Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13936 del 05/06/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 05/06/2017, (ud. 01/03/2017, dep.05/06/2017),  n. 13936

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. BVOGETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11987-2015 proposto da:

D.B.R., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA CONCILIAZIONE 44, presso lo studio dell’avvocato

CARLA SILVESTRI, rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLA TULLIA

BORDIGNON, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

RFI RETE FERROVIARIA ITALIANA S.P.A., C.F. 01585570581, – Società

con socio unico, soggetta all’attività di direzione e coordinamento

di Ferrovie dello Stato S.p.A., in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DELLA CROCE

ROSSA 1 (c/o Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. – Legale Lavoro)

presso lo studio dell’avvocato PATRIZIA CARINO rappresentata e

difesa dagli avvocati ANDREA UBERTI e PAOLO TOSI, giusta delega in

atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 887/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 03/11/2014 R.G.N. 1585/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/03/2017 dal Consigliere Dott. ELENA BOGHETICH;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato CARLA SILVESTRI per delega Avvocato PAOLA TULLIA

BORDIGNON;

udito l’Avvocato LUIGI FIORILLO per delega Avvocato PAOLO TOSI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di appello di Milano, confermando la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio, ha con sentenza depositata il 3.11.2014 – respinto la domanda di annullamento del licenziamento per giusta causa intimato dalla Rete Ferroviaria Italiana s.p.a., in data 11.12.2007, a D.B.R., operaio specializzato addetto alla manutenzione delle linee e dei cavi telefonici lungo la tratta di linea ferroviaria facente capo al posto di guardia di (OMISSIS), per abbandono del posto di lavoro, utilizzo abusivo per scopi personali del mezzo aziendale di trasporto senza autorizzazione, raccolta di un consistente quantitativo di materiale di rame (117 kg) di proprietà della società, tentativo di vendere detto materiale per trarne profitto personale.

2. La Corte respingeva l’appello proposto dal lavoratore confermando la declaratoria di legittimità del licenziamento e rilevando: 1) quanto alla proporzionalità della sanzione irrogata, che l’abbandono del posto di lavoro e l’utilizzo del mezzo aziendale erano condotte da valutare congiuntamente alla raccolta di materiale di rame (non solo di risulta ma anche nuovo) lungo la tratta ferroviaria e al tentativo (impedito solamente dall’intervento delle forze dell’ordine) di vendere detto materiale presso una ditta specializzata, comportamento che complessivamente considerato integrava una grave inadempienza; 2) quanto alla intenzionalità della condotta, che il D.B., in qualità di addetto alla manutenzione delle linee telefoniche (e, quindi, di norma all’esterno, al di fuori di ogni controllo), sapeva che il materiale di scarto proveniente da lavori di manutenzione veniva raccolto dagli operatori della manutenzione e venduto alle ditte specializzate per lo smaltimento con conseguente ricavo da parte della società e, inoltre, era tenuto al rispetto del codice etico del gruppo Ferrovie dello Stato che, al punto 3.9, vieta a tutto il personale di utilizzare, se non ad esclusivo profitto del gruppo, materiali di proprietà dello stesso.

3. Per la cassazione di tale sentenza il D.B. ha proposto ricorso affidato a quattro motivi. La società ha resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con i primi tre motivi di ricorso si denunzia violazione o falsa applicazione degli artt. 1455 e 2119 c.c., della L. n. 604 del 1966, art. 5, artt. 51 e 59 del c.c.n.l. di settore e del Codice etico del gruppo Ferrovie dello Stato (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5) avendo, la Corte distrettuale, trascurato l’assenza dell’elemento intenzionale da parte del lavoratore, il grado di affidamento richiesto dalle mansioni svolte dal medesimo, l’inesistenza di qualsiasi precedente disciplinare, lo scarso valore dei frammenti complessivamente raccolti dal D.B. e dal collega T. in almeno 4 o 5 mesi, l’assoluzione pronunciata in sede penale per il reato di appropriazione indebita, la testimonianza del comandante della polizia ferroviaria che ha ritenuto lecita ed innocua la raccolta dei frammenti di metallo, la buona fede del lavoratore che non pensava di commettere alcuna scorrettezza nei confronti del datore di lavoro.

2. Con il quarto motivo di ricorso si deduce vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) in ordine alla proporzionalità della sanzione rispetto all’infrazione disciplinare commessa, avendo, la Corte distrettuale, da una parte, ritenuto non particolarmente gravi le condotte di abbandono del posto di lavoro e utilizzo per motivi personali del mezzo aziendale e, dall’altra, in maniera contraddittoria, concluso per la sussistenza di una giusta causa di licenziamento.

3. I motivi del ricorso, che per stretta connessione tra loro possono essere esaminati congiuntamente, non sono fondati.

In tema di licenziamento per giusta causa, ai fini della proporzionalità tra addebito e recesso, rileva ogni condotta che, per la sua gravità, possa scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto pregiudizievole agli scopi aziendali, essendo determinante, in tal senso, la potenziale influenza del comportamento del lavoratore, suscettibile, per le concrete modalità e il contesto di riferimento, di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento, denotando scarsa inclinazione all’attuazione degli obblighi in conformità a diligenza, buona fede e correttezza; spetta al giudice di merito valutare la congruità della sanzione espulsiva, non sulla base di una valutazione astratta dell’addebito, ma tenendo conto di ogni aspetto concreto del fatto, alla luce di un apprezzamento unitario e sistematico della sua gravità, rispetto ad un’utile prosecuzione del rapporto di lavoro, assegnandosi rilievo alla configurazione delle mancanze operata dalla contrattazione collettiva, all’intensità dell’elemento intenzionale, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni, alle precedenti modalità di attuazione del rapporto, alla durata dello stesso, all’assenza di pregresse sanzioni, alla natura e alla tipologia del rapporto medesimo (cfr. Cass. 13.2.2012 n. 2013 e, precedentemente, in senso analogo, tra le tante, Cass. 21.6.2011 n. 13574; Cass. 7.4.2011 n. 7948; Cass. 2.3.2011 n. 5095; Cass. 18.2.2011 n. 4060). In particolare, la giusta causa di licenziamento è nozione legale ed il giudice non è vincolato dalle previsioni del contratto collettivo onde lo stesso può ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e, per altro verso, può escludere altresì che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato (cfr. Cass 4060/2011 cit.).

