilità di ottenere una riparazione adeguata e sufficiente. Ha altresì rammentato che, più di recente, con la sentenza 22 febbraio 2016, Olivieri e altri contro Italia, la Corte EDU aveva affrontato il problema dell’effettività del rimedio nazionale ex lege n. 89 del 2001, soggetto alla condizione di proponibilità del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, ed esaminando diacronicamente tale disposizione, fino al testo scaturito dalle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 104 del 2010, aveva conclusivamente ritenuto che la procedura nazionale per lamentare la durata eccessiva di un giudizio dinanzi al giudice amministrativo, risultante dal combinato disposto della “legge Pinto” con la disposizione stessa, non potesse essere considerata un rimedio effettivo ai sensi dell’art. 13 della CEDU. Ciò soprattutto sul rilievo che il sistema giuridico nazionale non prevedeva alcuna condizione volta a garantire l’esame dell’istanza di prelievo. Per l’effetto, la Corte costituzionale ha ritenuto che la norma in esame si pone in contrasto con la “costante giurisprudenza della Corte EDU”, atteso che l’istanza di prelievo, cui fa riferimento il D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, (prima della rimodulazione, come rimedio preventivo, operatane dalla L. n. 208 del 2015), non costituisce un adempimento necessario ma una mera facoltà del ricorrente (ex art. 71, comma 2, codice del processo amministrativo, la parte “può” segnalare al “giudice l’urgenza del ricorso), con effetto puramente dichiarativo di un interesse già incardinato nel processo e di mera “prenotazione della decisione” (che può comunque intervenire oltre il termine di ragionevole durata del correlativo grado di giudizio), risolvendosi in un adempimento formale, rispetto alla cui violazione la, non ragionevole e non proporzionata, sanzione di improponibilità della domanda di indennizzo risulta non in sintonia nè con l’obiettivo del contenimento della durata del processo nè con quello indennitario per il caso di sua eccessiva durata.

La sopravvenuta declaratoria di incostituzionalità della norma che subordinava la proponibilità della domanda di equo indennizzo alla necessaria presentazione dell’istanza di prelievo per contrasto con i parametri convenzionali della CEDU (art. 6 par. 1), la cui violazione comporta, appunto, per interposizione, quella dell’art. 117 Cost., comma 1, impone quindi la cassazione del decreto impugnato con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma.

Al giudice del rinvio è demandata anche la liquidazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia ad altra sezione della corte di appello di Roma, che regolerà anche le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 22 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2020

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