Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13781 del 31/05/2017

Cassazione civile, sez. II, 31/05/2017, (ud. 16/02/2017, dep.31/05/2017),  n. 13781

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12933-2013 proposto da:

S.S.E., ((OMISSIS)) in proprio e nella sua

qualità di erede di B.P., domiciliato ex lege in ROMA,

PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA della CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato DONATA COLOMBO;

– ricorrente –

contro

B.L., ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIALE CARSO 63, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO BURIGANA,

rappresentato e difeso dall’avvocato MARCO MAINETTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1182/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 19/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/02/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO;

udito l’Avvocato DONATA COLOMBO, difensore del ricorrente, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato FRANCESCO BURIGANA, con delega dell’Avvocato MARCO

MAINETTI difensore del controricorrente, che ha chiesto il rigetto

del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

I FATTI DI CAUSA

1. B.L. conveniva in giudizio B.P. e S.S.E. innanzi al Tribunale di Como, perchè fosse loro ordinato di lasciare libero un appartamento che costoro detenevano illegittimamente, dopo il decesso di Q.P. (madre del B. e suocera dello S.), ai quali l’attore aveva concesso l’immobile in comodato gratuito, nonostante fosse stata loro inviata una comunicazione di scioglimento del contratto.

I convenuti, costituitisi, avevano chiesto il rigetto della domanda e, spiegando domanda riconvenzionale, che venisse dichiarato l’acquisto per usucapione da parte dei medesimi del predetto appartamento, posseduto da ben oltre vent’anni, in modo pieno ed esclusivo senza contestazione.

Con sentenza del 24 marzo 2009 il Tribunale rigettò la domanda attorea e accolse quella riconvenzionale, dichiarando, quindi l’acquisto per usucapione dell’immobile da parte dei convenuti.

La Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata il 19 marzo 2013, riformata quella di primo grado, rigettò la riconvenzionale ed accolse la domanda principale, condannando lo S. (durante il corso del giudizio d’appello era venuta a mancare B.P.) a rilasciare l’immobile.

Queste, in sintesi, la ricostruzione della vicenda e le ragioni della decisione di secondo grado.

L’appartamento oggetto di causa trovavasi al piano terreno di un fabbricato a due piani, edificato nel 1964 e, all’epoca, di proprietà esclusiva della Q., la quale, sin dalla costruzione, abitò nell’edificio di sua proprietà e con lei, la figlia P., insieme al marito, S.E.S. e l’altra figlia F., nata nel (OMISSIS) e che ebbe a lasciare la casa materna nel 1987. Nel maggio del 1967 la Q. vendette al figlio L. l’intero immobile. I coniugi S.- B. continuarono ad abitare l’appartamento dopo la vendita. B.L. dal 1964 in poi, aveva sempre abitato l’appartamento posto al primo piano. Deceduta, il (OMISSIS), la Q., il figlio L. chiese alla sorella e al cognato la restituzione dell’appartamento, prima con lettera raccomandata del 20 febbraio 2004 e poi introducendo il presente giudizio.

La Corte di merito, sulla base delle emergenze istruttorie, ritenne che l’attore in riconvenzionale non avesse fornito la prova piena di essersi comportato (a suo tempo insieme alla moglie convivente) da pieno possessore, assumendo le vestigi del proprietari” quindi, contrastando il possesso altrui, così da rendere pubblica ed inequivoca l’intenzione di comportarsi come titolare del diritto di proprietà. Al contrario lo S. e la B. si erano limitati ad affermare di aver abitato la casa con il pieno consenso della proprietaria, in virtù del dell’intimo rapporto parentale, tant’è vero che lo S. ebbe a dichiarare in udienza: “abitavo come ospite di mia suocera”. Peraltro, soggiungeva la Corte milanese, giammai l’esercizio di un potere di fatto consentito dalla tolleranza del titolare del diritto di farlo cessare poteva integrare utile situazione possessoria ad usucapionem, occorrendo appunto, che il beneficiato ponga in essere un atto “di interversione idoneo ad escludere che il persistente godimento sia fondato sul consenso del concedente”. Inoltre, la posizione di comodatario, avrebbe imposto tramutarsi la detenzione in possesso mediante una palese presa di posizione. Al fine, al Giudice d’appello non erano parse concludenti le circostanze dell’addotto pagamento della tassa sui rifiuti e dell’utenza telefonica, trattandosi di esborsi dipendenti dal fatto stesso di abitare l’immobile, a prescindere dal titolo. Senza contare, che il pagamento delle imposte (ICI) non venne mai sopportato dei comodatario. Infine, chiarisce la Corte di merito, doversi reputare ininfluente il carattere non transitorio della coabitazione, considerati i rapporti parentali ed irrilevante il tempo trascorso dopo la morte della Q., insufficiente a far maturare d’usucapione.

S.E.S. ricorre avverso la decisione d’appello, illustrando cinque motivi di censura. Resiste con controricorso B.L.. All’approssimarsi dell’udienza il ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente denunzia omesso esame di un fatto controverso e decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

La corte territoriale, si assume in ricorso, aveva parzialmente tenuto conto delle dichiarazioni rese dallo S. nel corso dell’interrogatorio formale. Il predetto, fra l’altro, infatti, aveva dichiarato che a far data dal 1967 la Q. “viveva al piano primo con L. e noi due (i coniugi S.- B.) eravamo già al piano di sotto (…) Nel 1975 L. si è sposato e mia suocera si è trasferita a piano terra con noi”. Sulla scorta delle predette dichiarazioni il Tribunale aveva ritenuto provato il ventennio possessorio, in quanto, prosegue il ricorso “l’aver occupato i coniugi S. l’appartamento al piano terreno, con la propria abitazione, in epoca anteriore alla coabitazione con la Q., per un lungo periodo (quantomeno dal 1967 al 1975), senza che il proprietario del fabbricato nulla opponesse, non può che essere ritenuta decisiva ai fini del giudizio”.

Il motivo è palesemente destituita di giuridico fondamento, non essendo dato cogliere la rilevanza della dedotta circostanza.

Per vero: a) non risulta contestato che ab initio tutti avevano convissuto, dal 1964 sino al 1967, nello stesso appartamento; b) la specificazione non si pone affatto in contrasto con ragionamento del Giudice di secondo grado, il quale non ha negato la materialità del collegamento tra l’immobile il ricorrente, ma ha escluso che lo stesso potesse qualificarsi possesso ad usucapionem; c) in ogni caso il ricorrente neppur si perita di chiarire in che consista la decisività dell’asserto.

Con il secondo motivo lo S. denunzia violazione dell’art. 1144 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Il ricorrente, partendo dal ragionamento della Corte locale, per la quale i coniugi S. non avevano dimostrato di aver esercitato un potere di fatto sulla cosa corrispondente alla proprietà, stante il pieno consenso autorizzatorio della proprietaria, tollerante per ragioni di stretta parentela e affinità, contesta che dal momento in cui la Q. trasferì la proprietà dell’intero fabbricato al figlio L., cioè dal 1967, la medesima “non avrebbe più potuto legittimamente (…) manifestare alcuna tolleranza in ordine all’utilizzo del bene”. Tenuto conto, poi, dei “rapporti estremamente conflittuali” tra L. B. e la famiglia S., non era logico ritenere che il primo avesse consentito all’utilizzo del bene per puro spirito di tolleranza. La verità, secondo ricorso, era che la famiglia S. aveva esercitato dal 1967 in poi potere di fatto esclusivo sul bene, a riguardo del quale B.L. non manteneva alcuna relazione materiale. Pertanto risultava essere stato violato l’art. 1144 c.c..Peraltro l’utilizzo esclusivo da parte della famiglia del ricorrente dell’appartamento non aveva mai manifestato segni di precarietà o temporaneità, tanto che lo S. aveva apportato modifiche all’unità immobiliare, procedendo anche a nuovo accatastamento.

La doglianza, largamente non autosufficiente laddove riporta l’esistenza di rapporti estremamente conflittuali e l’effettuazione di interventi di ristrutturazione edilizia, e, comunque, del tutto congetturale, contrappone alle ragioni della decisione, peraltro congrue e non contraddittorie, la diversa visione interpretativa del ricorrente.

Palese appare l’inammissibile tentativo, condotto attraverso la infondata denunzia della violazione del citato art. 1144, di far prevalere la propria interpretazione dei fatti sul ragionamento del giudice, censurabile solo in caso di omesso esame di un fatto controverso e decisivo (trova, invero, applicazione, ratione temporis, il testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 siccome novellato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. d), convertito, con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134).

Con il terzo motivo il ricorrente allega ulteriore violazione dell’art. 1144 c.c., posto in relazione con gli artt. 112 e 115 c.p.c..

Secondo l’assunto la Corte di merito si era pronunciata oltre il petitum stante che il controricorrente non aveva eccepito, nè, tantomeno assolto all’onere di provare i pretesi atti di tolleranza.

In primo grado, infatti, costui si era limitato a domandare l’accertamento della risoluzione di un contratto di comodato e della conseguente occupazione senza titolo da parte dei coniugi S.. In appello, violando il divieto di jus novorum, aveva introdotto una domanda subordinata di limitazione dell’acquisto per usucapione ad alcuni locali dell’appartamento.

Poichè trattavasi di eccezione in senso stretto, la Corte locale non avrebbe potuto procedere d’ufficio.

Il motivo non può essere accolto.

La domanda riconvenzionale d’usucapione legittimava il giudice di merito a verificare la sussistenza dei presupposti per il suo accoglimento. Presupposti che, nella specie, non sono rimasti acclarati.

In altri termini, non può mettersi in dubbio la conclusione che colui il quale agisce chiedendo dichiararsi in suo favore l’intervenuta usucapione debba dimostrare compiutamente di aver esercitato incontroverso e continuativo possesso ad usucapionem, correlabile ad un diritto reale (nella specie al diritto di proprietà); cioè di aver goduto della situazione fattuale come ne avrebbe potuto godere il titolare, senza che la sua posizione fattuale tragga derivazione e legittimazione da un titolo concessorio.

Non può confondersi un tale, peraltro severo, onere probatorio, con la prova della tolleranza del titolare del diritto. Prova la quale assume rilievo solo laddove, appunto, dimostrata l’apparenza del possesso ad usucapionem, il titolare deduca che una tale situazione fattuale trovava spiegazione e giustificazione nella di lui volontaria tolleranza.

Perciò non appare qui pertinente il richiamo alla natura della deduzione degli atti tolleranza, nè la disquisizione sul riparto dell’onere probatorio.

In disparte, deve chiarirsi che questa Corte non ha modo di conoscere se nelle difese svolte dal B., immediatamente dopo la proposizione della domanda riconvenzionale, fosse stata dedotta la questione della tolleranza. Il richiamo all’art. 112 c.p.c., non abilita automaticamente il Giudice di legittimità ad esaminare direttamente gli atti del giudizio di primo grado, senza che il ricorrente abbia assolto all’onere di allegare le difese avversarie.

Nel giudizio di legittimità, va tenuta distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda da quella in cui si censuri l’interpretazione che ne ha dato il giudice del merito. Nel primo caso, si verte propriamente in tema di violazione dell’art. 112 c.p.c. e si pone un problema di natura processuale per la soluzione del quale la Corte di cassazione ha il potere-dovere di procedere all’esame diretto degli atti onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiestale. Nel secondo caso, invece, poichè l’interpretazione della domanda e l’individuazione del suo contenuto integrano un tipico accertamento di fatto riservato, come tale, al giudice del merito, in sede di legittimità va solo effettuato sotto la vigenza dell’abrogato testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – il controllo della correttezza della motivazione che sorregge sul punto la decisione impugnata (Sez. 3, n. 7932, 18/5/2012, Rv. 622562; Sez. L, n. 20373, 24/7/2008, Rv. 604671; Sez. 1, n. 15603, 7/7/2006, Rv. 592485).

Con il quarto motivo il ricorrente si duole della violazione degli artt. 1140 e 1141 c.c.

Poichè, in definitiva, spiega il ricorrente, il Giudice d’appello aveva dichiarato esercitata senza titolo alcuno l’occupazione, aveva così implicitamente riconosciuto che alla base di essa non v’era il contratto di comodato allegato dalla controparte; ulteriormente chiarendo che “l’assenza, ab origine, di un qualsiasi valido titolo (contratto, provvedimento giudiziale) (ostava) alla sussistenza della detenzione che ha in comune con il possesso la disponibilità materiale della cosa: tale relazione non corrisponde all’esercizio del diritto reale bensì ai poteri che derivano da un rapporto obbligatorio. Di conseguenza non era “lecito parlare di detenzione, nè, conseguentemente, di interversione del possesso la quale sussiste allorchè il detentore comincia a possedere il bene come possessore, ovvero quando colui che possiede a immagine del diritto reale minore, inizia a farlo come proprietario. Poichè, dunque il godimento del bene è sempre avvenuto senza titolo, ai fini dell’usucapione si doveva provare unicamente la relazione di fatto con la cosa posseduta”. Siccome i coniugi S. avevano dimostrato, non solo pagando le utenze, di aver posseduto come se fossero i proprietari dell’appartamento in discorso, le norme invocate imponevano opposta soluzione, rispetto a quanto statuito dalla sentenza d’appello.

Peraltro non appariva seriamente ipotizzabile un siffatto possesso, protrattosi per oltre quarant’anni, per mera tolleranza. Tantomeno poteva ritenersi convincente ipotizzarsi una mera detenzione a titolo di ospitalità. Non andava dimenticato che la Q., allo scopo di riequilibrare le posizioni economiche dei figli aveva manifestato il desiderio che la figlia P. “abitasse da padrona nell’appartamento occupato”. Evenienza questa che rendeva irrilevante la pretesa originaria sussistenza di un titolo detentivo non qualificato.

Anche questo motivo è infondato.

La ricognizione giuridica, in sè sufficientemente aderente alle norme richiamate, tuttavia, trova sviluppo in una sussunzione dei fatti da parte del ricorrente, siccome accertati dalla Corte locale, certamente erronea.

Sulla natura del possesso ad usucapionem, seppure in estrema sintesi, se è già detto. Nel caso alla mano, manca proprio la prova che un simile possesso sia stato esercitato, nè può pretendersi il contrario dalla circostanza dell’essere rimasti provati pagamenti afferenti a servizi di cui aveva goduto l’abitazione, stante che i detti pagamenti non si ricollegano alla qualità possessoria del rapporto con la cosa, ma al mero fatto di trovarsi nella detenzione della stessa (il locatario o il comodatario sono tenuti a pagare le forniture per gas, energia elettrica, tassa sui rifiuti urbani, non perchè abbiano le vestigia del titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale, ma perchè, molto più semplicemente usufruiscono dell’alloggio). Nel resto, come si è visto, nessuna concludente prova del possesso utile ad usucapire risulta essere stata fornita.

Inoltre, è pur vero che l’istituto dell’interversione in senso stretto riguarda “chi ha il possesso corrispondente all’esercizio di un diritto reale su cosa altrui”, il quale “non può usucapire la proprietà della cosa stessa, se il titolo del suo possesso non è mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta contro il diritto del proprietario” (art. 1164 c.c., comma 1). Tuttavia, l’art. 1141 c.c., pone un parallelismo del tutto speculare prescrivendo che: “se alcuno ha cominciato ad avere la detenzione, non può acquistare il possesso finchè il titolo non venga ad essere mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta contro il possessore”. La disposizione va correlata all’altra di cui al comma 1 (“si presume il possesso in colui che esercita il potere di fatto, quando non si prova che ha cominciato ad esercitare semplicemente come detenzione”).

Nella specie è certo che il rapporto è iniziato come mera detenzione (sul punto la stesa dichiarazione pienamente confessoria dello S., riportata dalla sentenza impugnata). Di conseguenza sarebbe occorso un fatto certo e pubblico, proveniente da un terzo o derivante dalla aperta opposizione manifestata in equivocamente dal detentore contro il possessore, senza che rilevi, ovviamente, la circostanza che il possesso venga esercitato indirettamente.

Con il quinto motivo il ricorso denunzia la violazione dell’art. 1146 c.c..

Questa la prospettazione. Dalla sentenza d’appello si ricava che il B. si faceva corrispondere dalla madre metà dell’ICI da versare sul fabbricato; costei, in ragione di rapporti poco sereni esistenti fra le parti, dopo il matrimonio di B.L., era stata da quest’ultimo allontanata dall’abitazione del medesimo ed accolta nel nucleo familiare della figlia, occupante l’alloggio a piano terra. Il parziale pagamento dell’ICI dimostrava che almeno la Q. aveva goduto del bene quale pieno possessore. Dunque, alla morte della medesima, nel possesso era succeduta la figlia P. e, alla morte di quest’ultima, lo S..

Trattasi di doglianza inammissibile, stante che con la medesima il ricorrente, sotto l’usbergo della dedotta violazione di legge, in effetti censura inammissibilmente la motivazione della sentenza.

In ogni caso solo per la prima volta in questa sede risulta essere stata prospettata la successione nel possesso.

Il regolamento delle spese segue la soccombenza e le stesse vanno liquidate, tenuto conto del valore e della qualità della causa, nonchè delle attività svolte, siccome in dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte del ricorrente, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, in favore della parte resistente, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così Deciso in Roma, il 16 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2017

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