Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13703 del 21/05/2019

Cassazione civile sez. VI, 21/05/2019, (ud. 19/02/2019, dep. 21/05/2019), n.13703

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Biagio – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10944-2017 proposto da:

(OMISSIS) SRL, in persona del legale rappresentante, elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CORTE di CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato ANDREA RICUPERATI;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO DELLA (OMISSIS) SRL, UOMINI E BUSINESS SRL;

– intimate –

avverso la sentenza n. 1198/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 22/03/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 19/02/2019 dal Consigliere Relatore Dott. EDUARDO

CAMPESE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. (OMISSIS) s.r.l. ricorre per cassazione, affidandosi a due motivi, ulteriormente illustrati da memoria ex art. 380-bis c.p.c., avverso la sentenza della Corte di appello di Milano del 22 marzo 2017, n. 1198, reiettiva del reclamo ex art. 18, dalla prima proposto contro la dichiarazione del proprio fallimento pronunciata dal tribunale di quella stessa città il 16 giugno/19 luglio 2016. Non hanno spiegato difese, in questa sede la curatela fallimentare e la Uomini e Business s.r.l., creditrice istante L. Fall., ex art. 6.

1.1. In estrema sintesi, quella corte ritenne che l’onere di dimostrare il possesso congiunto dei requisiti di non fallibilità di cui alla L. Fall., art. 1, comma 2, incombente sulla società debitrice, non era stato compiutamente assolto, posto che nessuna documentazione significativa era stata, a tal fine, prodotta, nè sussistevano i presupposti per l’esercizio dei propri poteri istruttori di ufficio.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo denuncia “violazione e falsa applicazione del combinato disposto del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, comma 2, lett. a), b) e c) (e successive modifiche ed integrazioni), nonchè artt. 2727 e 2729 c.c., comma 1, (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, ed ascrive alla decisione impugnata di aver ignorato che: i) “nè il R.D. n. 267 del 1942, art. 1,comma 2, nè altre norme di legge stabiliscono che le società tenute alla presentazione del bilancio di esercizio possano provare il possesso dei requisiti di non fallibilità solo attraverso i bilanci”; “in mancanza di limiti alla tipologia dei mezzi di prova utilizzabili al fine di attestare la non assoggettabilità a fallimento, una siffatta dimostrazione ben può essere raggiunta attraverso le cd. presunzioni semplici, purchè gravi, precise e concordanti, ai sensi del combinato disposto dell’art. 2727 c.c. e art. 2729 c.c., comma 1”.

1.1. Il secondo motivo, prospetta “violazione del combinato disposto del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, comma 2, lett. a), b) e c), e art. 15, comma 4 (ultima proposizione) (e successive modifiche ed integrazioni), nonchè art. 115 c.p.c., comma 1 (prima proposizione), (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, per non avere la corte distrettuale attivato i propri poteri istruttori di ufficio.

2. Tali doglianze, scrutinabili congiuntamente perchè connesse, sono manifestamente infondate.

2.1. Questa Corte, invero, ha già ripetutamente affermato che l’omesso deposito, da parte dell’imprenditore raggiunto da istanza di fallimento, della situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata (al pari dei bilanci relativi agli ultimi tre esercizi), in violazione dell’art. 15, comma 4, si risolve in danno dell’imprenditore medesimo, che è onerato della prova del non superamento dei limiti dimensionali quale causa di esenzione dal fallimento (cfr., ex aliis, Cass. n. 25188 del 2017; Cass. n. 8769 del 2012). Essa, inoltre, ha recentemente precisato che i bilanci di esercizio dei tre anni anteriori alla sentenza dichiarativa rappresentano, per la materia qui in interesse, uno strumento di prova “privilegiato”, senza per questo dar vita, tuttavia, ad alcuna forma di onere esclusivo (cfr. Cass. n. 30541 del 2018; Cass. n. 23948 del 2018, Cass. n. 16067 del 2018, che, peraltro, si pongono in linea di dichiarata continuità con l’orientamento sviluppato sin dall’entrata in vigore dell’attuale L. Fall., art. 1, comma 2, per l’appunto sostanzialmente orientato nel senso di ammettere pure prove diverse dai bilanci di esercizio. Cfr., a titolo di esempio, Cass. n. 13764 del 2017; Cass., n. 24528 del 2016). Da ultimo, ha puntualizzato che, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità, sono ammissibili strumenti probatori alternativi al deposito dei bilanci degli ultimi tre esercizi di cui alla L. Fall, art. 15, comma 4, che, pur costituendo, ai suddetti fini, strumenti di prova privilegiati, non sono espressamente menzionati nella L. Fall., art. 1, comma 2, Cass. n. 30541 del 2018).

