Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13715 del 19/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 19/05/2021, (ud. 05/11/2020, dep. 19/05/2021), n.13715

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7721-2019 proposto da:

S.G., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

MICHELE MENSI;

– ricorrente –

contro

SPT SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1920/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 13/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di Consiglio non

partecipata del 05/11/ 2020 dal Consigliere Relatore Dott. POSITANO

GABRIELE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

S.G. evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Montepulciano, la srl STP chiedendone la condanna al risarcimento dei danni perchè, la mattina del 17 agosto 2006, mentre scendeva le scale dell’albergo “Parco Erosa”, in Abbadia San Salvatore (SI) era caduta, in quanto i gradini erano sprovvisti di strisce antiscivolo e presentavano particolare viscosità, perchè erano stati da poco lucidati con applicazione di cera. Instauratosi il contraddittorio, la società convenuta contestava la fondatezza della domanda;

il Tribunale di Siena, ex Tribunale di Montepulciano, con sentenza del 7 gennaio 2015, respingeva la domanda. Avverso tale decisione proponeva appello S.G. e resisteva la controparte, chiedendo il rigetto del gravame;

la Corte d’Appello di Firenze, con sentenza del 13 agosto 2018, rigettava l’appello con condanna al pagamento delle spese di lite;

avverso tale decisione propone ricorso per Cassazione S.G. affidandosi a due motivi. La parte intimata non svolge attività processuale in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si deduce la violazione dell’art. 2051 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Il giudice avrebbe erroneamente interpretato tale disposizione, pervenendo ad una inversione del regime probatorio che, al contrario, pone una presunzione di responsabilità a carico del custode. Invece, il giudice avrebbe individuato il fattore causale della produzione dell’evento dannoso nella scelta della ricorrente di optare per la discesa attraverso le scale, piuttosto che per l’uso dell’ascensore, facendo leva su presunti problemi di salute della danneggiata che avrebbero inciso sulla sua abilità motoria. Pertanto, sarebbe stata aggirata la normale ripartizione dell’onere della prova prevista dall’art. 2051 cc;

con il secondo motivo si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, e la sussistenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, di un error in procedendo. In particolare, il giudice di appello avrebbe erroneamente valutato le risultanze istruttorie e, nello specifico, il contenuto delle dichiarazioni testimoniali;

il primo motivo non è specifico; perchè non si confronta con la decisione impugnata, in quanto si prospetta un errore di interpretazione dell’art. 2051 c.c. desumendolo dalla motivazione che la Corte d’Appello riferisce alla valutazione di verosimiglianza delle dichiarazioni testimoniali;

in ogni caso, la doglianza non prende in esame la premessa della decisione del giudice di appello, che inquadra correttamente l’ambito di operatività dell’art. 2051 c.c. evidenziando che, sulla base di un costante e condivisibile orientamento di legittimità, sull’attore grava l’onere di dimostrare il nesso causale e, quindi, la dinamica e la pericolosità della cosa. Ciò prima dell’allegazione della prova liberatoria da parte del custode e cioè il caso fortuito o il fatto del terzo;

quanto all’onere di cautela, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione – anche ufficiosa – dell’art. 1227 c.c., comma 1, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., sicchè, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto deve considerarsi più incidente l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro (Cass. Sez. 3 -, Ordinanza n. 2480 del 01/02/2018, Rv. 647934 – 01). La Corte ha fatto corretta applicazione di tale principio, desumendo gli elementi rilevanti dalla testimonianza resa dal marito della attrice, non diversamente sindacabili in questa sede, anche per quanto si dirà con riferimento al successivo motivo;

il secondo motivo è inammissibile, perchè il riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4, è soltanto apparente, perchè in realtà la censura consiste in una contestazione sulla valutazione degli elementi probatori e sull’attendibilità o meno delle dichiarazioni testimoniali. Peraltro, anche con riferimento a quelle de relato, le valutazioni del giudice di merito sono state precedute da un corretto inquadramento in diritto. Va solo aggiunto che, per quanto già detto, non sono sindacabili in questa sede siffatte contestazioni in fatto e la Corte di legittimità non può operare una diversa valutazione delle risultanze istruttorie;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Nulla per le spese perchè la parte intimata non ha svolto attività processuale in questa sede. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte de,,ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

dichiara inammissibile il ricorso. Nulla spese.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte deltA ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile-3, il 5 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 maggio 2021

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