Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13978 del 24/06/2011

Cassazione civile sez. II, 24/06/2011, (ud. 02/03/2011, dep. 24/06/2011), n.13978

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – rel. Consigliere –

Dott. PROTO Cesare Antonio – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 22777-2005 proposto da:

V.S. (OMISSIS), già titolare; dell’omonima ditta

VUESSE IDROTERMICA, elettivamente domiciliato in ROMA, LARGO MESSICO

7, presso lo studio dell’avvocato TEDESCHINI FEDERICO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato REMIA LUIGI;

– ricorrente –

contro

M.L., MONTEBURINI LUCIO & C. S.N.C.,

F.

M.;

– intimati –

sul ricorso 27162-2005 proposto da:

M.L., (OMISSIS) e F.M., in

proprio e già legali rappresentanti della MONTEBURINI LUCIO &

C.

s.n.c., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA VALADIER 39, presso lo

studio dell’avvocato SABIA VINCENZO, rappresentati e difesi

dall’avvocato PESARESI ADOLFO;

– controricorrenti e ric. incidentali –

contro

V.S.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 279/2005 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 14/05/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/03/2011 dal Consigliere Dott. EM1LIO MIGLIUCCI;

udito l’Avvocato VINCENZO SABIA con delega dell’avvocato ADOLFO

PESARESI che ha chiesto l’accoglimento del controricorso incidentale;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale e dell’incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 7 marzo 2003 il Tribunale di Ancona :1) respingeva la domanda con la quale V.S., titolare della “Vuesse Idrotermica”, aveva richiesto condannarsi la soc. Monteburini Lucio &

C s.n.c. al pagamento della somma di L. 10.545.000, oltre interessi di legge in L. 6.581.371 (quale saldo residuo del corrispettivo dovuto per la realizzazione di una rete di installazioni tecnologiche realizzate dall’appaltatrice presso un complesso alberghiero della committente), ritenendo che dalla documentazione prodotta era risultato l’avvenuto pagamento di detto importo; 2) rigettava altresì la domanda di pagamento degli interessi sulle quote dei corrispettivi versati in ritardo, sul rilievo che il ritardato pagamento era stato determinato dalla perdurante presenza dei vizi dell’opera realizzata; 3) accoglieva la domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni conseguenti ai predetti vizi, proposta dalla “Monteburini Lucio e C” s.n.c., determinando nelle complessiva somma di Euro 49.140,87 il costo dei lavori necessari per l’adeguamento dell’impianto, il risanamento degli inconvenienti cagionati e il fermo tecnico della struttura alberghiera.

Con sentenza dep. il 14 maggio 2005 la Corte di appello di Ancona, in parziale riforma della decisione impugnata dall’attore, condannava la società “Monteburini Lucio e C” s.n.c. al pagamento della somma di Euro 3402,16, a titolo di interessi dovuti in relazione ai ritardati pagamenti dei corrispettivi dovuti; respingeva nel resto l’appello.

Secondo i giudici di appello, l’avvenuto pagamento dell’importo di L. 10.545.000, preteso a titolo di saldo, era dimostrato dalla testuale e univoca attestazione contenuta nel prospetto contabile del 26 -8- 1994. Peraltro, veniva riconosciuto il diritto dell’appaltatore a percepire gli interessi moratori, sul rilievo che non poteva essere invocato il principio inadimplenti non est adimplendum, invocato dalla committente e applicato dal Tribunale in considerazione della presenza dei vizi dell’opera realizzata, tenuto conto che l’opera – seppure viziata – era stata accettata e comunque era munita di utilità, atteso che gli accessori sono sempre dovuti nella misura in cui la sorta capitale è dovuta e le stesse parti concordavano sulla sulla spettanza della predetta sorta capitale, pur consensualmente ridotta per l’opera comunque eseguita consegnata e suscettibile di fruizione. Veniva disatteso il motivo con cui l’appellante aveva dedotto che la dichiarazione di riconoscimento dei vizi e di impegno a eliminarli avrebbe riguardato soltanto alcuni difetti: i Giudici ritenevano che tale dichiarazione era onnicomprensiva di tutti i vizi riscontrati, laddove il riferimento al rumore dell’aria primaria e alla condensa nelle camere era un indicazione esemplificativa e riassuntiva dei profili disfunzionali più eclatanti nella quale andavano a confluire e sfociare i vari difetti che erano interdipendenti e convergenti, i vizi erano ricondotti non a difetti di progettazione ma esclusivamente a carenze relative alla fase puramente esecutiva.

Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione V. S., già titolare della omonima ditta Vuesse Idrotermica, sulla base di sette motivi illustrati da memoria.

Resistono con controricorso M.L. e F.M. in proprio e quali già rappresentanti legali della Monteburini Lucio & C s.n.c., proponendo ricorso incidentale affidato a un unico motivo.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente il ricorso principale e quello incidentale vanno riuniti, ex art. 335 cod. proc. civ., perchè sono stati proposti avverso la stessa sentenza. Va disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso principale per nullità della notificazione del medesimo, sollevata dai resistenti sul rilievo che lo stesso era stato notificato due volte e in sede di notificazione del secondo era stata erroneamente indicata la data di notificazione del primo ricorso: premesso che il secondo ricorso è stato notificato in sostituzione del primo e che il termine di impugnazione è stato comunque osservato, non è configurabile alcuna delle nullità della notificazione del ricorso per violazione delle disposizioni richiamate dall’art. 160 cod. proc. civ. o per mancanza dei requisiti di cui all’art. 156 cod. proc. civ., senza considerare – tale osservazione è evidentemente assorbente di ogni altra – che la costituzione in giudizio dei resistenti avrebbe comunque sanato ex lune eventuali vizi della notificazione.

Con il primo motivo il ricorrente, lamentando nullità della sentenza o del procedimento per violazione degli artt. 112 e 81 c.p.c., art. 111 c.p.c., comma 3 e art. 112 cod. proc. civ., censura la decisione gravata che, senza esaminare le conclusioni formulate dall’appellante all’udienza nella quale erano state rassegnate, aveva omesso di pronunciarsi in merito alla avvenuta successione nel rapporto controverso degli ex soci della società Monteburini, i quali erano gli unici soggetti legittimati passivi a seguito della cancellazione dal registro delle imprese della predetta società avvenuta in data 8- 1-2003 e, perciò, erano stati evocati nel giudizio di gravame:

l’appellante aveva interesse a sapere il soggetto da cui pretendere le somme eventualmente al medesimo dovute o a favore del quale malauguratamente fosse tenuto a versarle. Logicamente pregiudiziale all’esame di tale motivo è quello relativo al ricorso incidentale proposto dai resistenti.

Con l’unico motivo i ricorrenti incidentali, lamentando la violazione e falsa applicazione degli artt. 1224 e 1282 cod. civ. nonchè vizio della motivazione, censurano la decisione gravata che – nel riconoscere a favore dell’attore gli interessi moratori – dopo avere affermato che gli accessori sono sempre dovuti nella misura in cui è dovuta la sorta capitale, aveva contraddittoriamente statuito il diritto dell’appellante alla percezione degli interessi sul corrispettivo per un’ opera che era stata ritenuta affetta da vizi.

Il motivo è fondato.

La corresponsione degli interessi moratori relativi al prezzo dell’appalto postula la esigibilità dello stesso che consegue all’accettazione da parte del committente dell’opera pattuita. Nel caso in cui il committente ne abbia eccepito la difettosità e l’opera sia risultata effettivamente affetta da vizi o difformità, tanto che l’appaltatore sia stato condannato al pagamento delle somme necessarie per la relativa eliminazione, deve escludersi che il prezzo sia divenuto esigibile: in tal caso, lo stesso evidentemente non può ritenersi dovuto alle scadenze e per gli importi concordati, non rappresentando il corrispettivo del valore dell’opera pattuita, una volta che questa non sia risultata conforme alle pattuizioni contrattuali e alle regole dell’arte. Nella specie, la sentenza ha erroneamente riconosciuto come dovuti gli interessi moratori per il ritardato pagamento dei corrispettivi alle scadenze pattuite, pur avendo accertato – confermando al riguardo la decisione di primo grado – che l’opera era risultata affetti da gravi vizi che incidevano sulla sua complessiva funzionalità e che l’appaltatore era tenuto alla corresponsione degli importi liquidati per il costo dei lavori necessari all’adeguamento dell’impianto e al risanamento degli inconvenienti, oltrechè al risarcimento dei danni.

Il ricorso incidentale va accolto, dovendosi cassare la statuizione con cui, in riforma della decisione di primo grado, la società convenuta era stata condannata al pagamento degli interessi moratori a favore dell’attore: tale domanda era stata correttamente rigettata dal Tribunale. Va quindi esaminato il primo motivo del ricorso principale. La censura va disattesa.

Permesso che la violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. è configurabile con riferimento al difetto di attività del giudice in relazione a una domanda o a un eccezione, ritualmente proposta e non esaminata, nella specie il ricorrente – nel denunciare il mancato esame delle conclusioni rassegnate in sede di gravame – ha innanzitutto lamentato che la sentenza, pronunciandosi sulla domanda di pagamento degli interessi moratori da lui proposta, aveva condannato la società e non invece i soci della medesima (pure evocati nel giudizio di gravame), nei confronti dei quali era stata invece formulata la domanda in sede di conclusioni di appello: ma la cassazione di tale statuizione, per effetto dell’accoglimento del ricorso incidentale, fa venir il presupposto stesso di tale doglianza e dell’interesse a farla valere; per quanto poi riguarda la condanna del ricorrente emessa dal Tribunale e confermata dalla decisione di gravame a favore della società, occorre rilevare che la sentenza di primo grado era stata emessa nei confronti di soggetto correttamente convenuto nel giudizio di primo grado e che – secondo quanto esposto dal ricorrente – il giudizio di gravame era stato instaurato con atto notificato il 6 – 8- 2003 e che la cancellazione dal registro delle imprese della società convenuta era avvenuta il 8 -1-2003, dovendo considerarsi che, a seguito e per effetto del D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, art. 4 la cancellazione della società ne determina l’estinzione e, per le cancellazioni anteriori all’entrata in vigore del citato decreto, la stessa opera a fare data dal 1 gennaio 2004, epoca di entrata in vigore della predetta disposizione, (S.U. 4060/2010): pertanto, prima della suindicata data la società convenuta era legittimata ad agire e a resistere in giudizio in persona degli organi rappresentativi relativamente ai rapporti giuridici non ancora definiti. Ne consegue che, dovendo l’estinzione della società parificarsi alla morte della persona fisica, la mancata dichiarazione dell’evento interruttivo – intervenuto nel corso del giudizio di gravame – ad opera del procuratore della parte interessata dall’evento (la società estinta) ha comportato che il giudizio è proseguito regolarmente fra le parti originarie e che la sentenza è stata correttamente emessa nei confronti di queste ultime.

Con il secondo motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2709 cod. civ. nonchè omessa,insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, censura la sentenza impugnata laddove aveva attribuito valore ricognitivo dell’avvenuto pagamento della somma di lire all’attestazione contenuta nell’estratto conto datato 26-8-1994, quando il pagamento ivi appostato recava la data del 31-8- 1994.

Il motivo difetta di autosufficienza, non avendo la ricorrente proceduto all’integrale trascrizione del documento di cui si deduce l’erroneo esame, dovendo qui ricordarsi che, in relazione al vizio di motivazione per omesso esame o erronea valutazione di un documento decisivo, il ricorrente ha l’onere, a pena di inammissibilità del motivo di censura, di riprodurre nel ricorso, in osservanza del principio di autosufficienza del medesimo, il documento nella sua integrità in modo da consentire alla Corte, che non ha accesso diretto agli atti del giudizio di merito, di verificare la decisività della censura (Cass. 14973/2006; 12984/2006; 7610/2006;

10576/2003), tenuto conto che in proposito occorre dimostrare la certezza e non la probabilità che, ove esso fosse stato preso in considerazione, la decisione sarebbe stata diversa.

Con il terzo motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione dell’art. dell’art. 1362 cod. civ., denuncia l’erronea e arbitraria interpretazione della dichiarazione del 2-11-1992 di riconoscimento dei difetti data dalla sentenza che, in contrasto con il tenore letterale del testo, aveva ritenuto che in essa si fosse fatto riferimento a tutti i vizi dell’opera realizzata quando invece la Ditta Vuesse si era impegnata a eliminare soltanto il rumore dell’aria primaria e la condensa dai fancoils delle camere, ivi esclusivamente e specificamente indicati.

Il motivo è infondato.

La violazione denunciata ai sensi dell’art. 1362 cod. civ. è insussistente, atteso che la sentenza ha tenuto conto del tenore letterale del testo della dichiarazione di riconoscimento dei vizi, in cui la Ditta Vuesse si impegnava a eliminare tutti i difetti, e ha proceduto all’interpretazione del relativo contenuto, attribuendo alla specificazione dei difetti ivi menzionati il valore di indicazione meramente esemplificativa e riassuntiva di quelli per i quali la ricorrente, facendo seguito alle lamentele di controparte, aveva assunto l’impegno di eliminare, e ciò tenuto conto della natura dei difetti riscontrati rispetto alla disfunzione indicata.

Ciò posto va considerato che l’interpretazione del contratto ovvero della dichiarazione della parte, consistendo in un’operazione di accertamento della volontà, si risolve in un’indagine di fatto riservata al giudice di merito, il cui accertamento è censurabile in cassazione soltanto per inadeguatezza della motivazione o per violazione delle regole ermeneutiche, laddove la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica esige una specifica indicazione dei canoni in concreto inosservati e del modo attraverso il quale si è realizzata la violazione, mentre la denunzia del vizio di motivazione implica la puntualizzazione dell’obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice del merito;

nessuna delle due censure può, invece, risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice che – come nella specie – si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione dell’atto. D’altronde, per sottrarsi al sindacato di legittimità, sotto entrambi i cennati profili, quella data dal giudice al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicchè, quando di un testo contrattuale sono possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito – alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra; ne consegue che non può trovare ingresso in sede di legittimità la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca esclusivamente nella prospettazione di una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto già dallo stesso esaminati (Cass. 7500/2007; 24539/2009).

Con il quarto motivo il ricorrente, lamentando nullità della sentenza e del procedimento per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., censura la sentenza per non avere deciso sulla questione fondamentale ovvero se l’intervento realizzato dalla ditta Vuesse per risolvere il problema della condensa dei ventilconvettori fosse o meno l’unico possibile.

Con il quinto motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione degli artt. 116, 191 e 196 cod. proc. civ. nonchè omessa,insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, censura le conclusioni arbitrariamente e contraddittoriamente che la sentenza aveva tratto dalla consulenza tecnica d’ufficio, di per sè era deficitaria e non integrata nonostante le richieste al riguardo formulate; non erano stati fra l’altro, presi in considerazione i rilievi della consulenza di parte in merito all’impossibilità di procedere all’intervento indicato dal consulente d’ufficio nè era stato motivato circa le contestazioni formulate dalla ricorrente in merito alla possibilità di altri interventi indicati dal consulente.

Con il sesto motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione degli artt. 1667 e 1668 cod. civ. nonchè omessa,insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, censura la sentenza che aveva ritenuto la responsabilità dell’ appaltatore desumendola dalle risultanze della consulenza che, in realtà, si era limitata a indicare il malfunzionamento dell’opera. La sentenza aveva attribuito erroneamente valore di riconoscimento, ostativo alla decadenza dell’azione di garanzia, alla dichiarazione del 2-1-1992, tenuto conto che i danni erano di varia natura e non imputabili alla ricorrente, tant’è vero che il consulente d’ufficio non li aveva distinti sotto il profilo causale ; era stata omessa la valutazione laddove il consulente aveva contraddittoriamente affermato che l’impianto era stato realizzato in conformità del progetto originario, che era stato redatto da fiduciario della committente, così come le macchine erano state da questa scelte: nella CTU si faceva riferimento esclusivamente a difetti diversi dal rumore e dalla condensa che peraltro non erano stati oggetto della denuncia del 2-11-1992.

Il quarto, il quinto e il sesto motivo, che per la stretta connessione possono essere esaminati congiuntamente, vanno disattesi.

