Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13818 del 06/07/2020

Cassazione civile sez. trib., 06/07/2020, (ud. 27/01/2020, dep. 06/07/2020), n.13818

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – rel. Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3276-2013 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA VIA DEI PORTOGHESI l2, presso

l’AVVOCATO GENERALE DELLO STATO, che rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

G.F., elettivamente domiciliato in ROMA P.ZA MARTIRI DI

BELFIORE 2, presso lo studio dell’avvocato GAETANO ALESSI,

rappresentato e difeso dall’avvocato PIETRO RABIOLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 168/2012 della COMM. TRIB. REG. di PALERMO,

depositata il 18/10/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/01/2020 dal Consigliere Dott. LUCIO NAPOLITANO.

Fatto

RILEVATO

che:

L’Agenzia delle Entrate, a seguito di processo verbale di costatazione a conclusione di verifica presso l’impresa edile di G.F., notificò a quest’ultimo avviso di accertamento per l’anno 2006, riprendendo a tassazione le maggiori imposte IRPEF, IRAP ed IVA ritenute dovute, oltre sanzioni ed interessi, sul presupposto di maggiori ricavi non contabilizzati, sia riguardo alla quantificazione delle rimanenze, non supportata dalla necessaria documentazione contabile, sia con riferimento all’entità di pretese anticipazioni del titolare della ditta individuale, ulteriormente incrementato di Euro 74.450,25 rispetto all’anno precedente, sebbene per l’anno 2006 risultasse un utile d’impresa di Euro 50.712,39.

Il G. impugnò l’atto impositivo dinanzi alla Commissione tributaria provinciale (CTP) di Agrigento, che rigettò il ricorso.

Avverso la decisione di primo grado il contribuente propose appello nei confronti dell’Agenzia delle Entrate dinanzi alla Commissione tributaria regionale (CTR) della Sicilia, che, con sentenza n. 168/30/12, depositata il 18 ottobre 2012, in riforma dell’impugnata sentenza, accolse in toto l’originario ricorso del contribuente.

Avverso la sentenza della CTR l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, cui il contribuente resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la ricorrente Agenzia delle Entrate denuncia violazione di legge per falsa applicazione ed erronea applicazione del D.P.R. n. 570 del 1996, art. 1 ed istruzioni allegate allo studio di settore (OMISSIS), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nella parte in cui, facendo generico riferimento alle dichiarazioni rese al 31 dicembre 2005 ed al 31 dicembre 2006 allegate al libro degli inventari, senza peraltro esplicitarne il contenuto, ha finito con il ritenere attendibili le scritture contabili, sebbene i criteri per la valutazione delle rimanenze non fossero stati indicati nella nota integrativa e nel libro degli inventari.

2. Con il secondo motivo l’Amministrazione ricorrente censura l’impugnata sentenza per insufficiente e/o omessa motivazione su di un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, concernente l’omessa indicazione dei criteri di valutazione delle rimanenze, come invece dovuto, nella nota integrativa o nel libro degli inventari.

3. Con il terzo motivo, infine, l’Amministrazione finanziaria lamenta violazione di legge per erronea e falsa del D.P.R. n. 60 del 1973, art. 32 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella parte in cui la sentenza impugnata, a fronte di una contabilità inattendibile, non ha valutato che, per effetto delle disposizioni indicate in rubrica, sarebbe spettato al contribuente l’onere di provare che i finanziamenti del titolare sui conti correnti aziendali non derivassero da ricavi, onere che non poteva considerarsi assolto sulla base di mere affermazioni, non supportate da alcuna specifica documentazione.

4. In primo luogo devono essere esaminate le eccezioni d’inammissibilità dell’avverso ricorso che il contribuente ha svolto nei paragrafi I e II del proprio controricorso.

4.1. Quanto alla prima, il contribuente assume che, nella fattispecie in esame, sarebbe decorso il termine breve per la proposizione del ricorso per cassazione avverso la sentenza della CTR, in quanto detta pronuncia sarebbe stata notificata all’Agenzia delle Entrate in data 15 novembre 2012 (e non il 21 novembre 2012, come indicato dall’Amministrazione), allorquando il G., nel proporre istanza di sgravio in forza della sentenza d’appello ad esso favorevole, depositò presso la Direzione provinciale di Agrigento dell’Agenzia delle Entrate la sentenza in questione.

4.1.1. Dal controllo del fascicolo d’ufficio, cui la Corte è tenuta quale giudice del relativo fatto processuale, è dato rilevare che – a prescindere da ogni ulteriore rilievo in punto di difetto di sottoscrizione da parte del funzionario addetto alla ricezione dell’atto-risulta che l’istanza di sgravio del G., alla quale è stata allegata la sentenza della CTR qui oggetto di ricorso da parte dell’Amministrazione finanziaria, è stata acquisita a protocollo n. (OMISSIS) come da timbro datario dell’Agenzia delle Entrate di Agrigento in data 21.11.2012.

4.1.2. Ne consegue che, quand’anche si volesse attribuire a detto deposito, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 61, in relazione all’art. 38, nella formulazione applicabile ratione temporis, ed all’art. 16 dello stesso decreto, idoneità a far decorrere il termine breve d’impugnazione, detto termine non sarebbe comunque decorso, essendo il 21 gennaio 2013, lunedì, l’ultimo giorno per la proposizione del ricorso per cassazione, essendo il termine di sessanta giorni dalla notifica della sentenza per la proposizione del ricorso per cassazione, cadente il 20 gennaio, domenica, prorogato al primo giorno utile successivo.

