Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13798 del 31/05/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 31/05/2017, (ud. 10/01/2017, dep.31/05/2017),  n. 13798

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9737-2014 proposto da:

M.G. C.F. (OMISSIS), T.L. (OMISSIS), domiciliato

in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI

CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCO FOCARETA,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

ALLIANZ S.P.A. c.f. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma Via Panama 88, presso

lo studio dell’avvocato GIORGIO SPADAFORA, che la rappresenta e

difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

nonchè contro

ALBASERVICE Soc. Coop. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma Via

Cosseria 5 presso lo studio dell’avvocato GUIDO FRANCESCO ROMANELLI

che la di fende unitamente all’avvocato Gragnoli Enrico, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

nonchè contro

UNIPOL ASSICURAZIONI S.P.A. C.F. (OMISSIS), già Fondiaria – Sai

Ass.ni S.p.a, già Milano Ass.ni S.p.a. e Aurora Ass.ni S.p.a., in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in Roma Via Delle Fornaci 38, presso lo studio

dell’avvocato FABIO ALBERICI che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato RICCARDO MOLLAME, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1162/2013 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 08/10/2013 R.G.N. 576/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/01/2017 dal Consigliere Dott. AMENDOLA FABRIZIO;

udito l’Avvocato FRANCO FOCARETA;

udito l’Avvocato ENRICO GRAGNOLI;

udito l’Avvocato FABIO ALBERICI per delega Avvocato RICCARDO MOLLAME;

udito l’Avvocato ANTONIO MANGANIELLO per delega Avvocato GIORGIO

SPADAFORA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI RENATO che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso per quanto di ragione.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di Appello di Bologna ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva respinto il ricorso proposto da M.G. e T.L. volto ad ottenere il risarcimento di tutti i danni conseguenti all’infortunio mortale subito in data (OMISSIS) dal loro congiunto T.F., dipendente della società cooperativa Albaservice, appaltatrice dei lavori di pulizia dello stabilimento della Mape Spa.

La Corte territoriale, conformemente al primo giudice, esclusa la sussistenza di un appalto di manodopera vietato, ha ritenuto che l’infortunio mortale era da attribuirsi a responsabilità esclusiva del T.. Ha accertato che costui, alla guida di un carrello elevatore rovesciatosi sulla rampa, in discesa, di ingresso dello stabilimento, stava trasportando rifiuti civili raccolti all’interno degli uffici da una collega e ciò unicamente al fine di fare una cortesia alla medesima, “essendo incontestata la circostanza che nessuna mansione gli era stata attribuita da Albaservice (e prima ancora da Mape) con riferimento a detti uffici”; ha rilevato che per tale trasporto non solo non era stata data alcuna disposizione di utilizzare il citato muletto ma che tale trasporto doveva e poteva essere agevolmente eseguito mediante l’utilizzo di carrelli con ruote che altrettanto agevolmente potevano essere spinti verso il punto di raccolta di tali rifiuti urbani; ha evidenziato che “il T., nell’utilizzo non legittimo di tale carrello elevatore, neppure ha utilizzato le cinture di sicurezza di cui tale carrello elevatore era regolarmente dotato ed il cui uso, ben specificato da un cartello applicato su tale carrello in posizione ben visibile, avrebbe senz’altro evitato il decesso del T. in caso, come avvenuto, di ribaltamento del carrello elevatore”.

2. Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso gli eredi di T.F., nella qualità. Ha resistito la società cooperativa a r.l. Albaservice con controricorso. Hanno resistito altresì Allianz Spa e Unipol Assicurazioni Spa, compagni assicuratrici evocate in giudizio. Non ha svolto attività difensiva Mape Spa. Le società costituite hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia omesso esame di un fatto decisivo per avere i giudici del merito ritenuto che al T. non competesse la raccolta dei rifiuti assimilabili agli urbani e che, pertanto non dovesse percorrere il tratto in pendenza sul quale il muletto si era ribaltato; si sarebbe trascurato di considerare che oggetto del contratto di appalto “era la raccolta di rifiuti civili ed industriali negli uffici, nello stabilimento, mensa, spogliatoi, etc.”.

Con il secondo motivo, sempre a mente dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si lamenta che lo stesso contratto non distingueva tra rifiuti speciali e rifiuti civili, ma solo tra rifiuti pesanti o voluminosi, contestando così la conclusione della Corte secondo cui il trasporto di detti rifiuti sarebbe stato vietato.

Entrambi i motivi sono inammissibili perchè investono pienamente la quaestio facti, pretendendo una ricostruzione alternativa della vicenda storica che ha dato origine alla controversia, sicuramente vietata dal novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014.

Le Sezioni unite hanno infatti espresso su tale norma i seguenti principi di diritto: a) la disposizione deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 disp. prel. c.c., come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”; b) il nuovo testo introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia); c) l’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze istruttorie; d) La parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso.

