Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13709 del 19/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 19/05/2021, (ud. 05/11/2020, dep. 19/05/2021), n.13709

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29695-2018 proposto da:

FREE TIME SRL IN LIQUIDAZIONE, in persona del Liquidatore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GISUEPPE MAZZINI

11, presso lo studio dell’avvocato LUISA FONTI, che la rappresenta e

difende unitamente agli avvocati FRANCESCO CARRICATO, GIULIO DE

CAROLIS;

– ricorrente –

contro

INTERNATIONAL FACTORS ITALIA SPA, in persona del Direttore Generale

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MAZZINI 96,

presso lo studio dell’avvocato MARINA ROSSI, rappresentata e difesa

dall’avvocato ALBERTO FUMAGALLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3422/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 16/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 05/11/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GABRIELE

POSITANO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Free Time srl evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Milano, la cessionaria dei crediti di Telecom Italia Spa, International Factor Italia spa, esponendo che la società convenuta avrebbe indebitamente modificato il tasso di interesse debitore applicato, in violazione dell’art. 18 T.U.B.. Aggiungeva che, in data (OMISSIS), la medesima Free Time aveva promosso un’azione nei confronti di Telecom Italia al fine di ottenere da quest’ultima il risarcimento dei danni che assumeva di avere subito, nell’ambito del rapporto di affiliazione commerciale e che tale inadempimento di Telecom avrebbe spiegato i suoi effetti anche nei confronti di International Factor Italia, la quale, pertanto, non avrebbe potuto vantare crediti nei confronti di Free Time. Sulla base di tali elementi chiedeva al Tribunale di dichiarare l’insussistenza di qualsiasi credito a favore di International Factor Italia, con condanna di quest’ultima alla restituzione di quanto indebitamente incassato, pari all’importo di Euro 50.000. Inoltre, chiedeva di accertare che non era dovuta da Free Time a IFI Italia spa l’ulteriore somma di Euro 21.346, richiesta a titolo di interessi per ritardato pagamento. In via subordinata, chiedeva che fosse accertata l’illegittimità della variazione dei tassi di interessi per ritardato pagamento;

si costituiva International Factor Italia Spa contestando la pretesa e spiegando domanda riconvenzionale, per ottenere il pagamento dell’importo di Euro 922.267 riferito alle fatture prodotte e agli interessi di mora. Espletata perizia grafologica a seguito della contestazione della firma di alcuni ordini di acquisto e la prova testimoniale, il Tribunale di Milano, con sentenza n. 3952 del 2016, rigettava la domanda principale e accoglieva quella riconvenzionale;

avverso tale decisione proponeva appello Free Time srl lamentando l’erroneità della decisione nella parte in cui aveva accolto la domanda riconvenzionale e rigettato l’eccezione formulata ai sensi dell’art. 1460 c.c.. Il Tribunale aveva, altresì, ritenuto che non fossero stati contestati gli interessi di mora dovuti. Si costituiva International Factor Italia chiedendo il rigetto dell’impugnazione. La Corte d’Appello di Milano, con sentenza del 16 luglio 2018 rigettava l’appello, condannando la società appellante al pagamento delle spese di lite;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione Free Time srl in liquidazione, affidandosi a tre motivi che illustra con memoria. Resiste con controricorso International Factor Italia spa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si lamenta la violazione dell’art. 1988 c.c., e art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. La sentenza impugnata avrebbe ritenuto dirimente, ai fini dell’accoglimento della domanda riconvenzionale di International Factor Italia spa, che la maggior parte del credito era stata riconosciuta dalla società appellante. Sotto tale profilo il giudice di appello avrebbe violato l’art. 1988 c.c., alla luce del principio giurisprudenziale secondo il quale un riconoscimento di debito non potrebbe costituire una fonte autonoma di obbligazione. Pertanto, il documento n. 5 prodotto dalla controparte non sarebbe sufficiente per ritenere fondata la domanda riconvenzionale. Nella prima memoria ai sensi dell’art. 183 c.p.c., comma 6, sarebbe stata contestata la linearità del conteggio relativo all’importo complessivamente richiesto, soprattutto riguardo alla merce da prendere in considerazione. Non sarebbe stato esibito alcun documento di trasporto siglato dal destinatario, per attestare la ricezione della merce indicata nelle fatture. Non varrebbe obiettare, come sostenuto dal giudice di appello, che quel documento costituiva l’accettazione di una proposta di dilazione proveniente da Free Time. Ciò sulla base, sia del tenore letterale della missiva, sia del successivo comportamento delle parti. Rispetto a tale assunto della Corte territoriale il pagamento parziale, ove non accompagnato dalla precisazione che si sarebbe trattato di un acconto, non potrebbe essere qualificato come riconoscimento;

con il secondo motivo si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5. In particolare, nell’ambito del giudizio di secondo grado si sarebbe tentato inutilmente di evidenziare che l’appellante aveva contestato il credito fatto valere da International Factor Italia e ciò attraverso due missive, inviate per posta elettronica e costituenti i documenti del fascicolo attoreo n. 15 e n. 47. Si tratterebbe di atti decisivi, poichè il profilo ritenuto essenziale dalla Corte territoriale riguardava proprio il presunto riconoscimento di debito;

