Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13935 del 05/06/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 05/06/2017, (ud. 23/02/2017, dep.05/06/2017),  n. 13935

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23477-2015 proposto da:

B.C., C.f. (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli

avvocati FRANCESCA PENZO e VANIA GIULLORI, domiciliato in Roma

Piazza Cavour PRESSO LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI

CASSAZIONE, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

BO.LU. S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO TRIESTE 87, presso

lo studio dell’avvocato BRUNO BELLI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato PAOLO BANZOLA, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 10/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 09/03/2015, R.G.N. 996/13;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/02/2017 dal Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso in subordine il rigetto;

udito l’Avvocato DANIELE GUIDONI per delega verbale Avvocato

FRANCESCA PENZO;

udito l’Avvocato GIUSEPPE M.F. RAPISARDA per delega verbale Avvocato

BRUNO BELLI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza n. 10/2015 la Corte di appello di Bologna ha confermato la pronuncia n. 468/2012, emessa dal Tribunale di Parma, con la quale era stata respinta la domanda, proposta da B.C., volta ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli in data 13.6.2008 per superamento del periodo di comporto nonchè il risarcimento dei danni patiti a titolo di lesione all’immagine professionale e per essere stato vittima di mobbing.

2. A fondamento della propria decisione i giudici di seconde cure hanno sottolineato che: a) era infondata la eccezione di inammissibilità, ex art. 348 bis c.p.c., dell’appello perchè era stata lamentata l’erroneità della valutazione, da parte del primo giudice, delle risultanze istruttorie con la proposizione di una diversa lettura delle stesse; b) il demansionamento, consistito nell’adibizione al “reparto scelta”, trovava la sua spiegazione nel fatto che il B. era stato giudicato inidoneo allo svolgimento delle mansioni di macchinista; c) quanto al mobbing, non era stata raggiunta la prova positiva in ordine agli elementi costitutivi fondamentali della condotta vessatoria; d) la natura degli infortuni sul lavoro, asseritamente patiti dal dipendente, era stata esclusa dallo stesso INAIL; e) le spese di lite andavano compensate mentre per l’appellante sussistevano i presupposti per il pagamento del “doppio del contributo”.

3. Per la cassazione propone ricorso B.C. affidato a tre motivi.

4. Resiste con controricorso la Bo.Lu. spa.

5. Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. In particolare deduce, precisando che era stata riconosciuta l’esistenza di un danno biologico da demansionamento ma che al contempo non erano stati ritenuti sussistenti i presupposti per la condanna del datore di lavoro al risarcimento dei danni, che la Corte di appello, nel corpo della sentenza, aveva dimostrato di non avere valutato la circostanza che l’idoneità alla mansione di macchinista era basata su due certificati medici falsi, perchè non corrispondenti alla realtà dei fatti occorsi, e che comunque erano stati posti a base dell’elaborato del CTU.

2. Con il secondo motivo si censura la gravata sentenza per violazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e, in particolare, per violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 e 2103 c.c.. Si sostiene che, essendo inveritiero il giudizio di idoneità alla mansione di macchinista, avvenuto del resto successivamente al trasferimento al reparto “imballo e scelta”, conseguentemente era illecita la condotta della datrice di lavoro anche ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 2103 c.c.. Inoltre, anche con riguardo alla fattispecie di mobbing, il ricorrente obietta che il giudizio della Corte non era stato corretto perchè, dalla lettura complessiva della condotta datoriale, emergeva con chiarezza l’intento persecutorio nei suoi confronti consistito nell’adozione di atti posti in essere dall’azienda in una strategia complessiva diretta alla sua emarginazione dal contesto lavorativo.

3. Con il terzo motivo si denunzia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater nel testo modificato dalla L. n. 228 del 2012. Si rileva che erroneamente la Corte di appello aveva ritenuto sussistenti i presupposti per il versamento di un aggiuntivo importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’appello, pur essendo stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato come provato dalla relativa Delib. di ammissione prodotta quale documento n. 3 del fascicolo di parte del giudizio di appello.

4. Il primo motivo è inammissibile.

5. Nella fattispecie in esame si verte in ipotesi di c.d. “doppia conforme” in fatto (appello depositato il 13.11.2013 e sentenza di secondo grado pubblicata il 9.3.2015) per cui, ex art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, è escluso il controllo sulla ricostruzione di fatto operata dai giudici di merito, sicchè il sindacato di legittimità del provvedimento è possibile soltanto se la motivazione sia affetta da vizi giuridici o manchi del tutto, oppure sia articolata su espressioni ed argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, perplessi o obiettivamente incomprensibili: ipotesi, queste, non ravvisabili negli assunti decisionali della gravata sentenza.

6. Parimenti il secondo motivo non può essere accolto.

7. Si eccepisce, infatti, il vizio di violazione e falsa applicazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, che presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata, mentre il motivo scrutinato è essenzialmente inteso alla sollecitazione del merito della vicenda e alla contestazione della valutazione probatoria operata dalla Corte territoriale, sostanziante il suo accertamento in fatto, di esclusiva spettanza del giudice di merito e insindacabile in sede di legittimità (Cass. 16.12.2011 n. 27197; Cass. 18.3.2011 n. 6288).

8. Il terzo motivo è, invece, fondato.

9. B.C., come comprovato dalla Delib. di ammissione prodotta quale doc. n. 3 del fascicolo di parte del giudizio di appello, è stato ammesso al patrocinio a spese dello stato.

10. Orbene, come affermato in più occasioni da questa Corte (Cass. 2.9.2014 n. 18523; Cass. ord. 18.10.2016 n. 3669; Cass. 15.10.2015 n. 20920), quando la parte è stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato non sussistono le condizioni per l’applicazione del disposto del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater introdotto dalle L. n. 228 del 2012.

11. Infatti, anche se la disposizione di cui all’art. 13 citato non prevede esenzioni per tale ipotesi, la norma deve essere interpretata, sistematicamente, pur sempre nel contesto del provvedimento legislativo in cui è stata inserita a seguito della modifica di cui alla L. n. 228 del 2012, art. 1.

12. Ebbene, il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 131 statuisce che: “Per effetto dell’ammissione al patrocinio e relativamente alle spese a carico della parte ammessa, alcune sono prenotate a debito, altre sono anticipate dall’erario. Tra quelle prenotate a debito rientra il contributo unificato nel processo civile e amministrativo”.

13. Sebbene il raddoppio del contributo si muova nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle pur sempre limitate risorse a sua disposizione ed il suo rilevamento non costituisca un capo del provvedimento di definizione dell’impugnazione dotato di contenuto condannatorio nè di contenuto declaratorio, tuttavia è indubbio che l’applicazione di tale raddoppio, se sia riferibile ad un soggetto ammesso al patrocinio dello stato ovvero ad una amministrazione pubblica, non sia conforme a legge.

14. Nei suddetti casi, infatti, si ha un esonero istituzionale, per valutazione normativa dello loro qualità soggettiva, del materiale versamento del contributo stesso, mediante il meccanismo della prenotazione a debito.

15. Nella specifica fattispecie del soggetto ammesso al patrocinio a spese dello stato, pertanto, se il giudice adito – in sede di decisione – può e deve dichiarare che non sussistono le condizioni per la applicazione del disposto di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, allo stesso modo non si può privare la parte non abbiente di una eventuale tutela giurisdizionale in sede di legittimità nell’ipotesi in cui vi sia stata una erronea determinazione giurisdizionale sul punto da parte dei giudici di appello.

16. Nè può affermarsi che l’eventuale erroneità della indicazione di sussistenza dei presupposti per l’assoggettabilità all’obbligo di un versamento di una somma pari a quella del contributo potrà essere segnalata in sede di riscossione (cfr. Cass. Sez. 6 – 3 ord. 9.11.2016 n. 22867) perchè tale ricostruzione si porrebbe in contrasto con l’art. 6 della CEDU, con riguardo ai tempi ragionevoli del processo e al principio dell’esame equo della propria controversia, e con l’art. 47 della Carta Fondamentale dell’Unione Europea, che afferma che a coloro che non dispongano di mezzi sufficienti è concesso il patrocinio dello Stato qualora ciò sia necessario per assicurare un accesso effettivo alla giustizia, non potendosi, pertanto, ravvisare tale situazione quando il non abbiente debba essere costretto ad azionare più giudizi per ottenere garanzia dei propri diritti.

17. E ciò prescindendo da altri profili processuali di diritto interno, relativi alla circostanza che altre autorità, seppure in sede di riscossione, dovrebbero rivalutare un capo di una pronuncia giurisdizionale definitiva, oppure dal negativo aspetto di politica finanziaria e di bilancio pubblico conseguente al fatto che un altro giudizio (opposizione alla riscossione esattoriale) esporrebbe lo Stato ad un ulteriore esborso per la difesa del non abbiente.

18. Ritenuta, quindi, l’ammissibilità del motivo, avendo il giudizio della Corte di Cassazione per oggetto la conformità o meno all’ordinamento giuridico della decisione adottata (cfr. in motivazione Cass. Sez. Un. 27.10.2016 n. 21691), va rilevato che, nella fattispecie in esame, nel giudizio di appello i giudici di seconde cure non potevano, sebbene l’impugnazione fosse stata rigettata, porre a carico del B. l’ulteriore importo a titolo di contributo, essendo stato quest’ultimo ammesso al patrocinio a spese dello Stato, come risultava dalla documentazione in atti.

19. In conclusione, respinti il primo e secondo motivo, la sentenza deve essere cassata in relazione al terzo e, non essendo necessaria attività istruttoria, decidendo nel merito va dichiarato che non sussistono i presupposti per il versamento, da parte di B.C., di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’appello.

20. L’accoglimento solo in parte del ricorso, che dà luogo ad una situazione di soccombenza reciproca, induce a compensare tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

21. Nulla va disposto in ordine alla liquidazione del compenso al difensore di B.C. (Avv. Francesca Penzo che ha depositato apposita istanza) perchè, secondo la disciplina di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, la competenza sulla liquidazione degli onorari al difensore per il ministero prestato nel giudizio di cassazione spetta, ai sensi dell’art. 83 suddetto decreto, come modificato dalla L. n. 25 del 2005, art. 3 al giudice di rinvio oppure a quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato a seguito dell’esito del giudizio di cassazione ovvero, nel caso di cassazione e decisione sul merito, a quello che sarebbe stato il giudice di rinvio ove non vi fosse stata decisione nel merito (Cass. ord. 13.5.2009 n. 11028; Cass. ord. 12.11.2010 n. 23007).

PQM

 

La Corte rigetta il primo e secondo motivo; accoglie il terzo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara che non sussistono i presupposti per il versamento da parte di B.C. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’appello. Compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 giugno 2017

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