Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13973 del 08/07/2016


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Cassazione civile sez. trib., 08/07/2016, (ud. 07/06/2016, dep. 08/07/2016), n.13973

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9958/2011 proposto da:

COSTRUZIONI C. SRL, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA C. SO VITTORIO EMANUELE

II 287, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO IORIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE FALCONE con procura

notarile del Not. Dr. ORESTE CIRILLO in PARABIAGO rep. n. 25222 del

01/03/2011;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 61/2010 della COMM. TRIB. REG. della

LOMBARDIA, depositata il 14/05/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/06/2016 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CUOMO Luigi, che ha concluso per il rigetto in subordine

inammissibilità del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nei confronti della società Costruzioni C. s.r.l. venne emesso avviso di accertamento in rettifica della dichiarazione del 2003 sulla base dei seguenti rilievi: la società aveva in data 15 aprile 2003 acquistato un terreno per il prezzo di Euro 73.254,00, con dichiarazione nell’atto che il prezzo risultava completamente pagato; il pagamento del terreno era stato eseguito nel 2003 mediante pagamenti scaglionati, tramite addebiti sul conto cassa; il conto cassa per il 2003 era stato negativo fino alla data del 31 dicembre 2003, allorchè i soci effettuarono un versamento infruttifero di Euro 62.000,00 a sanatoria della situazione deficitaria; lo sbilancio era sintomatico di operazioni gestionali correlate a ricavi non registrati e non transitati sul conto economico. Sulla base di tali circostanze l’Ufficio contestò, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, ricavi omessi per Euro 128.684,00, di cui Euro 55.430,00 derivanti dal saldo negativo del conto cassa al 31 dicembre 2003 (per effetto di uscite di cassa operate in assenza di registrazione delle entrate) e Euro 73.254,00 derivante dal prezzo del terreno (la società per poter disporre delle relative risorse finanziarie aveva costituito dei fondi occulti). Il ricorso della contribuente venne rigettato dalla CTP. L’appello venne parzialmente accolto dalla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, che determinò l’ammontare dei ricavi omessi in Euro 73.254,00, sulla base della seguente motivazione.

Il prezzo, benchè quietanzato nel rogito del 15 aprile 2003, risulta “corrisposto mediante pagamenti scaglionati, con scadenze anche successive alla citata data e con addebito del conto cassa. Di qui la constatazione di elementi idonei a far ritenere da un lato corretto il rilievo dell’appellato su un’approssimativa rilevazione cronologica sistematica dei fatti amministrativi e contabili dell’azienda e dall’altro giustificato, assurgendo tali elementi al rango di presunzioni gravi, precise e concordanti, il riferimento a riserve finanziarie non registrate e utilizzate per sopperire alla denunciata mancanza di liquidità. D’altra parte di contro si tende ad insistere sull’analisi delle caratteristiche di dette presunzioni, e in particolare del fatto di non essere suscettibili di diversa interpretazione, proponendo aspetti di per sè non significativi, quali il mancato riscontro del rilascio di concessioni edilizie, e comunque non giustificativi, come la ingenuità contabile che avrebbe portato ad annotare i versamenti dei soci nell’ultimo giorno del 2003. In concreto il quadro complessivo che emerge è quello di un disordine amministrativo-contabile che non si concilia con il rigore e la precisione che dovrebbero caratterizzare la gestione di società di capitali e che conseguentemente lascia adito a gravi presunzioni di aggiramento della regolarità fiscale. Diverso è a dirsi quanto all’entità della ripresa a tassazione, apparendo chiaro come in realtà vi sia una duplicazione delle riprese, giacchè le stesse somme sono prese in considerazione sia in relazione all’anomalia del conto cassa sia in relazione all’acquisto del terreno. Di qui la riduzione della ripresa a tale ultima somma (Euro 73.254,00)”.

Ha proposto la contribuente ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi. Resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 85 T.U.I.R., D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 13 e 55, art. 2727 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Osserva la ricorrente che, senza che fosse stato individuato l’atto di impresa costituente la base del ricavo, la CTR ha fatto diventare ricavo omesso il costo sostenuto per l’acquisto di un terreno edificabile per iniziare l’attività di costruzione, ad appena tre mesi dalla costituzione della società.

Aggiunge che i finanziamenti da parte dei soci non costituiscono manifestazione di ricavi ma manifestazione della potenzialità economica dei soci e che, trovandosi l’impresa nella sua fase iniziale, non vi era stato il tempo materiale per la produzione di ricavi.

Il motivo è inammissibile. La censura verte sull’apprezzamento da parte del giudice di merito delle circostanze di fatto, che è profilo sindacabile nella presente sede di legittimità esclusivamente nei termini del vizio motivazionale.

