Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13998 del 24/06/2011

Cassazione civile sez. II, 24/06/2011, (ud. 15/04/2011, dep. 24/06/2011), n.13998

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

D.B.B., rappresentata e difesa, in forza di procura

speciale in calce al ricorso, dagli Avv. Cuneo Raoul e Mario

Contaldi, elettivamente domiciliata nello studio di quest’ultimo in

Roma, via Pierluigi da Palestrina, n. 63;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI GENOVA, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e

difeso, in forza di procura speciale a margine del controricorso,

dagli Avv. Morielli Anna e Gabriele Pafundi, elettivamente

domiciliato nello studio di quest’ultimo in Roma, viale Giulio

Cesare, n. 14;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Genova n.

632 in data 30 maggio 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15 aprile 2011 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso: “previa

delibazione della non manifesta infondatezza e della rilevanza della

questione, la Suprema Corte sospenda il giudizio e trasmetta gli atti

alla Corte costituzionale perchè verifichi la compatibilita, con

riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., dell’art. 366-bis cod. proc.

civ. (applicabile ratione temporis), nella parte in cui, secondo il

diritto vivente, pretende a pena di inammissibilità un momento di

sintesi, in relazione al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5″.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Rilevato che il consigliere designato ha depositato, in data 1 febbraio 2011, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ.: ” D.B.B. ha convenuto in giudizio il Comune di Genova, chiedendo che venisse accertato e dichiarato che era divenuta proprietaria esclusiva di porzioni di fabbricato e di terreno, posti in (OMISSIS), meglio descritti nella relazione tecnica redatta in data (OMISSIS) dal geom. R.F..

Il Comune ha resistito in giudizio.

L’adito Tribunale di Genova, con sentenza in data 21 dicembre 2005, ha rigettato la domanda.

La Corte d’appello di Genova, con sentenza n. 632 depositata il 30 maggio 2009, ha respinto il gravame della D.B..

Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello la D. B. ha proposto ricorso, con atto notificato il 10 giugno 2010, sulla base di un motivo. Il Comune ha resistito con controricorso.

Con l’unico mezzo, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 826 e 828 cod. civ., in relazione all’art. 12 (quale integrato dalla L. 28 gennaio 1977, n. 10, art. 14), L. 22 ottobre 1971, n. 865, della nonchè omissione e/o insufficienza della motivazione su punti decisivi della controversia.

Il motivo è inammissibile perchè, nella parte in cui denuncia vizi di violazione o falsa applicazione di legge, non reca il conclusivo quesito di diritto, imposto dall’art. 366-bis cod. proc. civ., ratione teraporis applicabile, e perchè, là dove prospetta vizi nella motivazione, difetta del quesito di sintesi, richiesto dal medesimo art. 366-bis cod. proc. civ..

Sussistono le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio”.

Letta la memoria della ricorrente.

Considerato che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti nella relazione di cui sopra;

che i rilievi critici contenuti nella memoria ex art. 378 cod. proc. civ., con cui si sostiene che l’indicazione del fatto controverso, in relazione al quale è stata denunciata omessa o insufficiente motivazione, risulterebbe in via interpretativa dal contenuto della censura svolta, non colgono nel segno;

che questa Corte regolatrice, infatti – alla stregua della stessa letterale formulazione dell’art. 366-bis cod. proc. civ. introdotto, con decorrenza dal 2 marzo 2006, dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6 e abrogato con decorrenza dal 4 luglio 2009 dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47 ma applicabile ai ricorsi proposti avverso le sentenze pubblicate tra il 3 marzo 2006 e il 4 luglio 2009 (cfr. L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5) – è fermissima nel ritenere che a seguito della novella del 2006 nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5, allorchè, cioè, il ricorrente denunci la sentenza impugnata lamentando un vizio della motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione;

che ciò importa in particolare che la relativa cen-sura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (cfr., ad esempio, Cass., sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603);

che, al riguardo, ancora è incontroverso che non è sufficiente – al contrario di quanto ritiene la parte ricorrente – che tale fatto sia esposto nel corpo del motivo o che possa comprendersi dalla lettura di questo, atteso che è indispensabile che sia indicato in una parte, del motivo stesso, che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata;

che non si può dubitare che allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, 1’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dall’art. 366-Jbis cod. proc. civ., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma formulando, all’inizio o al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto alìillustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (in termini, Cass., Sez. Ili, 30 dicembre 2009, n. 27680);

che nella specie l’unico motivo di ricorso, formulato, tra l’altro, ex art. 360 c.p.c., n. 5, è totalmente privo di tale momento di sintesi, iniziale o finale, costituente un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo;

che questa Corte (Sez. 3, 30 dicembre 2009, n. 27680) ha già dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal pubblico ministero con riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., relativa all’art. 366-bls cod. proc. civ., nella parte in cui sancisce l’obbligo, a pena di inammissibilità, in ordine alla proposizione di ciascun motivo riconducibile all’art. 360 c.p.c., n. 5, di indicare (in modo sintetico, evidente ed autonomo, secondo l’univoca interpretazione della S.C.) chiaramente il fatto controverso in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione, poichè la suddetta norma di cui all’art. 366-bis (applicabile, nel caso esaminato, ratione temporis) – come interpretata costantemente dalla stessa giurisprudenza di legittimità – non discrimina, in alcun modo, i cittadini, non lede il loro diritto di agire in giudizio (peraltro esercitato mediante la difesa tecnica di avvocati iscritti nell’apposito albo dei cassazionisti e, perciò, dotati di particolare competenza professionale) e, infine, non impedisce (nè rende estremamente difficile) il ricorso per cassazione;

che, pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

che le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna, la ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dal Comune controricorrente, liquidate in complessivi Euro 2.700, di cui Euro 2.500 per onorari, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 15 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 24 giugno 2011

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