Nella fattispecie, la Corte di merito ha rilevato, con riguardo al valore del materiale raccolto (unitamente ad un collega di lavoro) dal D.B. e all’elemento intenzionale, che la documentazione prodotta aveva dimostrato che non si era trattato “soltanto di piccoli frammenti di rame ma anche di consistenti pezzi di cavi, molti dei quali neppure ossidati, dovendosi quindi dedurre che non tutto il materiale raccolto giacesse lungo la ferrovia, esposto alle intemperie, ma si trattasse anche di materiale nuovo”; che dal materiale probatorio, di fonte testimoniale, era emerso che il materiale “era quello tipicamente utilizzato negli impianti di trazione elettrica”, ossia non semplicemente scarti di lavorazioni; che il materiale di risulta da lavori di manutenzione o sostituzione veniva raccolto (di norma nei giorni successivi all’intervento oppure periodicamente) dal referente della ditta che eseguiva i lavori e poi consegnato al capozona della trazione elettrica per lo stoccaggio, come previsto dalla procedura emanata dalla Direzione manutenzione e in esecuzione di specifica clausola del contratto di appalto stipulato con la ditta ATI dedita allo smaltimento; che, in virtù di una procedura ancora in vigore, tutto il materiale ferroso proveniente dalle lavorazioni doveva essere correttamente restituito al capo impianto che ne faceva la valutazione tecnica al fine di mettere il materiale a disposizione della società per la vendita. La Corte ha, quindi, osservato che “In tale contesto si deve quindi ritenere come, da un lato, il ricorrente non dovesse raccogliere il rame incontrato lungo la linea ferroviaria nel corso dei controlli effettuati per le mansioni di competenza di manutenzione dei telefoni, in quanto il compito era istituzionalmente affidato a chi invece si occupava di manutenzione o a chi periodicamente visitava i binari per i controlli e, dall’altro, che tutto il materiale ferroso debitamente accumulato veniva poi venduto alle ditte specializzate per lo smaltimento, ricavandone la società il relativo profitto”. Ha aggiunto che la circostanza, riferita dal lavoratore, di aver effettuato la raccolta del materiale in un lungo arco di tempo era rimasta “del tutto in dimostrata e sostanzialmente indimostrabile”, e, in ogni caso, nulla toglieva alla gravità della condotta, atteso l’accumulo cospicuo del materiale di rame.

La Corte distrettuale ha, altresì, evidenziato che il teste Pedone, pensionato, all’epoca dei fatti Comandante della polizia ferroviaria dell’ufficio di Gallarate, avendo dichiarato, in sede di deposizione testimoniale, che il D.B. aveva raccolto materiale di piccole dimensioni, non oggetto di vendita da parte della società, ha rilasciato una “informazione del tutto opinabile e valutativa, proveniente da persona estranea alla società e quindi non direttamente a conoscenza dei protocolli o dei contratti di appalto, informazione giustamente scartata dal primo giudice rispetto alle più puntuali e dettagliate dichiarazioni dei testi A. e De.Ma.”, rispettivamente dirigente e responsabile di linea.

Tale motivazione, incentrata su tutti gli elementi oggettivi e soggettivi emersi, risulta conforme ai principi sopra richiamati, nonchè congrua e priva di vizi logici e resiste alle censure del ricorrente.

4. Va, inoltre, rilevato che il controllo di logicità del giudizio di fatto è, nella presente fattispecie, consentito alla luce dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione successiva alla novella introdotta con il D.L. n. 83 del 2012, conv. nella L. n. 134 del 2012, trattandosi di sentenza depositata dopo il giorno 11 settembre 2012.

Come precisato dalle Sezioni Unite (n. 8053/2014) è, in tal caso, denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. E tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.

Ebbene, non è ravvisabile, nella sentenza impugnata, alcuna lacuna o contraddizione motivazionale, avendo, la Corte distrettuale, proceduto ad analizzare la condotta tenuta dal D.B. alla luce delle responsabilità e degli obblighi che incombevano allo stesso dipendente e dei doveri previsti dal codice etico del gruppo, nonchè evidenziato che la complessità della condotta era tale che – non compendiandosi esclusivamente nell’abbandono del posto di lavoro e nell’utilizzo, per motivi personali, del mezzo aziendale, comportamenti eventualmente destinatari di una sanzione conservativa – integrava una giusta causa di risoluzione del rapporto di lavoro, essendo stata compromessa in modo irrimediabile la fiducia riposta nel lavoratore. La Corte ha, infine, evidenziato che l’intuitus fiduciae andava valutato “in modo rigoroso anche in ragione della tipologia delle mansioni svolte dal D.B., di norma all’esterno, lungo la ferrovia, al di fuori di ogni controllo della società”.

5. In conclusione, il ricorso va respinto. Le spese di lite sono liquidate secondo il criterio della soccombenza dettato dall’art. 91 c.p.c..

6. Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice da atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”. Essendo il ricorso in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) integralmente da respingersi, deve provvedersi in conformità.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a pagare le spese del presente giudizio di legittimità liquidate in Euro 200,00 per esborsi e in Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 1 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 giugno 2017

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