Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13929 del 07/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 07/07/2016, (ud. 09/03/2016, dep. 07/07/2016), n.13929

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21863-2013 proposto da:

R.M., (OMISSIS), R.V. (OMISSIS),

V.D. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA ALBERICO II 33, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO

DAMASCELLI, che li rappresenta e difende giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, (OMISSIS), in persona del Ministro

pro tempore, elettivamente domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende per legge;

– controricorrente –

e contro

S.M., M.B.;

– intimati –

Nonchè da:

S.M., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA ISTRIA 2,

presso lo studio dell’avvocato ELISABETTA TOLLIS, rappresentato e

difeso dagli avvocati GIULIANA SICA, DONATO VITO SCIANNAMEO giusta

procura a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

e contro

V.D. (OMISSIS), MINISTERO ECONOMIA FINANZE

(OMISSIS), R.V. (OMISSIS), R.M.

(OMISSIS), M.B.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 205/2013 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 21/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/03/2016 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA;

udito l’Avvocato ANTONIO DAMASCELLI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza del 9 giugno 1983, il Tribunale di Bari dichiarò il fallimento della società di fatto tra D.P.F. (già dichiarato fallito individualmente con precedente sentenza), S. M., Ro.Mi., M.B. e P.P., nonchè, personalmente dei soci (per quel che qui ancora interessa) S., R. e M.. Successivamente, l’Amministrazione finanziaria chiese l’insinuazione tardiva, in via privilegiata, del credito vantato nei confronti della società di fatto e dei suoi soci, quantificato in Lire 4.304.466.000, a titolo di danni, rivalutati, derivanti dalla perdita dei tributi dovuti per legge pari a Lire 889.697.500, oltre agli interessi. A fondamento della sua pretesa l’erario allegò l’attività svolta dai soggetti falliti, i quali avevano presentato, come conforme alla legge, l’attività di numerose cooperative edilizie da essi costituite, iscrivendo nel libro soci gli acquirenti di immobili a contrattazione conclusa. In tal modo avevano tratto in inganno gli organi dell’amministrazione, dai quali avevano ottenuto indebiti vantaggi, quali esenzioni o agevolazioni fiscali in materia di bollo, iva, irpef, invim e registro. Per questi fatti, il Tribunale penale di Bari aveva dichiarato i S., M. e R. colpevoli del reato di truffa aggravata, e li aveva condannati alle pene di legge, nonchè al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore dell’amministrazione finanziaria, costituitasi parte civile. La Corte d’appello di Bari, con sentenza del 5 novembre 1990, aveva dichiarato non doversi procedere nei loro confronti per il reato di truffa, perchè estinto per amnistia, ma aveva confermato le statuizioni in favore della parte civile, divenute definitive a seguito della sentenza con la quale in data 28 febbraio 1992 la corte di cassazione aveva rigettato o dichiarato inammissibili le impugnazioni degli interessati.

Con sentenza del 1 febbraio 1997, il tribunale fallimentare rigettò la domanda d’insinuazione, per insussistenza di responsabilità della società di fatto, e, quanto ai predetti S., R. e M., per infondatezza stante la mancanza di prove sul quantum. Contro la sentenza, l’amministrazione propose appello. Il giudizio fu sospeso in attesa della definizione di quello di opposizione alla dichiarazione di fallimento. In effetti, con sentenza 2 novembre 1997, la corte pugliese, accertata l’inesistenza della società di fatto, ne revocò il fallimento. L’amministrazione riassunse pertanto il giudizio nei confronti dei soci ritornati in bonis, e, per quel che qui interessa, di S.M., M.B. e degli eredi di Ro.Mi., V.D., V. e R. M.. Con sentenza depositata il 21 gennaio 2004, la Corte d’appello di Bari dichiarò inammissibile la riassunzione della causa sospesa nei confronti dei soci tornati in bonis sopra indicati, perchè contro di essi non era stata formulata solo una domanda di accertamento del credito – come nei confronti dei soci falliti –