4.2. E’ infondata l’eccezione d’inammissibilità del ricorso per mancata formulazione dei quesiti, secondo il disposto dell’art. 366 bis c.p.c..

Nella fattispecie in esame la sentenza della CTR oggetto di ricorso per cassazione è stata depositata il 18 ottobre 2012, successivamente, quindi, all’entrata in vigore (4 luglio 2009), della L.18 giugno 2009, n. 69.

La cit. L. n. 69 del 2009, art. 47, comma 1, lett. d), ha, infatti, abrogato il succitato art. 366 bis c.p.c. che, per quanto qui rileva, prevedeva, a pena d’inammissibilità, che ciascun motivo formulato a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si concludesse con il relativo quesito di diritto, mentre nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, richiedeva che la censura articolata in relazione a tale parametro normativo contenesse il c.d. “momento di sintesi”, avendo a sua volta la medesima L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, stabilito che “le disposizioni di cui all’art. 47 si applicano alle controversie nelle quali il provvedimento impugnato con il ricorso per Cassazione è stato pubblicato, ovvero, nei casi in cui non sia prevista la pubblicazione, depositato successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge”.

5. Venendo quindi all’esame del primo motivo di ricorso, esso è fondato e va accolto.

5.1. E’ incontroverso, in fatto, che, a seguito della verifica compiuta presso l’impresa individuale G.F., esercente attività di lavori edili, sia emerso che non fossero indicati i criteri adottati per la valutazione delle rimanenze, nella nota integrativa o nel libro degli inventari.

Ciò, in relazione al disposto del D.P.R. 16 settembre 1996, n. 570, art. 1, comma 1, lett. d), integra un’ipotesi d’irregolarità considerata grave, con valutazione tipizzata dalla norma in esame, nella tenuta delle scritture obbligatorie degli esercenti dell’attività d’impresa, tale da rendere inattendibile la contabilità ordinaria di detti soggetti.

5.2. Legittimo è dunque il ricorso da parte dell’Ufficio, all’accertamento analitico – induttivo, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett. d) e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, riguardo all’IVA, le presunzioni ivi previste non identificandosi, come ritenuto dalla CTR, con la mera “presunzione parametrica”, non essendo l’accertamento basato sul solo studio di settore indicato in rubrica, ma altresì su una serie di altri elementi, quali la mancata indicazione dell’estensione del locale adibito all’esercizio dell’attività d’impresa, del contratto di fornitura di energia elettrica e del consumo di carburanti, la cui idoneità a concorrere a formare un quadro probatorio costituito appunto da presunzioni gravi, precise e concordanti, non è stato adeguatamente valutato dalla sentenza impugnata, nè in relazione alla relativa idoneità di ciascuna ad assumere in sè detta valenza, nè, successivamente, nella considerazione globale degli anzidetti elementi, come richiesto, quanto alla tenuta logica del ragionamento inferenziale, dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr., tra le molte, specificamente in tema di accertamento tributario presuntivo, Cass. sez. 6-5, ord. 2 marzo 2017, n. 5374; Cass. sez. 5, 6 giugno 2012, n. 9108).

5.3. La censura, così come quella di cui al terzo motivo, oggetto di esame nel paragrafo successivo, si colloca quindi, diversamente da quanto prospettato dal controricorrente, nell’ambito della denuncia di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, dovendosi escludere che sub specie del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’Amministrazione finanziaria ricorrente abbia in realtà inteso sollecitare alla Corte – ciò che è precluso in questa sede – una diversa valutazione degli elementi istruttori rispetto a quella effettuata dal giudice di merito.

6. Considerazioni analoghe giustificano l’accoglimento del terzo motivo.

6.1. Va premesso che il riferimento, in rubrica, al parametro normativo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si pone come frutto di un mero errore materiale, essendo chiaramente svolta la censura, oltre che nella stessa rubrica, anche nella sua articolazione, come violazione e falsa applicazione di norme di diritto. 6.2. Premessa dunque l’ammissibilità del motivo (cfr., ex multis, Cass. sez. 6-5 ord. 7 novembre 2017, n. 26310; Cass. sez. 6-5, ord. 27 ottobre 2017, n. 25557; Cass. sez. 6-3, ord. 20 febbraio 2014, n. 4036), la decisione impugnata ha sostanzialmente sovvertito il criterio di riparto dell’onere della prova, qui peraltro basata su presunzione legale relativa, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 32 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, riguardo all’IVA, ulteriormente corroborata dal confronto anche con gli esercizi immediatamente precedenti, quanto alla qualificazione dei versamenti del titolare sul conto aziendale come ricavi non contabilizzati, fossero di fatto superate dalla mera allegazione, del contribuente, priva di qualsiasi riscontro documentale, circa la loro qualificazione in termini appunto di finanziamenti all’impresa.

7. Alla stregua delle considerazioni che precedono, resta assorbito il secondo motivo di ricorso.

8. La sentenza impugnata va, per l’effetto, cassata in relazione all’accoglimento del primo e terzo motivo, con rinvio per nuovo esame alla Commissione tributaria regionale della Sicilia in diversa composizione, che provvederà anche in ordine alla disciplina delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso in relazione al primo ed al terzo motivo, assorbito il secondo.

Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Sicilia in diversa composizione, cui demanda anche di provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 27 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2020

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