Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13683 del 07/06/2010

Cassazione civile sez. I, 07/06/2010, (ud. 08/04/2010, dep. 07/06/2010), n.13683

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADAMO Mario – Presidente –

Dott. RORDORF Renato – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – rel. Consigliere –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Cooperativa La Panoramica in persona del legale rappresentante,

domiciliata in Roma presso la Corte di Cassazione, rappresentata e

difesa dall’avv. Napoli Vincenzo giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

Comune di Vietri sul Mare in persona del legale rappresentante,

domiciliato in Roma, presso la Corte di Cassazione, rappresentato e

difeso dall’avv. Castaldi Filippo, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Salerno n. 412/04 del

3.9.2004.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza

dell’8.4.2010 dal Relatore Cons. Dr. Carlo Piccininni;

Udito l’avv. Geromel su delega per il controricorrente;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per la richiesta di

assegnazione alle sezioni unite o in subordine per il rigetto del

ricorso con correzione della motivazione con riferimento al secondo

motivo di impugnazione.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 3.9.2004 la Corte di Appello di Salerno dichiarava la nullità del lodo con il quale il Collegio arbitrale, designato per la definizione di una controversia avente ad oggetto l’individuazione del soggetto obbligato a sostenere le spese per la realizzazione di un muro di contenimento, aveva condannato il Comune di Vietri sul Mare al pagamento di L. 119.194.506 oltre interessi, in favore della Cooperativa La Panoramica s.r.l..

In particolare la Corte territoriale, dopo aver premesso che l’art. 16 della convenzione del 30.5.1979 stabiliva che le controversie relative a diritti ed obblighi derivanti dalla convenzione avrebbero dovuto essere devolute ad arbitri, i quali avrebbero deciso secondo equità, rilevava che nella specie si trattava di pretese fatte valere nell’ambito di un rapporto di concessione amministrativa, che in quanto tale avrebbe dovuto essere devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, circostanza che avrebbe precluso la possibilità di dare corso all’arbitrato. Per di più non sarebbe stato correttamente evocabile la L. n. 205 del 2000, art. 6, che aveva disposto in senso contrario prevedendo espressamente che le dette controversie avrebbero potuto essere definite anche mediante arbitrato, e ciò in quanto il citato art. 6 stabiliva che a tal fine l’arbitrato avrebbe dovuto essere “rituale di diritto”, mentre l’art. 16 della convenzione prevedeva un arbitrato “secondo equità, con la più ampia libertà di forma”.

Il lodo sarebbe dunque stato nullo sotto il duplice aspetto della “inesistenza giuridica del titolo di investitura arbitrale” e della contrarietà del lodo a norme imperative.

Avverso la decisione la Cooperativa proponeva ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui resisteva con controricorso il Comune di Vietri sul Mare, che successivamente depositava anche memoria. La controversia veniva infine decisa all’esito dell’udienza pubblica dell’8.4.2010.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i tre motivi di impugnazione la Cooperativa ha rispettivamente denunciato: 1) violazione della L. n. 1034 del 1971, artt. 5, 7 e art. 1367 c.c., per il fatto che, pur se in ipotesi condivisibile il rilievo secondo cui il potere degli arbitri deve trovare fondamento nella deroga convenzionale alla competenza del giudice ordinario, nella specie sarebbe stata individuabile tale deroga. La clausola contenuta nel citato art. 16 della convenzione avrebbe infatti avuto ad oggetto le controversie concernenti indennità, canoni ed altri corrispettivi, per le quali resterebbe salva la competenza del giudice ordinario, mentre comunque vi sarebbe stata violazione dei canoni ermeneutici, per essere stata interpretata la detta clausola in un senso per il quale non avrebbe avuto alcun effetto;

2) violazione della L. n. 1034 del 1971, artt. 5, 7, L. n. 865 del 1971, art. 35, in quanto la richiesta della Cooperativa riguardava la restituzione di somme anticipate per l’edificazione di un muro di contenimento, e quindi per un motivo indipendente da ogni eventuale questione concernente la validità e l’efficacia del rapporto concessorio;

3) violazione della L. n. 205 del 2000, art. 6, per il fatto che la detta norma sarebbe stata già vigente all’epoca dell’introduzione del giudizio arbitrale (18.12.2000), questo sarebbe stato rituale ed il potere equitativo sarebbe stato esercitato esclusivamente con riferimento alla determinazione dell’entità del rimborso. Osserva il Collegio che nella decisione impugnata sono ravvisabili due “rationes decidendi”, individuabili rispettivamente: a) nella nullità della clausola compromissoria, sotto il profilo che nella specie si tratterebbe di controversia rimessa alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, che in quanto tale non avrebbe potuto essere rimessa al giudizio degli arbitri; b) nella contrarietà a norme imperative della detta clausola che prevede un giudizio di equità, atteso che il ricorso all’arbitrato previsto dalla L. 21 luglio 2000, n. 205, art. 6, comma 2, nelle controversie devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo è possibile solo per le controversie da risolvere mediante arbitrato rituale di diritto, e non anche quando la clausola compromissoria demandi agli arbitri una decisione da adottare secondo equità.

Orbene tale seconda “ratio decidendi”, che fra l’altro risulta corretta alla luce della giurisprudenza di questa Corte (C. 08/17934), non è stata censurata dalla ricorrente, che sul punto si è soltanto limitata a rilevare che la Corte di appello non avrebbe tenuto debito conto della natura rituale dell’arbitrato e, quanto al potere equitativo, che “di esso gli arbitri si sono avvalsi esclusivamente nella determinazione dell’entità del rimborso”, rilievi del tutto inidonei a censurare l’affermata nullità della clausola per contrarietà a norme imperative, derivante dalla previsione di un arbitrato secondo equità nella controversia in oggetto.

Ne consegue che il ricorso va dichiarato inammissibile, con condanna della ricorrente, soccombente, al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali del presente giudizio, liquidate in Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 8 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2010

 

 

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