bensì anche una domanda di condanna al pagamento della somma dovuta, e dunque una domanda nuova e diversa rispetto a quella avanzata originariamente con il ricorso per insinuazione tardiva. Detta riassunzione sarebbe stata in ogni caso illegittima, per lesione dei diritti di difesa, nelle pregresse fasi della causa, dei soci tornati in bonis, e per la diversità del regime probatorio nei loro confronti e nei confronti del fallimento. La corte del merito aggiunse che il gravame sarebbe stato infondato anche nel merito, perchè – una volta esclusa l’esistenza di una società di fatto tra i diversi soggetti convenuti – non è possibile valutare le singole posizioni degli appellati l’una in funzione dell’altra, rendendo intercomunicanti le prove; con la conseguenza che i soggetti non condannati al risarcimento del danno non possono essere pregiudicati dalle sentenze penali emesse nei confronti di quelli condannati. Con specifico riferimento alle posizioni dei soci S. e M., e degli eredi R., l’amministrazione avrebbe potuto agire nei confronti degli assegnatari degli alloggi delle cooperative per recuperare i tributi evasi, sia perchè sarebbe stato necessario quantificare esattamente l’ammontare dell’evasione con apposito avviso, al fine di scongiurare il pericolo della duplicazione di azioni recuperatorie, in sede tributaria e in sede fallimentare. Per la cassazione della sentenza propose ricorso per cassazione l’amministrazione. Con sentenza del 17 luglio 2007 n. 15934 la Corte di legittimità accolse il ricorso e cassò con rinvio l’impugnata sentenza, ritenendo che il giudicato formatosi in conclusione del giudizio penale, rende certa la sussistenza dei fatti illeciti ascritti ai convenuti e che del pari incontrovertibile è la sussistenza del nesso causale tra detti illeciti ed il danno erariale che possa esserne derivato, residuando per il giudice civile il solo compito di verificare la sussistenza del danno medesimo e il suo ammontare.

2. La Corte d’Appello di Bari, con sentenza n. 936 del 21 marzo 2013 ha condannato S.M., M.B. e gli eredi di Ro.Mi., V.D., V. e R.M., in solido tra loro al pagamento in favore della Amministrazione della somma complessiva di Euro 833.832,86 da rivalutare a far data dal 1 gennaio 1995 fino all’attualità.

3. Avverso tale decisione, V.D., M. e R. V. propongono ricorso in Cassazione sulla base di 2 motivi, illustrati da memoria. Sono state depositate in udienza anche repliche al Procuratore Generale.

3.1. Resiste con controricorso e ricorso incidentale adesivo S. M.. Resiste con controricorso il Ministero per l’Economia e Finanza.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

4.1. Con il primo motivo, i ricorrenti deducono la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c. in combinato disposto con l’art. 2697 c.c., comma 1, art. 384 c.p.c., art. 2699 c.c. denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3″. Lamentano che la sentenza della Suprema Corte abbia distinto tra responsabilità tributaria dei contraenti; la società di fatto e, responsabilità extra contrattuale dei resistenti autori del fatto illecito. Di talchè compito del giudice del rinvio sarebbe stato quello di accertare la sussistenza in concreto del nesso di causalità fra il fatto illecito ed il danno erariale sulla base di fatti generatori distinti dalle violazioni proprie della società. Tanto che, come sopra riportato fedelmente, la sentenza oggi impugnata premette di tener fuori dal perimetro del thema decidendum la pronuncia del giudice tributario di annullamento dell’accertamento. La corte d’appello di Bari, invece, ha individuato l’an del danno nella minore entrata da parte dell’erario ed il quantum nella relazione redatta dall’ispettore Cianciotta. Sempre secondo i ricorrenti l’aver dato atto la Suprema Corte della sussistenza di un nesso causale tra illeciti penalmente riconosciuti e danno erariale non significa però che il danno erariale si sia verificato tanto che la sentenza dei giudici di legittimità resa nel giudizio rescindente ha demandato al giudice di merito l’accertamento della sussistenza del danno medesimo. Quindi, ha errato la Corte di Appello che ha identificato il danno risarcibile in quello erariale, ovvero, nella mancata riscossione delle entrate tributarie, già oggetto dell’avviso di accertamento annullato successivamente in via definitiva dalla commissione tributaria di primo grado di Bari, venendo meno all’indagine disposta dal giudice che avrebbe dovuto accertare la diretta relazione fra fatto colposo dei singoli e il danno economico reclamato. Il motivo è infondato. Occorre prima di tutto esaminare se la Corte di appello si è attenuta alla al principio di diritto espresso nella sentenza di rinvio di questa Corte e cioè se abbia verificato l’an ed il quantum del danno posto dalla condotta illecita dei ricorrenti. Il Giudice del merito, pertanto, seguendo il percorso logico indicato e delimitato dalla sentenza ha verificato quanto segue. Primo, il punto di partenza, è accertata la condotta illecita di tutti i ricorrenti (con sentenza penale). Secondo, tale condotta ha causato un danno, consistente nelle minori entrate tributarie subite dall’erario in conseguenza dell’artificiosa creazione (condotta illecita dei ricorrenti) dell’apparato societario e dall’attività edilizia realizzata attraverso quest’ultimo, al solo fine di eludere il Fisco, per conseguire indebite agevolazioni (del resto il danno all’erario altro non poteva essere che le minori entrate tributarie dovute ad un’attività illecita). Terzo, individuazione del danno. Danno provato dall’Amministrazione finanziaria attraverso la c.d. relazione redatta dall’ispettore Gi. del 10 maggio 1995, prot. N. 41/49 limitatamente ai dati cui è possibile attribuire fede privilegiata. Pertanto nessuna delle violazioni lamentate dai ricorrenti è in grado di scalfire l’impalcatura della sentenza del giudice del merito che ha, come detto, correttamente accertato nell’ambito del giudizio civile l’an ed il quantum del danno erariale posto in essere dalla condotta illecita dei ricorrenti.

