Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13778 del 06/07/2016


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Cassazione civile sez. lav., 06/07/2016, (ud. 23/03/2016, dep. 06/07/2016), n.13778

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. DORONZO Adriano – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15387-2013 proposto da:

S.A.DE.N. S.R.L., P.I. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempere, elettivamente domiciliata in ROMA,

VIALE. C. MAZZINI 113, presso lo studio dell’avvocato MARIA

ANTONIETTA TORTORA, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato PAOLA RIZZUTO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

P.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 86, presso lo studio

dell’avvocato VIRGINIA GARRAFA, rappresentato e difeso

dall’avvocato ALESSANDRA VILLECCO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 151/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 21/02/2013 r.q.n. 1373/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/03/201E dal Consigliere Dott. ADRIANA DORONZO;

udito l’Avvocato TORTORA MARIA ANTONIETTA;

udito l’Avvocato RIZZUTO PAOLA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – La vicenda che ha dato origine al presente ricorso è costituita dal licenziamento intimato in data 21 giugno 2007 dalla S.A.DE.N. s.r.l. (d’ora in poi solo Saden) ad P.A. e giustificato da “ragioni inerenti all’attività produttiva”, specificamente indicate nella “rescissione del contratto di appalto con l’Azienda Ospedaliera di (OMISSIS)”.

2.- Il licenziamento, impugnato dal lavoratore, è stato dichiarato illegittimo dal Tribunale di Cosenza, che ha condannato la società a reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro in precedenza occupato e a risarcirgli il danno commisurato alle retribuzioni maturate dalla data del recesso fino al ripristino del rapporto. Nelle more del giudizio, il lavoratore ha optato per l’indennità sostitutiva.

3. – Su appello della società, la Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza depositata in data 21 febbraio 2013, ha parzialmente accolto l’impugnazione della società e, per l’effetto, ha ridotto la somma spettante al lavoratore al titolo di indennità sostitutiva (in conseguenza dell’opzione esercitata dal lavoratore in data 19 ottobre 2011) di Euro 14.705,00, pari alle somme percepite dal lavoratore al titolo di compensi per attività lavorativa retribuita svolta dopo il licenziamento. Ha rigettato gli altri motivi di impugnazione e, in particolare, ha ritenuto che – pur a fronte della prova dell’effettiva sussistenza delle ragioni poste a fondamento del recesso, ossia la cessazione del rapporto di appalto con l’azienda ospedaliera di Cosenza – la società non aveva provato sostanziali modifiche all’assetto organizzativo-aziendale e, dunque, la concreta riferibilità del licenziamento individuale alle dedotte ragioni.

Inoltre, ha ritenuto che la società non avesse provato l’impossibilità di una diversa utilizzazione del lavoratore in altre mansioni. Ha quindi condannato la società al pagamento dei tre quarti delle spese del giudizio di appello, mentre ha compensato la rimanente parte, in considerazione del parziale accoglimento dell’appello, confermando nel resto l’impugnata sentenza.

4. – Contro tale decisione, la società propone ricorso per cassazione, sostenuto da quattro motivi, cui resiste con controricorso il P.. La società deposita memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo di ricorso la Saden denuncia la “violazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”: si duole dell’errata e contraddittoria motivazione della sentenza nella parte in cui, pur avendo accertato l’effettiva sussistenza della ragione inerente all’attività produttiva posta base del recesso, ha escluso la legittimità dell’atto risolutivo del rapporto, ritenendo insufficiente alla risoluzione una semplice riduzione dei costi. In realtà, assume che la giurisprudenza ritiene legittimo il recesso anche se esso non è finalizzato alla soppressione del reparto cui il dipendente è addetto ma solo per assicurare una più economica gestione dell’attività. A riprova della riorganizzazione aziendale, finalizzata a contenere la drastica riduzione del fatturato proprio del settore cui era adibito il lavoratore, invoca la circostanza, pacifica in giudizio, di altri licenziamenti disposti nello stesso arco temporale, laddove l’assunzione di nuovo personale, peraltro a termine, era stata effettuata solo per fronteggiare l’arrivo di commesse stagionali transitorie, e quindi per l’aumentato fabbisogno di personale.

