Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13863 del 07/07/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. I, 07/07/2016, (ud. 07/06/2016, dep. 07/07/2016), n.13863

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVAGO Salvatore – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19782/2010 proposto da:

E.R.A.P. – ENTE REGIONALE PER LE ABITAZIONI PUBBLICHE DI ANCONA, già

I.A.C.P. – ISTITUTO AUTONOMO CASE POPOLARI della Provincia di ANCONA,

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA VITTORIA COLONNA 32, presso l’avvocato

ANDREA CARBONE, rappresentato e difeso dall’avvocato MANUEL

PIRAS, giusta procura speciale per Notaio Dott. ROBERTO STACCO di

ANCONA – Rep. n. 206809 del 19.5.2016;

– ricorrente –

contro

CAMPANELLI COSTRUZIONI S.R.L.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 382/2009 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 05/06/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/06/2016 dal Consigliere Dott. MARIA GIOVANNA C. SAMBITO;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato PIRAS MANUEL (con procura

Notaio) che si riporta;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SORRENTINO Federico, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 28.11.1988, lo IACP della Provincia di Ancona convenne in giudizio innanzi al Tribunale di quella Città la Società Campanelli Costruzioni S.r.l., e, premettendo di aver stipulato con la convenuta un appalto per la costruzione di complessivi trenta alloggi, ultimati il 16.4.1988, espose che, successivamente agli eventi tellurici del 1997, il fabbricato aveva subito danni riconducibili a vizi e difformità delle murature di tompagno rispetto alle previsioni di capitolato, e chiese la condanna della convenuta al risarcimento del danno, pari a Lire 50.000.000. La Società eccepì la decadenza e la prescrizione, evidenziando che le difformità erano conosciute ed accettate dal Committente, che aveva collaudato l’opera.

Il Tribunale adito dichiarò inammissibile la domanda per difetto d’interesse ad agire, data l’accertata indeterminatezza di causa petendi e petitum.

Su gravame dell’Istituto, la Corte d’Appello di Ancona, con sentenza depositata il 5.6.2009, evidenziò che, con la citazione introduttiva del giudizio, l’appellante aveva proposto un’azione contrattuale ex art. 1667 c.c., sicchè le domande avanzate in appello e volte alla condanna della Società per responsabilità ex delictu, o per rovina dell’edificio ex art. 1669 c.c., era inammissibili, ai sensi dell’art. 345 cpc. La Corte rigettò nel merito la domanda contrattuale proposta, perchè prescritta, ex art. 1667 c.c., comma 3, applicabile anche nell’appalto di opera pubblica.

Per la cassazione di tale sentenza, ricorre l’ERAP, già IACP, con quattro motivi. L’intimato non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo, deducendo la violazione dell’art. 345 c.p.c., il ricorrente lamenta che la Corte territoriale ha errato nel valutare la domanda sotto la sola prospettiva dell’art. 1667 c.c., tenuto conto che “i fatti rilevanti prospettati (in riferimento non solo alle allegazioni, ma anche alle istanze istruttorie articolate sin dal primo grado di giudizio) ed il bene della vita del quale si chiedeva la tutela erano non solo esaurientemente prospettati, ma erano anche rimasti inalterati in tutti i gradi del giudizio”.

2. Col secondo mezzo, si denuncia la violazione dell’art. 1667 c.c..

Il ricorrente afferma che: a) prima degli eventi sismici del 1997, non era possibile verificare ad occhio nudo che le murature erano “di materiale non conforme”; b) che i vizi e le difformità non erano da lui conosciuti nè erano conoscibili prima del deposito della relazione del CTU in sede di ATP, in relazione alla quale la domanda doveva ritenersi tempestiva, non avendo l’appaltatrice provato la conoscenza dei vizi in epoca precedente. Pertanto esso ricorrente aveva chiesto ravvisarsi gli estremi del reato di cui all’art. 356 c.p., il cui accertamento risultava rilevante in riferimento all’azione ex art. 1667 c.c., proposta, in quanto i vizi erano stati dolosamente occultati, e tale circostanza era idonea ad esonerarlo dall’obbligo della relativa denuncia.

3. Col terzo motivo, si denuncia la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.. Il ricorrente lamenta che i giudici d’appello hanno operato un’inversione dell’onere della prova della data di conoscenza dei vizi, quando, invece, trattandosi di vizi occulti, il termine biennale doveva farsi decorrere dalla relativa scoperta e non dalla consegna dell’opera.

4. Col quarto motivo, il ricorrente deduce il vizio di motivazione in cui è incorsa la Corte, laddove ha ritenuto il collaudo costituisse il dies a quo del termine di prescrizione, senza motivare in relazione alla natura di vizi e difformità e senza tener conto del suo comportamento improntato a buona fede.

5. Il ricorso è inammissibile per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis. In base a tale norma, la censura con cui si deduce un vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4, deve, all’esito della sua illustrazione, tradursi in un quesito finalizzato all’enunciazione del principio di diritto, come attestato dall’art. 384 c.p.c., mentre, ove venga in rilievo il motivo di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5, è richiesta l’esposizione chiara e sintetica del fatto controverso, in relazione al quale la motivazione si assume rispettivamente, omessa, contraddittoria, o inidonea a giustificare la decisione (cfr. Cass. n. 4556 del 2009).

6. Questa Corte ha, poi, precisato (Cass. n. 3530 del 2012) che, in relazione ad una censura in diritto, il quesito assolve alla funzione di integrare il punto di congiunzione tra la soluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, e deve, appunto, far comprendere dalla sua sola lettura, l’errore asseritamente compiuto dal giudice di merito e la regola applicabile, mentre, in relazione al vizio di motivazione, il c.d. quesito di fatto deve consentire l’immediata individuazione del fatto decisivo e controverso, non essendo sufficiente che lo stesso sia rilevabile dal complesso della censura proposta (cfr. Cass. n 24255 del 2011). 7. Il ricorrente avrebbe, quindi, dovuto corredare ogni censura con il relativo quesito, e ciò non ha fatto, non avendo, invero, formulato quesito alcuno. Deve, appena, aggiungersi che l’abrogazione dell’art. 366-bis c.p.c. (disposta dalla L. n. 69 del 2009, art. 47) è diventata efficace (della medesima L. n. 69 del 2009, ex art. 58, comma 5) per i ricorsi avanzati avverso i provvedimenti pubblicati successivamente alla data di entrata in vigore della medesima legge (4 luglio 2009), con la conseguenza che per quelli pubblicati, come nella specie, antecedentemente (e dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006) tale norma va, ancora, applicata (Ord. n. 7119/2010, Cass. n. 26364/2009). 8. Ad abundantiam va aggiunto che il ricorso è totalmente generico, sia in relazione al contenuto delle domande svolte in prime cure, sia in relazione alla consistenza di vizi e difformità, e che lo stesso attinge al fatto in relazione alla conoscibilità dei vizi ed alla data della loro scoperta.

9. Non va disposto sulle spese in assenza di attività difensiva dell’intimata.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, il 7 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA