Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13949 del 06/07/2020

Cassazione civile sez. I, 06/07/2020, (ud. 24/01/2020, dep. 06/07/2020), n.13949

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33915-18 proposto da:

C.E. rappresentato e difeso dall’avv. Maria Monica Bassan,

elettivamente domiciliato presso il suo studio, in Padova, vicolo

Buonarroti n. 2;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– resistente –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Venezia depositata il

10 settembre 2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/1/2020 dal Consigliere Dott. FEDERICO GUIDO.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

La corte d’appello di Venezia, con la sentenza n. 2520/18, pubblicata il 10 settembre 2018, confermando l’ordinanza di primo grado, ha rigettato la domanda proposta da C.E., cittadino proveniente dal Gambia, il quale aveva riferito di aver abbandonato il paese per timore di essere arrestato, per aver accoltellato il committente di lavori di costruzione di una casa, il quale non aveva completato il pagamento del corrispettivo e lo aveva aggredito.

La Corte territoriale, in particolare, ha affermato la mancanza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, rilevando la mancata impugnazione sulla statuizione di primo grado, che aveva ritenuto scarsamente credibili le dichiarazioni del richiedente; la corte territoriale dichiarava inoltre di condividere le argomentazioni del giudice di prime cure, non contraddette da alcuna allegazione del richiedente, le quali inducevano a concludere che quest’ultimo avesse esibito un documento contraffatto.

La Corte ha escluso, in conseguenza della scarsa credibilità del racconto, il pericolo di un danno grave alla persona del richiedente in relazione alle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 lett. a) e b) e la sussistenza, nell’area di provenienza del rifugiato, di una situazione di conflitto armato e violenza generalizzata, come richiesto dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett c), ed ha altresì respinto la richiesta di protezione umanitaria, rilevando la mancanza di una specifica situazione di vulnerabilità del richiedente.

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione, con tre motivi, il richiedente asilo.

Il Ministero dell’Interno, costituitosi al solo fine di partecipare all’udienza di discussione, non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il primo motivo di ricorso, denuncia violazione di legge, lamentando, in particolare, la violazione da parte della Corte territoriale del principio dell’onere probatorio attenuato, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

Il motivo è inammissibile, in quanto non coglie la ratio della pronuncia. La Corte territoriale ha infatti rilevato la mancata impugnazione da parte del richiedente della statuizione del giudice di primo grado che ha escluso la credibilità del racconto.

Tale affermazione non risulta specificamente contestata e da ciò discende, in conseguenza dell’effetto devolutivo dell’appello, che deve ritenersi applicabile anche in materia di protezione internazionale, il formarsi del giudicato interno su tale statuizione di scarsa credibilità del racconto.

La censura è dunque inammissibile, posto che, qualora le dichiarazioni del richiedente siano giudicate inattendibili non occorre procedere ad approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel paese di origine – con riferimento al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) – salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass. 16925/2018), situazione che non è ravvisabile nel caso di specie.

Il secondo motivo denuncia violazione di legge, lamentando la mancata valutazione della situazione del pase di origine del richiedente, ai fini del riconoscimento dei presupposti della protezione umanitaria.

Il terzo motivo denuncia, sempre in relazione alla mancata concessione della protezione umanitaria, l’omessa motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5), in ordine all’inclusione sociale del richiedente e l’omessa valutazione a tal fine della documentazione prodotta.

I motivi che, in quanto connessi, vanno unitariamente esaminati, sono inammissibili per difetto di decisività, in quanto non colgono la ratio della pronuncia impugnata.

Nel caso di specie, è evidente che la valutazione di scarsa attendibilità della narrazione si ripercuote anche sui presupposti per la protezione umanitaria, atteso che, ai fini di valutare se il richiedente abbia subito un’effettiva e significativa compromissione dei diritti fondamentali inviolabili, questa dev’essere necessariamente correlata alla condizione del richiedente: solo la sua attendibilità consente di attivare poteri officiosi (Cass. 4455/2018).

Le censure sono peraltro carenti sotto il profilo della sussistenza di una specifica situazione di fragilità del richiedente: il ricorso si limita a ribadire, da un lato, la buona integrazione sociale in Italia, dall’altro la generale situazione di estrema povertà e di debolezza delle strutture sociali nel paese di origine, ma non indica una situazione di grave compromissione dei diritti fondamentali, specificamente riferita al richiedente.

Non risulta inoltre specificamente contestata l’affermazione della sentenza impugnata, di genericità delle allegazioni difensive sulla condizione di vulnerabilità del richiedente e non risulta contestato il mancato deposito del documento, attestante il contratto di lavoro, rilevato dalla Corte territoriale.

Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile e, considerato che il Ministero dell’interno non ha svolto difese, non deve provvedersi sulle spese del presente giudizio.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 24 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2020

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