Inoltre, non vi era alcuna possibilità di utilizzare il lavoratore in altre attività in quanto egli era addetto alla cernita di biancheria, sicchè la perdita dell’appalto aveva certamente inciso sulla quantità di lavoro, comportando la redistribuzione delle mansioni tra i dipendenti già esistenti in azienda e l’automazione di alcune fasi, come era emerso dalla prova testimoniale.

2. – Con il secondo motivo la ricorrente prospetta sostanzialmente la medesima questione sotto il profilo della violazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, della L. n. 604 del 1966, art. 3 rilevando l’erroneità della decisione nella parte in sostanzialmente ha esercitato un sindacato di merito sulle scelte tecniche-

organizzative-produttive di essa datrice di lavoro. La norma infatti richiede che il giudice accerti solo l’esistenza delle ragioni inerenti all’attività produttiva, senza valutare se la diminuzione di fatturato abbia natura transitoria o permanente, o se la scelta sia congrua e opportuna.

3. – Con il terzo motivo si denuncia la violazione dell’art. 474 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5: assume di aver posto come specifico motivo di appello la carenza di motivazione della sentenza del tribunale nella parte in cui ha non ha determinato le somme spettanti al lavoratore a titolo di risarcimento del danno, ma si è limitato ad una condanna generica. La sentenza pertanto non costituiva valido titolo esecutivo. Inoltre un ulteriore motivo di doglianza riguardava l’aliunde perceptum.

4. – Con il quarto motivo, la ricorrente censura la sentenza per violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, nella parte in cui pur avendo accolto l’appello ha condannato essa ricorrente al pagamento delle spese di lite. Aggiunge che la riforma anche parziale della pronuncia di primo grado imponeva la caducazione ex lege anche delle statuizione di condanna alle spese del detto giudizio.

5. – Il primo e il secondo motivo, che si affrontano congiuntamente per la connessione che li lega, sono inammissibili.

5.1. – Deve in primo luogo rilevarsi che la sentenza impugnata, depositata in data 21 febbraio 2013, è stata resa nel vigore dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile per effetto del disposto di cui alla stessa norma, comma 3, alle sentenze pubblicate dal 300 giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (11 settembre 2012).

Tale norma prevede che la sentenza può essere impugnata per cassazione “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Le Sezioni Unite di questa Corte (Sez. Un. 7 aprile 2014, nn. 8053, 8054) hanno statuito che, a seguito della modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il vizio di motivazione si restringe a quello di violazione di legge e, cioè, dell’art. 132 c.p.c., che impone al giudice di indicare nella sentenza “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, secondo quello che è stato definito il “minimo costituzionale” della motivazione. Ed infatti perchè la violazione sussista si deve essere in presenza di un vizio “cosi radicale da comportare con riferimento a quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per mancanza di motivazione”, fattispecie che si verifica quando la motivazione manchi del tutto, oppure formalmente esista come parte del documento, ma le argomentazioni siano svolte in modo “talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del decisum”.

Pertanto, a seguito della riforma del 2012 scompare il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza, ma resta il controllo sulla esistenza (sotto il profilo della assoluta omissione o della mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta).

Inoltre, li vizio può attenere solo alla quaestio fatti (in ordine alle quaestiones juris non è configurabile un vizio di motivazione) e deve essere testuale, deve, cioè, attenere alla motivazione In sè, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.

Dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, è scomparso il termine motivazione e, pertanto, l’omesso esame deve riguardare un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione e che abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

Le Sezioni unite hanno altresì specificato che “la parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato testuale (emergente dalla sentenza) o extratestuale (emergente dagli atti processuali), da cui risulti l’esistenza, il come ed il quando (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, la decisività del fatto stesso”.