Le censure in esame risultano largamente irrispettose di tali enunciati, traducendosi nella sostanza in un diverso convincimento rispetto a quello espresso dai giudici del merito nella valutazione del materiale probatorio, lamentando poi l’omessa considerazione da parte della Corte territoriale che l’appalto avesse ad oggetto anche il trasporto di rifiuti civili, circostanza che comunque non avrebbe alcun carattere di decisività, intesa nel senso che se valutata avrebbe condotto ad un esito della lite diverso con prognosi di certezza e non di probabilità, posto che anche ad ammetterla come vera certamente essa non implicava necessariamente che il T., tra gli operatori impegnati nell’appalto avesse quel compito, fatto invece escluso dalla Corte bolognese.

2. Con il terzo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto” non meglio specificate in rubrica. Ci si duole che la Corte non avrebbe espressamente motivato su di una prassi consolidata in azienda circa la modalità di raccolta dei rifiuti ritenuta espressamente vietata. Si deduce la violazione del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 35, comma 2 e art. 89, comma 2, per non avere l’azienda adottato misure tecniche ed organizzative adeguate per ridurre al minimo i rischi connessi all’uso del carrello elevatore ed il T. non sarebbe stato informato che il nuovo carrello elevatore, a differenza del vecchio, non poteva essere utilizzato su pendenze.

Anche tale motivo è inammissibilmente formulato perchè, come noto, il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre o non ricorre – a prescindere dalla motivazione (che può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto) posta dal giudice a fondamento della decisione – per l’esclusivo rilievo che, in relazione al fatto accertato, la norma non sia stata applicata quando doveva esserlo, ovvero che lo sia stata quando non si doveva applicarla, ovvero che sia stata “male” applicata, e cioè applicata a fattispecie non esattamente comprensibile nella norma (tra le molteplici, Cass. n. 26307 del 2014; Cass. n. 22348 del 2007). Sicchè il sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata perchè è quella che è stata operata dai giudici del merito; al contrario, laddove si critichi la ricostruzione della vicenda storica quale risultante dalla sentenza impugnata, si è fuori dall’ambito di operatività dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e la censura è attratta inevitabilmente nei confini del sindacabile esclusivamente ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione tempo per tempo vigente, vizio che appunto postula un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti.

Il motivo in esame denuncia dunque, in forma inappropriata, la mancata valutazione di un fatto ad opera dei giudici di merito, che peraltro non ha neppure esso carattere di decisività, visto che la Corte bolognese ha in proposito ritenuto irrilevanti dette allegazioni “alla luce dell’esclusivo uso cui doveva essere impiegato tale carrello elevatore e consistente esclusivamente nel trasporto dei c.d. rifiuti industriali lungo un percorso adeguatamente segnalato da una linea gialla e del tutto in piano” e che comunque non risulta neanche efficacemente censurato l’altro rilievo dei giudici d’appello secondo cui “il T., nell’utilizzo non legittimo di tale carrello elevatore, neppure ha utilizzato le cinture di sicurezza di cui tale carrello elevatore era regolarmente dotato ed il cui uso, ben specificato da un cartello applicato su tale carrello in posizione ben visibile, avrebbe senz’altro evitato il decesso del T. in caso, come avvenuto, di ribaltamento del carrello elevatore”.

3. Con il quarto motivo, privo di qualsiasi rubrica, si impugna la sentenza per avere mandato esente da responsabilità la Mape Spa in quanto la Corte di Appello avrebbe affermato che “in presenza di un contratto di manodopera genuino il committente non avrebbe alcun obbligo di vigilanza nè di informazione, specie in presenza di lavoratore esperto”. Si sostiene che la società appaltatrice Mape, per aver dato in comodato un carrello elevatore nuovo senza adeguata informazione, sarebbe responsabile in solido con la cooperativa Albaservice ai sensi dell’art. 2087 c.c. e del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 7.

Il motivo è inammissibile perchè, oltre ad essere privo di adeguata specificità, è affetto dal vizio della novità, non riscontrandosi nella sentenza impugnata l’affermazione circa l’esclusione di responsabilità del committente per la ragione denunciata.

Secondo giurisprudenza consolidata di questa Suprema Corte qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (tra molte: Cass. SS. UU. n. 2399 del 2014; Cass. n. 2730 del 2012; Cass. n. 20518 del 2008; Cass. n. 25546 del 2006; Cass. n. 3664 del 2006; Cass. n. 6542 del 2004).

4. Pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile e le spese seguono la soccombenza liquidate come da dispositivo in favore di Soc. coop. Albaservice, di Allianz Spa e di Unipol Assicurazioni Spa.

Occorre dare atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento in favore di ciascuna delle parti controricorrenti delle spese liquidate in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15 % e accessori secondo legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 10 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2017

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