Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13950 del 24/06/2011

Cassazione civile sez. trib., 24/06/2011, (ud. 31/03/2011, dep. 24/06/2011), n.13950

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MERONE Antonio – Presidente –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. FERRARA Ettore – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

M.F.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 125/2005 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 26/04/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

31/03/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO VALITUTTI;

udito per il ricorrente l’Avvocato MADDALO ALESSANDRO, che si riporta

al ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per l’accoglimento.

Fatto

1. Con sentenza n. 125/26/05, depositata il 26.4.05, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio accoglieva l’appello proposto da M.F. nei confronti dell’Agenzia delle Entrate – Ufficio di Roma 4, avverso la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Roma, con la quale era stato dichiarato inammissibile, per violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 22, il ricorso proposto dal contribuente avverso la cartella esattoriale in materia di IVA, per l’anno di imposta 1993.

2. La CTR riteneva, invero, che le doglianze del M. fossero fondate, e neppure validamente contestate dall’Ufficio, che aveva, altresì, riconosciuto il credito di imposta vantato dal contribuente per l’anno precedente.

3. Per la cassazione della sentenza della C.T.R. del Lazio n. 125/26/05 ha proposto ricorso l’Agenzia delle Entrate articolando due motivi. L’intimato non ha svolto attività difensiva.

Diritto

1. Con il primo motivo di ricorso, l’Agenzia delle Entrate deduce la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

1.1. La CTR del Lazio avrebbe, invero, omesso di pronunciarsi sull’eccezione di inammissibilità dell’appello del contribuente, proposta dall’Ufficio per il fatto che l’atto di gravame, stando all’amministrazione finanziaria, sarebbe stato mancante dell’indicazione dei motivi specifici dell’impugnazione, in palese violazione della norma suindicata.

2. Con il secondo motivo di ricorso, l’Agenzia delle Entrate deduce l’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia.

2.1. Il giudice di appello avrebbe, infatti, del tutto omesso di motivare in ordine alle dettagliate contestazioni, mosse dall’Ufficio nel suo atto di costituzione nel giudizio di secondo grado, alle censure proposte dal Il M. alla sentenza resa in prime cure.

3. Premesso quanto precede, osserva, tuttavia, la Corte che pregiudiziale all’esame dei suesposti motivi di gravame, si palesa il riscontro dell’inammissibilità del ricorso, per invalidità della notifica di tale atto, eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c., attesa la mancata allegazione, da parte dell’amministrazione ricorrente, dell’avviso di ricevimento della raccomandata, con la quale si dava comunicazione al destinatario – secondo le previsioni della suindicata disposizione – dell’eseguita notifica del ricorso per cassazione.

3.1. Va osservato, infatti, che la menzionata disposizione di cui all’art. 140 c.p.c. è stata dichiarata costituzionalmente illegittima da C. Cost. n. 3/2010, nella parte in cui prevedeva che la notifica si perfezionasse, per il destinatario, con la spedizione della raccomandata informativa, anzichè con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione, e previo deposito del plico presso l’ufficio postale (cd. compiuta giacenza).

La norma in esame, invero, – come interpretata dal diritto vivente – facendo decorrere i termini per la difesa in giudizio del destinatario da un momento anteriore alla concreta conoscibilità dell’atto a lui notificato, ad avviso della Corte, si pone in contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost.. E ciò per un duplice ordine di ragioni. In primo luogo, per il non ragionevole bilanciamento tra gli interessi del notificante, sul quale non gravano ormai più i rischi connessi ai tempi del procedimento notificatorio, e quelli del destinatario in una materia in cui, per contro, le esigenze di garanzia del contraddit-torio e del diritto di difesa sono particolarmente pregnanti, e devono ispirarsi a canoni di effettività e di parità.

In secondo luogo, per l’ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla fattispecie, normativamente assimilabile, della notificazione di atti giudiziari a mezzo posta, disciplinata dalla L. n. 890 del 1982, art. 8, secondo cui, la notificazione si ha per eseguita decorsi dieci giorni dalla data di spedizione della lettera raccomandata informativa, previo deposito del relativo piego presso l’ufficio postale, ovvero dalla data di ritiro del piego medesimo, ove anteriormente effettuato.

3.2. Ciò posto, è indubitabile che siffatta pronuncia della C. Cost. n. 3/10 debba trovare immediata applicazione ai giudizi in corso (cfr., in tal senso, Cass. 7809/10), non diversamente da tutte le altre decisioni con le quali la Consulta dichiari l’illegittimità costituzionale di una norma processuale.

Ed invero, tali decisioni – attesa l’inoperatività della norma processuale dichiarata incostituzionale, a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale nella Gazzetta Ufficiale, ai sensi dell’art. 136 Cost.

– spiegano i loro effetti sia con riferimento agli atti successivi alla pronuncia, sia con riferimento agli atti processuali compiuti in precedenza, ma la cui validità ed efficacia sia ancora oggetto di sindacato dopo la suddetta sentenza. Il solo limite che tali sentenze dichiarative dell’illegittimità costituzionale di una norma processuale incontrano, è – per vero – determinato dall’avvenuta formazione del giudicato, o della venuta in essere di qualsiasi altro evento al quale l’ordinamento ricolleghi il consolidamento del rapporto controverso (cfr., per tutte, Cass. 5039/01, 5853/06, 9329/10).

3.3. Da tali premesse di principio discende, pertanto, che, ai fini della validità della notifica di un atto processuale, ai sensi dell’art. 140 c.p.c., è necessario che il notificante comprovi l’avvenuta ricezione, da parte del destinatario, della raccomandata confermativa dell’effettivo compimento di tutte le formalità previste dalla norma (o il perfezionamento della cd. compiuta giacenza) (v., in tal senso, Cass. 7809/10, 4748/11). Non è, infatti, più sufficiente a tal fine – come pure aveva ritenuto un consolidato indirizzo di questa Corte, che va, pertanto, rivisitato alla luce della predetta pronuncia di incostituzionalità – la mera spedizione di detta raccomandata al destinatario, non accompagnata dal deposito della cd. ricevuta di ritorno (cfr., ex plurimis, Cass. S.U. 458/05, Cass. 1180/06, 4310/07).

E neppure – a seguito della pronuncia della C. Cost. n. 3/10 – potrebbe più ritenersi che la ricevuta di ricevimento della raccomandata, che suggella il compimento di tutte le formalità previste dall’art. 140 c.p.c., costituisca un atto attinente esclusivamente alla prova dell’avvenuta, rituale, instaurazione del contraddittorio tra le parti (cfr., in tal senso, Cass.S.U. n. 627/08).

Ed invero, la documentazione della consegna della raccomandata (o del compimento della cd. compiuta giacenza), ovverosia il cd. avviso di ricevimento, deve ormai considerarsi – in forza della suddetta pronuncia di incostituzionalità dell’art. 140 c.p.c. – come costituente un momento strutturale del processo notificatorio.

L’avviso di ricevimento costituisce, infatti, ai sensi dell’art. 149 c.p.c. e delle disposizioni di cui alla L. n. 890 del 1982, il solo documento idoneo a dimostrare, sia l’intervenuta consegna della raccomandata al destinatario e la data di essa, che l’identità della persona a mani della quale è eseguita, o ancora il compimento di tutte le formalità; necessarie al perfezionamento della cd. compiuta giacenza (deposito del piego presso l’ufficio postale, avviso al destinatario con lettera raccomandata con avviso di ricevimento, decorso del termine di dieci giorni dalla spedizione della missiva, senza che il destinatario provveda al ritiro della stessa).

Sicchè è evidente – come questa Corte aveva più volte affermato anche prima della pronuncia di incostituzionalità suindicata – che la mancata produzione dell’avviso di ricevimento della raccomandata di cui all’art. 140 c.p.c. comporta, proprio perchè costituente un momento strutturale del procedimento notificatorio, non la mera nullità, bensì l’inesistenza della notificazione, della quale, pertanto, non può essere disposta la rinnovazione ai sensi dell’art. 291 c.p.c.. Con l’ulterioì conseguenza che -anche nel processo tributario – il mancato perfezionamento del procedimento notificatorio si traduce nell’inammissibilità del ricorso, anche se risulta provata la tempestività dell’impugnazione per il ricorrente, al quale – in forza della pronuncia di cui alla C. Cost. n. 477/02 – è sufficiente la consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario (v., per tutte, Cass. 2722/05, 10506/06, 24877/06).

3.4. Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate non ha in alcun modo dimostrato, producendo il relativo avviso di ricevimento, l’avvenuta ricezione della raccomandata di cui all’art. 140 c.p.c. da parte di M.F..

Del pari difetta, poi, del tutto la prova – desumibile dal medesimo documento – del compimento, da parte dell’Ufficio, di tutte le formalità necessarie al perfezionamento della cd. compiuta giacenza.

4. E neppure l’amministrazione ricorrente ha provveduto a richiedere la rimessione in termini, ai sensi dell’art. 184 bis c.p.c. (applicabile alla fattispecie ratione temporis), per il deposito dell’avviso di ricevimento in questione. Va osservato, invero, che l’istituto della rimessione in termini – disciplinato dall’art. 184 bis c.p.c. e, dopo l’entrata in vigore della L. n 69 del 2009, dall’art. 153 c.p.c. – è applicabile, alla luce del principio costituzionale del giusto processo, anche alle situazioni esterne allo svolgimento del giudizio, quali sono le attività necessarie alla proposizione del ricorso per cassazione (Cass. 14627/10, 98/11).

Ne discende che il difensore del ricorrente, presente in udienza (o all’adunanza in camera di consiglio, ex art. 380 bis c.p.c.), può domandare di essere rimesso in termini – ai sensi dell’art. 184 bis c.p.c., ed ora dell’art. 153 c.p.c. – per il deposito dell’avviso che asserisca di non avere ricevuto, sempre che offra la prova documentale di essersi tempestivamente attivato nel richiedere all’amministrazione postale un duplicato dell’avviso stesso, secondo quanto previsto dalla L. n. 890 del 1982, art. 6, comma 1, (Cass. S.U. 627/08).

5. Nel caso di specie, peraltro, l’Agenzia delle Entrate non ha affatto formalizzato detta istanza di rimessione in termini, tanto meno ha dimostrato – e neppure allegato di essersi tempestivamente attivata per ottenere dall’amministrazione postale un duplicato dell’avviso di ricevimento dell’atto introduttivo del presente giudizio. Per cui, il proposto ricorso non può che essere dichiarato inammissibile.

6. Nulla per le spese, attesa la mancata costituzione dell’intimato.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione;

dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Tributaria, il 31 marzo 2011.

Depositato in Cancelleria il 24 giugno 2011

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