Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13663 del 19/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 19/05/2021, (ud. 12/01/2021, dep. 19/05/2021), n.13663

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1414-2020 proposto da:

J.M., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato MARIA BASSAN;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA, SEZIONE DI

PADOVA, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, presso i cui Uffici

domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. 10015/2019 del TRIBUNALE di VENEZIA, depositato

il 21/11/2019 R.G.N. 7751/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/01/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PAGETTA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. il Tribunale di Venezia, con decreto pubblicato il 21 novembre 2019, ha respinto il ricorso proposto da J.M., cittadina della (OMISSIS), avverso il provvedimento con il quale la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione complementare (umanitaria);

1.1. dal decreto si evince che la richiedente ha dichiarato di essere nata nel (OMISSIS) e di avere lasciato la (OMISSIS) nell’anno 2014, allorquando si era opposta, sostenuta dalla sola madre ma non anche dagli altri parenti, allo zio che dopo la morte del padre voleva che sposasse un uomo di sessant’anni per motivi economici; per questo era andata a stare a Lagos, da un’amica originaria del suo villaggio, dove si guadagnava da vivere lavorando in una fabbrica di biscotti; trascorsi due anni era andata con questa amica dapprima in Niger e poi in Libia dove erano arrivate il 20.6.2015; un giorno l’amica era scomparsa; uscita per cercarla aveva incontrato un uomo arabo che le aveva proposto di lavorare da una sua amica che cercava una baby sitter; questa donna le aveva detto che la avrebbe aiutata a lasciare la Libia se si fosse comportata bene; era, quindi, stata prelevata da un uomo libico che la aveva fatta salire su un’autovettura e la aveva portata vicino al mare;

1.2. il Tribunale ha escluso i presupposti per l’accoglimento della domanda di protezione osservando: quanto allo status di rifugiato, che i fatti riferiti, in assenza di aspetti persecutori diretti e personali, non erano riconducibili alle previsioni della Convenzione di Ginevra ulteriormente evidenziando che la richiedente non aveva allegato elementi per ritenere che fosse vittima di tratta o pericolo di tratta ed anzi, lo aveva espressamente negato in sede amministrativa (v. sentenza, pag.3); quanto alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) la prospettiva di cui alla lett. a) non era neppure evocata ed anche la ipotesi della lett. b) non traspariva dal racconto effettuato; quanto all’ipotesi di cui all’art. 14 cit., lett. C, le fonti consultate escludevano nel (OMISSIS) un conflitto interno o una situazione di violenza generalizzata in quanto la violenza delle organizzazioni armate era indirizzata verso le compagnie petrolifere e i loro esponenti e non nei confronti della popolazione civile; nè il pericolo contemplato dall’art. 14, lett. c è graduabile in ragione del conflitto, raccontato dalla ricorrente, tra la comunità del villaggio di provenienza (OMISSIS) e la comunità del villaggio confinante, (OMISSIS) per la proprietà di un terreno in cui sarebbe stato rinvenuto petrolio non essendo i due villaggi finitimi e confinanti; quanto alla protezione umanitaria ha escluso ogni possibile situazione di vulnerabilità per l’assoluta assenza di credibilità del narrato;

2. per la cassazione della decisione ha proposto ricorso J.M. sulla base di quattro motivi; il Ministero dell’Interno intimato non ha resistito con controricorso, ma ha depositato atto di costituzione ai fini della eventuale partecipazione all’udienza di discussione ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1, ultimo alinea, cui non ha fatto seguito alcuna attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso parte ricorrente deduce violazione di legge, art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e art. 8 omessa valutazione dell’istanza in relazione all’art. 7 comma 1, lett. a) e/o del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) nonchè ai sensi degli artt. 3, 37, e 60 Convenzione di Istambul; denunzia in particolare che il Tribunale ha fondato la valutazione di non credibilità avendo riguardo essenzialmente alle fasi successive all’allontanamento della (OMISSIS) nella prospettiva, negata dall’interessata, che si fosse in presenza di un’ipotesi di tratta; non si era invece soffermato sulle reali problematiche esposte ed in particolare sulla ragione ab origine indicata a giustificazione dell’allontanamento, vale a dire la volontà di sottrarsi ad un matrimonio impostole dallo zio con un soggetto sessantenne;

2. con il secondo motivo deduce violazione di legge, art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e art. 8, lett. c; il Tribunale non aveva posto seriamente in discussione, se non incidentalmente in sede di verifica della tutela umanitaria il racconto della richiedente in tema di matrimonio combinato e tanto meno aveva spiegato le ragioni per le quali era stato ritenuto implausibile che il matrimonio combinato sarebbe stato motivato con la possibilità economica di proseguire gli studi; lamenta che alla richiedente non fossero state formulate domande destinate a chiarire quegli elementi ritenuti sintomatici della non credibilità, fondata essenzialmente sul racconto relativo a vicende successive;