In primo luogo, va rilevato che il mancato esame di argomentazioni o rilievi che, sebbene formulati, non siano stati presi in considerazione dal giudice nell’iter motivazionale, concerne non il vizio di omessa pronuncia – che, come si è già accennato – postula il difetto di attività del giudice – ma quello di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, con il quale è censurabile l’iter logico- giuridico della sentenza che non abbia preso in esame risultanze probatorie decisive, cioè che avrebbero con certezza condotto a una diversa soluzione della controversia, ovvero per intrinseca illogicità o contraddittorietà del ragionamento. Non essendo, peraltro, compito del giudice di legittimità quello di procedere a un riesame degli atti, ai quali la Cassazione non ha accesso, il ricorrente -che lamenti l’omesso esame di risultanze istruttorie, l’acritico recepimento delle erronee conclusioni del consulente ovvero l’avere la sentenza tratto dalla consulenza tecnica conclusioni arbitrarie o contraddittorie o ancora non avere esaminato i rilievi sollevati dal consulente di parte – ha , in virtù del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, a pena di inammissibilità del motivo, l’onere di trascrivere il testo integrale della consulenza d’ufficio e, se invocata, anche di quella di parte, non essendo possibile stabilire la fondatezza delle censure alla stregua di frasi estrapolate dal contesto di tali atti.

In realtà, le censure lamentate non denunciano un vizio logico della motivazione ma si concretano in argomentazioni volte a dimostrare l’erroneo apprezzamento delle risultanze processuali compiuto dai giudici. Al riguardo, va sottolineato che il vizio deducibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 deve consistere in un errore intrinseco al ragionamento del giudice che deve essere verificato in base al solo esame del contenuto del provvedimento impugnato e non può risolversi nella denuncia della difformità della valutazione delle risultanze processuali compiuta dal giudice di merito rispetto a quella a cui, secondo il ricorrente, si sarebbe dovuti pervenire:

in sostanza, ai sensi dell’art. 360, n. 5 citato, la (dedotta) erroneità della decisione non può basarsi su una ricostruzione soggettiva del fatto che il ricorrente formuli procedendo a una diversa lettura del materiale probatorio, atteso che tale indagine rientra nell’ambito degli accertamenti riservati al giudice di merito ed è sottratta al controllo di legittimità della Cassazione che non può esaminare e valutare gli atti processuali ai quali non ha accesso, ad eccezione che per gli errores in procedendo (solo in tal caso la Corte è anche giudice del fatto).

Orbene, la sentenza è immune da vizi logici e giuridici avendo chiarito le ragioni in base alle quali ha accertato la responsabilità dell’appaltatore: se ogni questione di decadenza è stata risolta negativamente a stregua della dichiarazione per la eliminazione di tutti i vizi da cui l’opera era risultata affetta, i Giudici hanno anche verificato che tali vizi erano imputabili all’esecuzione dell’impresa e non a difetti di progetto o delle macchine. Con il settimo motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ. nullità della sentenza e del procedimento, censura la decisione gravata che aveva frainteso la domanda di risarcimento dei danni, ritenendo che in essa fosse compresa quella di eliminazione dei vizi che non era stata proposta.

Il motivo è inammissibile.

La questione è nuova, in quanto non risulta trattata dalla sentenza impugnata: sarebbe stato onere del ricorrente dedurre e dimostrare di avere con i motivi di appello dedotto tale questione, invocando la violazione dell’art. 112 cod. proc. civ.. Pertanto, il ricorso principale va rigettato.

In relazione a quanto sopra ritenuto a proposito dell’accoglimento del ricorso incidentale e della conseguente cassazione della condanna della convenuta al pagamento degli interessi moratori, non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ.: va respinto l’appello proposto dal ricorrente anche relativamente al rigetto di tale capo di domanda.

In considerazione della riforma della decisione impugnata, vanno regolate le spese del giudizio di appello che, unitamente a quelle della presente fase, vanno poste in solido a carico del ricorrente, risultato soccombente.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi rigetta il ricorso principale, accoglie quello incidentale cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso incidentale e, decidendo nel merito, rigetta l’appello proposto da V.S., già titolare della ditta Vuesse Idrotermica, anche relativamente alla domanda di pagamento degli interessi.

Condanna il ricorrente principale al pagamento in favore dei resistenti delle spese che liquida: a) per il giudizio di appello in Euro 2.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, Euro 600,00 per diritti ed Euro 1.400,00 per onorari di avvocato oltre spese generali ed accessori di legge, b) per la presente fase in Euro 2.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per onorari di avvocato oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 marzo 2011.

Depositato in Cancelleria il 24 giugno 2011

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