Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13730 del 03/07/2020

Cassazione civile sez. I, 03/07/2020, (ud. 13/02/2020, dep. 03/07/2020), n.13730

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 13993/2019 proposto da:

E.R., rappresentato e difeso dall’Avv. Daniela

Gasparin, ed elettivamente domiciliato presso il suo studio, giusta

procura speciale allegata al ricorso per cassazione.

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato.

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di appello di MILANO n. 4653/2018,

pubblicata in data 25 ottobre 2018.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. E.R., nato il (OMISSIS), ha formulato domanda di protezione internazionale alla Commissione territoriale competente, che è stata rigettata con provvedimento del 25 maggio 2015.

2. Il richiedente ha riferito di essere partito dalla Nigeria il 10 gennaio 2013 e di avere lavorato in Niger fino a febbraio 2013, di essere andato in Libia fino a luglio 2014 e di essere giunto in Italia il 18 luglio 2014; di essere cristiano e di avere vissuto in un villaggio dove il padre faceva il mago e la madre la casalinga; che il padre, pur non minacciandolo, gli aveva detto che se non voleva fare il mago avrebbe dovuto allontanarsi, altrimenti sarebbe stato stroncato dagli dei; che lui allora aveva deciso di partire temendo gli effetti negativi della sua scelta, avendo constatato personalmente come le magie si verificassero realmente.

3. Il Tribunale di Milano, adito con ricorso ex art. 702 bis c.p.c., non ha riconosciuto la chiesta protezione internazionale nelle forme della protezione sussidiaria e la protezione umanitaria e, con ordinanza del 18 maggio 2016, ha confermato il provvedimento di diniego della Commissione.

4. Avverso tale provvedimento E.R. ha proposto gravame e la Corte territoriale ha rigettato l’appello negando la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento della protezione internazionale, della protezione sussidiaria e di quella umanitaria.

5. E.R. ricorre in cassazione con tre motivi.

6. L’Amministrazione intimata non ha svolto difese e ha depositato atto di costituzione ai soli fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo E.R. lamenta la violazione o falsa applicazione di legge in relazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 6,7 e 17, in quanto la Corte di Appello ha escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale sulla base del fatto che si trattasse di vicende private e familiari.

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione di legge in relazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 6,14 e 17; D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27; artt. 2 e 3 CEDU, nonchè omesso esame di fatti decisivi ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, esponendo che la Corte di appello aveva totalmente omesso l’esame della fondatezza del timore esternato dal ricorrente rispetto al pericolo, in caso di rimpatrio, di subire un grave danno come disciplinato e definito dall’art. 14, lett. a) e b).

2.1 I motivi, che, in quanto connessi vanno trattati unitariamente, sono inammissibili.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il giudice del merito, nel valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, secondo i parametri dettati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), deve attenersi anche a comuni canoni di ragionevolezza e a criteri generali di ordine presuntivo, non essendo di per sè solo sufficiente a fondare il giudizio di credibilità il fatto che la vicenda narrata sia circostanziata.

L’art. 3 citato, infatti, obbliga il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda (Cass., 7 agosto 2019, n. 21142).

La suddetta verifica è sottratta al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito.

Nel caso di specie, la Corte territoriale ha vagliato la credibilità del racconto del ricorrente nel rispetto dei principi di diritto suesposti.

In particolare ha ritenuto il racconto generico e non credibile in quanto stereotipato e, con particolare riferimento alla richiesta di protezione sussidiaria, ha ritenuto che le condizioni critiche per i cristiani erano al nord del Paese e nella zona centrale e non nella zona di provenienza dell’appellante.

Una volta esclusa dai Giudici di merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in questa sede e con motivazione idonea ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la credibilità delle vicende personali narrate, non ricorrono i presupposti per il riconoscimento del rifugio politico e della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), in cui rileva, se pure in diverso grado, la personalizzazione del rischio oggetto di accertamento (Cass. 20 giugno 2018, n. 16275).

Non vi è, infatti, ragione di attivare i poteri di istruzione officiosa se questi sono finalizzati alla verifica di fatti o situazioni di carattere generale che, in ragione della non credibilità della narrazione del richiedente, non è possibile poi rapportare alla vicenda personale di questo.