5.2. – Alla luce di questi chiari principi, seguiti da numerose decisioni di questa Corte (Cass., 21 ottobre 2015, n. 21439; Cass., 9 luglio 2015, n. 14324; Cass., 27 novembre 2014, n. 25216), emerge evidente come il dedotto vizio dl motivazione non presenti alcuno dei requisiti di ammissibilità richiesti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così come novellato.

La parte infatti non indica quale fatto storico non sarebbe stato esaminato, nè dalla sentenza emerge una palese macroscopica Illogicità, tale da non consentire la ricostruzione in termini logico-giuridici del percorso motivazionale seguito dal giudice per arrivare alla sua determinazione.

Al contrario, la Corte ha preso in esame le emergenze istruttorie, ha ritenuto sussistente la ragione indicata nell’atto di licenziamento, ossia la risoluzione del contratto di appalto con la Azienda ospedaliera di (OMISSIS), ma ha escluso che la società abbia offerto prove di una riorganizzazione aziendale in conseguenza di tale risoluzione, e in particolare che essa abbia determinato la “soppressione del posto di lavoro in precedenza occupato dal P., la redistribuzione delle mansioni tra altri lavoratori, la eliminazione di tutte le posizioni lavorative impegnate nell’appalto venuto meno, l’impossibilità di utilizzazione del lavoratore in altre mansioni” (pag. 10 della sentenza).

5.3. – In altre parole, ha ritenuto non provata la concreta riferibilità del licenziamento individuale a iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo-organizzativo e l’impossibilità di utilizzare il lavoratore stesso in altre mansioni equivalenti a quelle esercitate prima della ristrutturazione aziendale, ritenendo inconferente a tal fine la circostanza del licenziamento di altri lavoratori, disposta per altra ragione rispetto a quella posta a base del recesso per cui è causa, e valorizzando invece l’assunzione di altri lavoratori nello stesso arco temporale e per lo svolgimento delle medesime mansioni disimpegnate dal P..

La motivazione è certamente sussistente, ben al di là del cosiddetto “minimo costituzionale”, non presenta alcun profilo di illogicità ed è in linea con i principi già espressi da questa Corte (sul punto, cfr. Cass, 2 ottobre 2006, n. 21282; Cass., 26 settembre 2011, n. 19616; Cass, 25 marzo 2011, n. 7006).

6. – Anche sotto il profilo della dedotta violazione e falsa applicazione di legge la sentenza resiste alle censure mosse, giacchè correttamente la fattispecie in esame è stata ricondotta nello schema normativo della L. n. 604 del 1966, art. 3 del quale è stata fornita una corretta Interpretazione.

Occorre infatti ricordare che, ai fini della legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo L. n. 604 del 1966, ex art. 3 sul datore di lavoro Incombe la prova della concreta riferibilità del licenziamento a iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo organizzativo sussistenti all’epoca della comunicazione del licenziamento, e della impossibilità di utilizzare il lavoratore in altre mansioni compatibili con la qualifica rivestita, in relazione al concreto contenuto professionale dell’attività cui il lavoratore stesso era precedentemente adibito (Cass., 14 luglio 2005, n. 14815; Cass., 3 luglio 2003, n. 10554).

L’accertamento di tali presupposti costituisce valutazione di merito, insindacabile in sede di legittimità ove adeguatamente motivata.

Nel caso in esame, come si è detto nella parte espositiva della sentenza, la Corte territoriale ha escluso la concreta riferibilità del licenziamento del P. alla perdita della commessa e, soprattutto, quale ulteriore ratio decidendi, ha ritenuto insussistente la prova, di cui era onerata la stessa società, dell’impossibilità della diversa utilizzazione del lavoratore. Tale affermazione non risulta affatto censurata nel ricorso, se non attraverso un generico riferimento al fatto che la scelta del lavoratore è caduta su un dipendente meno anziano e senza carichi di famiglia. Ma è, quest’ultima, una difesa marginale, che riguarda l’eventuale rispetto delle regole di correttezza e buona fede nella scelta del lavoratore da licenziare, ma non colpisce il fulcro della decisione, ossia la mancanza di prove dell’impossibilità di una diversa utilizzazione del lavoratore.

Nella memoria difensiva (pag. 6) la ricorrente ribadisce di aver “ampiamente dimostrata” l’impossibilità di adibire utilmente il lavoratore a mansioni diverse, ma si tratta di affermazione generica, non supportata dalla specifica indicazione del fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti che non sarebbe stato esaminato dalla Corte e che, ove esaminato, avrebbe condotto ad una decisione di segno diverso.

Tutto ciò a fronte di una motivazione puntuale della Corte territoriale, la quale ha messo in rilievo come la difesa opposta sul punto dalla società (e fondata sulla necessità di procedere al licenziamento di altri dipendenti e sulla riduzione dei ricavi negli anni 2008 e 2009) era irrilevante, considerato che l’obbligo del repechage deve essere verificato al momento del licenziamento.

7. – Sotto tale aspetto, il non aver censurato con un adeguato motivo di ricorso questa specifica ed autonoma ratio decidendi della Corte, rende inammissibile il motivo in esame, giacchè è pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che, qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, è inammissibile il ricorso che non formuli specifiche doglianze avverso una di tali “rationes decidendi”, neppure sotto il profilo del vizio di motivazione (Cass. Sez. Un. 29 marzo 2013, n. 7931).

8. – Anche il terzo motivo è inammissibile. L’omessa pronunzia da parte del giudice di merito integra un difetto di attività che deve essere fatto valere dinanzi alla Corte di cassazione attraverso la deduzione del relativo “error in procedendo” e della violazione dell’art. 112 c.p.c., non già con la denuncia della violazione di una norma di diritto sostanziale (art. 474 c.p.c.) o del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, giacchè queste ultime censure presuppongono che il giudice del merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo giuridicamente scorretto o senza giustificare o non giustificando adeguatamente la decisione resa (Cass., ord. 12 gennaio 2016, n. 329;

Cass., 18 giugno 2014, n. 13866).

9. – Infine, è infondato l’ultimo motivo di ricorso, avendo il giudice fatto corretta applicazione del principio della soccombenza.

Invero, la soccombenza, ai fini della liquidazione delle spese, deve essere stabilita in base ad un criterio unitario e globale sicchè viola il principio di cui all’art. 91 c.p.c. il giudice di merito che ritenga la parte come soccombente in un grado di giudizio e, invece, vincitrice in un altro grado. Peraltro, tale criterio va rispettato anche qualora il giudice ritenga di giungere alla compensazione parziale delle spese di lite per la parziale soccombenza, o per la ricorrenza di giusti motivi, condannando poi per il residuo una delle due parti; in tal caso, l’unitarietà e la globalità del suddetto criterio comporta che, in relazione all’esito finale della lite, il giudice deve individuare quale sia la parte parzialmente soccombente e quella, per converso, parzialmente vincitrice, in favore della quale deve essere liquidata quella parte delle spese processuali che sia residuata all’esito della disposta compensazione parziale (Cass., ord., 18 marzo 2014, n. 6259; Cass., 23 agosto 2011, n. 17523; Cass., 11 giugno 2008, n. 15483).

Correttamente, pertanto, la Corte ha condannato la società in ragione dell’accoglimento pressochè integrale – se si considera la non rilevante incidenza avuta dall’accoglimento dell’eccezione di a/iunde perceptum sollevata dalla società – della domanda del lavoratore e mantenendo ferma la condanna alle spese già pronunciata in primo grado.

In definitiva il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese del presente giudizio, nella misura indicata in dispositivo. Poichè il ricorso per cassazione è stato notificato dopo il 31 gennaio 2013, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi Euro 3.600,00, di cui Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali ed altri accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2016

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