4.2. Con il secondo motivo, denunciano la ” l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio. Motivazione apparente. Denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5″. Il ricorrente sostiene che nelle memorie di replica aveva richiamato i limiti e le deficienze della relazione ispettiva, rispetto ai quali la sentenza è stata omissiva, mentre ha fatto propria acriticamente le risultanze della relazione, così omettendo di valutare la prova offerta dall’odierno ricorrente.

Anche tale motivo è infondato. Il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Scompare, invece, nella nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata e, accanto al vizio di omissione (che pur cambia in buona misura d’ambito e di spessore), non sono più menzionati i vizi di insufficienza e contraddittorietà. Al riguardo, si ricorda il principio affermato dalle Sezioni Unite secondo cui la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5) “deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”” (cfr. Cass. civ., Sez. Unite, 22/09/2014, n. 19881; Cass. 21152/2014). Alla luce dell’enunciato principio, risulta che i ricorrenti, del dato formale, non hanno rispettato i limiti di deducibilità del vizio motivazionale imposti dalla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 6, n. 5 e si limitano a richiedere la revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di omesso esame… ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa.

Tra l’altro il giudice del merito ha spiegato in sei pagine (cfr.

pag. 9-14 della sentenza) i motivi per cui si è avvalso della relazione dell’ispettore Ci. e come, sempre sulla base di questa, ha quantificato il danno.

5. Ricorso incidentale adesivo di S.M..

5.1. Il primo motivo è sovrapponibile al primo motivo del ricorso principale e valgono quindi le medesime motivazioni.

5.2. Con il secondo motivo il ricorrente incidentale lamenta invece che la sentenza impugnata abbia fatto malgoverno della disciplina civilistica relativa all’atto pubblico ex art. 2700 c.c., avendo ritenuto che la relazione Ci. fosse inquadrabile come atto fidefaciente fino a querela di falso in ordine ad atti che hanno richiesto una valutazione critica da parte del pubblico ufficiale. Il motivo è infondato. Il giudice del merito non è incorso nella violazione a lui addebitata. Come già detto, la corte territoriale ha differenziato tra gli atti compiuti dal pubblico ufficiale Ci. che hanno fede privilegiata da quelli che hanno richiesto una valutazione discrezionale dell’ispettore e che per questo motivo non sono stati presi in considerazione dal giudice.

6. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

la Corte, decidendo sui ricorsi riuniti, rigetta il ricorso principale ed il ricorso incidentale condanna i ricorrenti principali e il ricorrente incidentale in solido al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 10.200,00 oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte suprema di Cassazione, il 9 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2016

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