con il terzo motivo si lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, sotto un ulteriore profilo. Si tratterebbe della circostanza, comprovata dai documenti nn. 49 e 50 prodotti dall’attore in primo grado, relativi all’avvenuto pagamento del consistente importo di Euro 353.774 nell’arco temporale da gennaio a settembre dell’anno 2009;

di tali documenti il giudice di secondo grado non avrebbe tenuto conto;

a prescindere dai profili di inammissibilità per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 3, sussistono ulteriori ragioni di inammissibilità. Quanto alla violazione della disposizione appena citata va evidenziato che, nella parte dedicata allo svolgimento del processo, difetta l’indicazione del petitum e della causa petendi, limitandosi la ricorrente a riportare le conclusioni dell’atto di citazione che non presentano alcun riferimento alle ragioni della domanda di accertamento negativo del credito e alla richiesta di restituzione di somme. Nello stesso modo, la posizione del convenuto ed attore in riconvenzionale, per il significativo importo di Euro 922.000, non è in alcun modo chiarita nei suoi presupposti giuridici. Non sono spiegate le ragioni del rigetto della domanda dell’attore e della condanna di quest’ultimo al pagamento delle somme oggetto della domanda riconvenzionale; non sono indicati i motivi di appello, non è precisato se la controparte si sia costituita e non sono in alcun modo indicate le argomentazioni della decisione della Corte territoriale del 16 luglio 2018. Nella parte successiva del ricorso, relativa alla trattazione “in diritto”, si aggiunge soltanto che la controversia aveva origine da un credito ceduto da un terzo soggetto, Telecom Italia, e relativo a forniture di merce e servizi;

a prescindere da ciò, il primo motivo è inammissibile per difetto di interesse – Cass. n. 3366/2017 – poichè la ricorrente censura solo una delle argomentazioni sulle quali si fonda la decisione della Corte territoriale. Questa ha ritenuto provata la pretesa fatta valere in via riconvenzionale sulla base di due autonome argomentazioni. In primo luogo perchè la pretesa trovava fondamento nella documentazione in atti e, in particolare, negli estratti conto inviati all’odierna ricorrente e non contestati, oltre che nella prova testimoniale relativa alla consegna della merce. In secondo luogo sulla base del riconoscimento dedotto dal comportamento concludente della società appellante. Questa, infatti, aveva richiesto una dilazione di pagamento riferita alla propria esposizione debitoria, ottenendo un piano di rientro attraverso bonifici settimanali (parzialmente adempiuto). Pertanto, secondo la Corte territoriale, la richiesta di dilazione di pagamento presuppone necessariamente il riconoscimento dell’esistenza di un credito. La ricorrente ha censurato con il primo motivo solo tale ultima valutazione. Conseguentemente, indipendentemente dalla fondatezza della censura riferita alla configurabilità di un riconoscimento del debito, il motivo non inciderebbe sull’esito del giudizio, non avendo parte ricorrente aggredito la autonoma e separata argomentazione;

sotto tale profilo la Corte d’Appello qualifica il documento in oggetto come accettazione di una richiesta di dilazione proveniente dalla ricorrente. E quella accettazione, naturalmente, si riferisce ad un credito riconosciuto e ciò sulla base di due argomentazioni. La prima, è quella relativa al tenore letterale del contenuto della missiva, che non è oggetto di censura. La seconda, oggetto di ricorso, è quella riferita alla condotta successiva dell’odierna ricorrente, che avrebbe eseguito un pagamento parziale. Pertanto, non avendo la parte censurato adeguatamente la prima argomentazione della Corte territoriale, il motivo non è ammissibile, non consentendo di contrastare la motivazione della decisione impugnata;

quanto al secondo motivo, a prescindere dalla circostanza che l’art. 348 ter, comma 5, non consente il ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in presenza di una doppia conforme, la censura è dedotta in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, parte ricorrente avrebbe dovuto, oltre che dedurre di avere prodotto in primo grado le due missive spedite via mail, anche precisare in quale fase del procedimento le stesse sarebbero state depositate, al fine di dimostrarne la tempestività;

da ultimo, la censura non è decisiva, oltre che per quanto detto nel motivo precedente (riguardo all’esistenza di più argomentazioni sulla base delle quali la Corte territoriale ha ritenuto fondata la domanda riconvenzionale), soprattutto perchè il giudice di appello ha precisato che l’odierna ricorrente non ha prodotto contestazioni “secondo la specifica procedura contrattualmente prevista”. E tale profilo non è stato contrastato adeguatamente in ricorso. Infatti, come osservato dalla Corte territoriale, quella procedura pattizia non consente di operare contestazioni via mail, ma richiede l’osservanza di specifiche formalità da adottare in termini rigorosi;

analoghe considerazioni vanno riferite al terzo motivo, con il quale si lamenta il mancato conteggio di ulteriori somme che sarebbero state corrisposte a titolo di acconto. Oltre al profilo di inammissibilità, trattandosi di censura ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non consentita dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, il motivo si sostanzia in una richiesta di rivalutare il materiale probatorio, senza specificare, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6, la tempestività e ritualità delle contestazioni, con individuazione della fase processuale nella quale le stesse sarebbero state tempestivamente e ritualmente azionate. Infine, la doglianza non contrasta la ratio decidendi secondo cui neppure gli estratti conto sarebbero stati contestati con le specifiche modalità contrattuali menzionate in occasione del precedente motivo;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; le spese del presente giudizio di cassazione liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in Euro 10.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile-3, il 5 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 maggio 2021

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