Con il secondo motivo si denuncia omessa motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Lamenta la ricorrente che il riferimento ad un disordine amministrativo è insufficiente al fine della trasformazione di un costo in ricavo non dichiarato, essendo mancato ogni riferimento ad un qualsiasi atto di impresa che abbia potuto produrre ricavi.

Il motivo è infondato. La denuncia di omessa valutazione della circostanza dell’atto di impresa costituente la base del ricavo non integra una omissione motivazionale perchè la motivazione illustra il procedimento logico della decisione senza che l’omessa valutazione della detta circostanza possa alterarne la sufficienza.

L’accertamento giurisdizionale del fatto ha carattere presuntivo e muove da un complesso di fatti noti, quali il “disordine amministrativo-contabile”, il fatto che per tutto l’esercizio del 2003 il conto cassa della società fosse stato “in rosso”, sebbene risulti acquistato un terreno e quietanzato in aprile ma in realtà saldato con pagamenti scaglionati nel tempo ed anche successivi al mese di aprile, ed infine il versamento da parte dei soci a fine anno in funzione di sanatoria del deficit. Avendo il giudice tributario desunto sulla base dei detti elementi indiziari l’esistenza di ricavi non dichiarati, la denuncia dell’assenza in motivazione di ogni riferimento ad un qualsiasi atto di impresa che abbia potuto produrre ricavi acquista il carattere di una divergenza di valutazione di merito e non di un vizio motivazionale. Il riferimento all’atto imprenditoriale produttivo di reddito non è infatti elemento necessario della catena presuntiva, potendo la conclusione di omessa dichiarazione di ricavi essere raggiunta anche senza l’identificazione dell’atto in discorso. Peraltro, ove si dia rilevanza probatoria alla mancata identificazione del fatto produttivo di ricavo, si neutralizzerebbe la prova presuntiva e si accederebbe alla prova diretta. La CTR ha invece seguito la via della prova presuntiva.

Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42 e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Lamenta la ricorrente che con riferimento al medesimo fatto risulta effettuato, in modo inammissibile, l’accertamento analitico ai fini delle imposte dirette, previsto dall’art. 39, comma 1, lett. d), per il quale sono necessarie presunzioni gravi, precise e concordanti, e l’accertamento induttivo ai fini IVA, previsto dall’art. 55, di cui mancavano peraltro i presupposti previsti dalla legge.

Il motivo è inammissibile. Il ricorrente denuncia l’inammissibilità con riferimento ad una medesima fattispecie di un accertamento analitico ed un accertamento induttivo. E’ in realtà lo stesso ricorrente che riferisce l’uno accertamento alle imposte dirette, e l’altro all’IVA. Emerge quindi dalla medesima censura la duplicità di fattispecie, relativa alla duplicità di imposte, che giustifica la diversità di accertamento. Stante questa costitutiva contraddizione il motivo non è in grado di esercitare una critica della decisione. Quando nel ricorso per cassazione è denunziata violazione e falsa applicazione di norme di diritto, il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere dedotto non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina; diversamente il motivo è inammissibile, in quanto non consente alla Corte di Cassazione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. 16 gennaio 2007, n. 828).

Con il quarto motivo si denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4. Osserva la ricorrente che la CTR ha omesso di pronunciare in ordine alla denuncia di erronea applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, mancando i presupposti di applicazione di tale norma.

Il motivo è infondato. La formulazione della censura rispetta il principio di autosufficienza avendo la ricorrente indicato, sia pure in modo sommario, il contenuto della domanda e, specificatamente, il luogo ove la stessa è stata proposta. Sulla base dell’accesso agli atti, consentito dalla tipologia di vizio denunciata, risulta che la ricorrente ha proposto autonomo motivo di gravame in ordine alla mancanza dei presupposti di applicabilità del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, ed in particolare mancata tenuta dei registri IVA, mancata conservazione delle fatture, gravi irregolarità circa la tenuta dei registri e mancata presentazione della dichiarazione annuale. La CTR, affermando che il quadro “che emerge è quello di un disordine amministrativo-contabile che non si concilia con il rigore e la precisione che dovrebbero caratterizzare la gestione di società di capitali e che conseguentemente lascia adito a gravi presunzioni di aggiramento della regolarità fiscale”, ha statuito sulla istanza.

PQM

La Corte rigetta il secondo ed il quarto motivo del ricorso e dichiara per il resto inammissibili i motivi di ricorso; condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali che liquida in Euro 5.000,00 per compenso, oltre le spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 7 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 luglio 2016

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