3. con il terzo motivo deduce violazione di legge “art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 (omessa motivazione di fatti e motivazioni della richiesta di protezione) in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e all’art. 60 Convenzione di Istambul; premesso che la situazione che aveva determinato l’allontanamento dal contesto di origine in base alle norme interne ed internazionali era pacificamente qualificabile come violazione dei diritti umani, lamenta la carenza di indagini in merito alla possibilità di ottenere tutela dall’autorità statuale, osservando che il Collegio, nel negare la protezione sussidiaria, si era limitato alla verifica della situazione generale in (OMISSIS), senza soffermarsi su questo aspetto particolare; evidenzia che la questione della contesa fra i villaggi, evocata in motivazione, estranea al racconto della ricorrente, era un evidente refuso;

4. con il quarto motivo deduce violazione e falsa applicazione di norma di diritto censurando il rigetto della domanda di protezione umanitaria in quanto fondata sulla valutazione di non credibilità del racconto della richiedente;

5. i motivi di ricorso, esaminati congiuntamente per evidente connessione, sono meritevoli di accoglimento nei limiti di seguito evidenziati;

5.1. si premette che in base ad un consolidato e condiviso orientamento di questa Corte la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente non può essere affidata alla mera opinione del giudice ma deve essere il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiere non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, e tenendo conto “della situazione individuale e della circostanze personali del richiedente” (di cui all’art. 5, comma 3, lett. c), del D.Lgs. cit.), senza dare rilievo esclusivo e determinante a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto (Cass. n. 2956/2020, n. 19716/2018n. 26921/2017); invero, solo sulla base di un esame effettuato nel modo anzidetto, le dichiarazioni del richiedente possono essere considerate inattendibili e come tali non meritevoli di approfondimento istruttorio officioso, salvo restando che ciò vale soltanto per il racconto che concerne la vicenda personale dei richiedente, che può rilevare ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato o ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), ma non per l’accertamento dei presupposti per la protezione sussidiaria di cui all’art. 14 cit., lett. c – la quale non è subordinata alla condizione che l’istante fornisca la prova di essere interessato in modo specifico nella violenza indiscriminata ivi contemplata, a motivo di elementi che riguardino la sua situazione personale – neppure può valere ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria in quanto il giudizio di scarsa credibilità della narrazione del richiedente relativo alla specifica situazione dedotta a sostegno della domanda di protezione internazionale, non può precludere la valutazione, da parte del giudice, delle diverse circostanze che rilevano ai fini del riconoscimento della protezione 4 umanitaria (cfr. tra le altre, Cass. n. 2960/2020, n. 2956/2020, n. 10922/2019);

5.2. solo a condizione che la suddetta valutazione – sulla sussistenza o meno della credibilità soggettiva – risulti essere stata effettuata con il metodo indicato dalla specifica normativa attuativa di quella di origine UE e, quindi, in conformità della legge, essa può dare luogo ad un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, come tale censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – nel testo risultante dalle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art,. 54 convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 – come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (tra le tante: n. 3340/2019);

5.3. in relazione alla specifica questione prospettata dalla richiedente, che ha dichiarato di essersi allontanata per sottrarsi al matrimonio impostole dallo zio, la giurisprudenza di questa Corte ha già avuto modo di affermare che la costrizione ad un matrimonio non voluto costituisce una grave violazione della dignità umana, e quindi un trattamento degradante, idoneo a giustificare il riconoscimento della protezione sussidiaria, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), in quanto la minaccia di un danno grave richiesta da tale disposizione può provenire anche da soggetti diversi dallo Stato, allorchè le autorità pubbliche o le organizzazioni che controllano lo Stato o una sua parte consistente non possano o non vogliano fornire una protezione adeguata (cfr. Cass. 25463/2016, 25873/2014); è stato in particolare precisato che in tema di protezione internazionale dello straniero, in virtù degli artt. 3 e 60 della Convenzione di Istanbul dell’11 maggio 2011 sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, anche gli atti di violenza domestica sono riconducibili all’ambito dei trattamenti inumani o degradanti considerati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, sicchè è onere del giudice verificare in concreto se, pur in presenza di minaccia di danno grave ad opera di un “soggetto non statuale”, ai sensi dell’art. 5, lett. c) decreto citato, lo Stato di origine sia in grado di offrire alla donna adeguata protezione (Cass. 12333/2017);

5.4. il giudice di merito non si è attenuto a tali indicazioni in quanto la valutazione di non credibilità è stata motivata con riferimento a incongruità e contraddizioni del racconto riferite essenzialmente al periodo successivo all’allontanamento dalla famiglia di origine laddove la plausibilità della questione posta dal racconto della richiedente in relazione al matrimonio impostole, avrebbe meritato di essere approfondita alla luce di fonti aggiornate e pertinenti onde verificare da un lato la effettività e la diffusione della pratica dei “matrimoni forzati” nel paese di origine e dall’altro la possibilità di ottenere protezione rispetto a tale pratica dall’autorità statuale;

6. in base alle considerazioni che precedono si impone la cassazione del decreto impugnato con rinvio ad altro giudice per il riesame nel merito della vicenda alla luce dei principi richiamati.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione. Cassa il decreto impugnato e rinvia al Tribunale di Venezia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 19 maggio 2021

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