2.1.1. Fermo quanto precede, va rimarcato che l’accertamento di fatto circa la fallibilità dell’imprenditore, da compiersi sulla scorta della documentazione (bilanci o diversa tipologia, purchè idonea a dare adeguatamente conto della sua situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata) da lui allegata, compete al giudice del merito: ciò in base alla regola per cui spetta a quest’ultimo il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr., ex multis, Cass. n. 25188 del 2017; Cass. n. 24679 del 2013; Cass. n. 27197 del 2011; Cass. n. 7921 del 2011; Cass. n. 20455 del 2006; Cass. n. 7846 del 2006; Cass. n. 18134 del 2004; Cass. n. 2357 del 2004).

2.1.2. L’apprezzamento circa il valore probatorio attribuito dalla corte distrettuale ai documenti depositati dalla debitrice in sede di reclamo (che lo stesso giudice distrettuale ha precisato essere “non significativi”, altresì sottolineando l’assenza di deposito dei bilanci o di altra documentazione idonea a far desumere l’insussistenza di tutti i requisiti di cui alla L. Fall., art. 1, comma 2, nel triennio – 2013/2015 – di riferimento) sfugge, dunque, al sindacato di legittimità.

2.2. Quanto, poi, alla mancata spendita dei poteri riservati al tribunale ed alla corte di appello, va osservato che la natura officiosa del procedimento prefallimentare implica solo che il giudice del merito possa attingere elementi di giudizio dagli atti e documenti acquisiti, anche indipendentemente da una specifica allegazione di parte, ma non pure che debba trasformarsi in organo ufficioso di ricerca della prova (cfr. Cass. n. 625 del 2016, successivamente richiamata dalla più recente Cass. n. 25188 del 2017). Come è stato osservato, il ruolo di supplenza assegnato al giudice fallimentare non è, del resto, rimesso a presupposti vincolanti poichè richiede una valutazione del giudice di merito circa l’incompletezza del materiale probatorio e l’individuazione di quello utile alla definizione del procedimento, nonchè circa la sua concreta acquisibilità e rilevanza decisoria, sicchè, trattandosi di una facoltà necessariamente discrezionale, il mancato esercizio dei poteri istruttori officiosi da parte del giudice non determina l’illegittimità della sentenza (cfr. Cass. n. 24721 del 2015: il profilo della congruità motivazionale, pure menzionato da questa pronuncia, qui non rileva, in quanto i formulati motivi di ricorso non recano censure motivazionali, e, comunque, il sindacato sulla logicità della motivazione è oggi estraneo al giudizio di legittimità. Cfr., SU, Cass. n. 8053 del 2014).

2.3. Le ulteriori argomentazioni esposte nei motivi di ricorso investono, infine, il complessivo governo del materiale istruttorio, senza assolutamente considerare che la denuncia di violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ivi formalmente proposta, non può essere mediata dalla riconsiderazione delle risultanze istruttorie (cfr. Cass. n. 195 del 2016; Cass. n. 26110 del 2015; Cass. n. 8315 del 2013; Cass. n. 16698 del 2010; Cass. n. 7394 del 2010; Cass., SU. n. 10313 del 2006), non potendosi surrettiziamente trasformare il giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative (fr. Cass. n. 21381 del 2006, nonchè la più recente Cass. n. 8758 del 2017).

3. Il ricorso, va, dunque, respinto, senza necessità di pronuncia sulle spese, essendo le controparti rimaste solo intimate, e dandosi atto, altresì, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (fr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (applicabile ratione temporis, essendo stato il ricorso proposto il 21 aprile 2017).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, giusto lo stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 19 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2019

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