E difatti, un’indagine nel senso indicato si manifesta inutile proprio in quanto il rischio prospettato dall’istante, siccome riferito a fatti non dimostrati, difetterebbe comunque di concretezza e non potrebbe mai presentare il richiesto grado di personalizzazione (Cass. 23 gennaio 2020, n. 1510).

Peraltro, secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, il richiedente è tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta, e, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo,, soltanto a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare, soltanto qualora egli, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 (Cass., 12 giugno 2019, n. 15794). Non si può, quindi, dire omessa alcuna attività da parte del giudice di merito, nè il ricorrente ha indicato il contenuto delle allegazioni da verificare, quand’anche in via ufficiosa.

3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, commi 6 e art. 19, comma 2 e art. 10 Cost., comma 3; la motivazione apparente in relazione alla domanda di protezione umanitaria e alla valutazione di assenza di specifica vulnerabilità; l’omesso esame di fatti decisivi circa la sussistenza dei requisiti di quest’ultima, rilevando che la Corte di appello aveva omesso di valutare la situazione personale del ricorrente ed erroneamente aveva affermato che a Benin City vivevano la madre e la sorella con le quali il ricorrente aveva mantenuto i rapporti, circostanza che non trovava alcun riscontro nelle risultanze istruttorie, avendo il ricorrente riferito di non avere più alcun rapporto con i familiari, di essere stato allontanato dalla casa di famiglia e che i familiari non avevano voluto più alcun contatto con lui.

3.1 Il motivo è inammissibile.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio (Cass. 15 maggio 2019, n. 13079).

Mentre il parametro dell’inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia può assumere rilevanza non quale fattore esclusivo, bensì quale circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale da tutelare mediante il riconoscimento di un titolo di soggiorno (Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455).

Ed infatti, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza e, tuttavia, non può essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari, considerando, isolatamente ed astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al Paese di provenienza atteso che il rispetto del diritto alla vita privata di cui all’art. 8 CEDU può soffrire ingerenze legittime da parte di pubblici poteri finalizzate al raggiungimento d’interessi pubblici contrapposti quali quelli relativi al rispetto delle leggi sull’immigrazione, particolarmente nel caso in cui lo straniero non possieda uno stabile titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che sia definita la sua domanda di riconoscimento della protezione internazionale (Cass., 28 giugno 2018, n. 17072; Cass., Sez. U., 13 novembre 2019, n. 29459).

Con specifico riferimento all’onere di cooperazione istruttoria, va precisato, che, così come per il giudizio di riconoscimento dello status di rifugiato politico e della protezione sussidiaria, incombe sul giudice il dovere di cooperazione istruttoria officiosa, come previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, in ordine all’accertamento della situazione oggettiva relativa al Paese di origine anche in ordine alla verifica delle condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria (Cass., 23 febbraio 2018, n. 4455).

Anche di recente, questa Corte ha affermato che nei giudizi di protezione internazionale, a fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicchè il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte (Cass., 22 maggio 2019, n. 13897), ribadendo, pertanto, che il potere di integrazione istruttoria officiosa richiede come condizione preliminare che il richiedente soddisfi l’onere di allegazione, produzione o deduzione degli elementi posti a fondamento della domanda.

Nella specie il diniego è dipeso dall’accertamento dei fatti da parte dei giudici di merito, che hanno escluso l’esistenza di fattori particolari di vulnerabilità con idonea motivazione, affermando che il ricorrente non aveva compiuto alcuno sforzo per fornire elementi utili per la decisione e che non era stata fornita alcuna informazione in relazione al suo percorso di integrazione in Italia.

Nel caso di specie, il ricorrente non ha mai assolto, nell’intero ricorso, l’onere di allegare e descrivere quali sarebbero le circostanze di fatto, personali e peculiari, anche diverse da quelle poste a fondamento delle altre ed infondate domande di protezione, che costituiscono riscontro della sussistenza della condizione di grave violazione dei diritti umani e, per ciò solo, giustificative della richiesta di protezione umanitaria.

Ne è dirimente l’errata circostanza riferita a pag. 6 della sentenza impugnata sul mantenimento dei rapporti tra il richiedente e la madre e la sorella, anche alla luce del fatto che a pag. 5, nella parte dedicata al racconto del richiedente, si afferma che questi non aveva contatti con la sua famiglia.

3. Il ricorso va, conclusivamente, dichiarato inammissibile.

Nulla sulle spese per la mancata attività difensiva da parte dell’Amministrazione intimata.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 luglio 2020

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA