Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13642 del 30/05/2017


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Cassazione civile, sez. II, 30/05/2017, (ud. 05/04/2017, dep.30/05/2017),  n. 13642

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

Dott. CORTESI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 16054/2014 R.G. proposto da:

F.M. e P.R., rappresentate e difese dall’Avv.

Nicola M.A. CALDARULO, con domicilio eletto in Roma, via Grazioli

Lante, n. 70, presso lo studio dell’Avv. Antonia Sassone;

– ricorrenti –

contro

S.M.;

– intimata-

avverso la sentenza della Corte d’appello di Firenze n. 630/2013,

depositata in data 24.4.2013, non notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 5.4.2017 dal

Consigliere Relatore Dott. CORTESI Francesco.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

– con ricorso ex art. 1170 c.c., P.D. chiese al Tribunale di Pistoia di ordinare a S.M. la cessazione delle turbative al possesso del proprio immobile, assumendo che costei aveva trasformato le due aperture lucifere del suo fabbricato, poste sul confine fra le proprietà, trasformandole in vedute, in violazione delle distanze prescritte dagli artt. 901 e 905 c.c.;

– la S. si costituì sostenendo di aver ridotto la grandezza delle finestre e di averle munite di inferriate, tali da limitarne la possibilità di inspicere e prospicere sul fondo del vicino; eccepì in ogni caso d’aver usucapito una servitù di veduta;

– all’esito della fase interdittale il tribunale respinse il ricorso, disponendo per la prosecuzione della causa nel merito; con le memorie autorizzate, il ricorrente domandò in via subordinata che fosse ordinato alla S. di eseguire quanto necessario perchè le aperture “venissero dotate dei requisiti di cui all’art. 901 c.c.”;

– interrottosi il giudizio di merito in seguito al decesso del P., riassunto lo stesso a cura delle eredi F.M. e P.R., il tribunale respinse la domanda;

– la Corte d’Appello di Firenze, investita del gravame proposto da F.M. e P.R. e dopo la costituzione di S.M., rigettò l’appello e confermò la sentenza impugnata;

– ritennero in particolare i giudici d’appello che, anche a seguito delle trasformazioni, le aperture non consentissero alcun affaccio sul fondo confinante, essendo collocate sullo stesso telaio preesistente e munite di grate; giudicarono inoltre la domanda di ricondurre le aperture alle caratteristiche di cui all’art. 901 c.c., inammissibile per come proposta, in quanto tardivamente formulata ed in ogni caso non proponibile nell’ambito del giudizio possessorio, promosso per il ripristino di uno stato di fatto del quale era poi stato accertato il mantenimento;

– avverso tale decisione hanno proposto ricorso F.M. e P.R. sulla base di due motivi; l’intimata non ha svolto attività difensive.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

– con il primo motivo le ricorrenti denunziano violazione degli artt. 113, 115 e 116 c.p.c., assumendo che la corte d’appello avrebbe fondato la sua decisione sulla sola base delle fotografie in atti, quantunque inidonee a dimostrare l’immutata capacità di affaccio delle aperture, e rigettato le loro ulteriori richieste istruttorie in proposito, volte in particolare all’ammissione di consulenza tecnica;

– il motivo è inammissibile; il fatto che le aperture non abbiano comportato un aumento della capacità di affaccio è infatti adeguatamente motivato nella sentenza impugnata con richiamo alle fotografie acquisite, dalle quali la corte trae l’argomentato convincimento della superfluità di ogni ulteriore attività probatoria; la censura, pertanto, si sostanzia in una mera contestazione dell’esercizio del potere di apprezzamento delle prove da parte del giudice di merito, non consentita in questa sede (cfr. fra le altre Cass. civ. 10.6.2016, n. 11892);

– con il secondo motivo le ricorrenti denunziano violazione degli artt. 183 e 345 c.p.c., assumendo che erroneamente la corte d’appello avrebbe ritenuto la novità della loro domanda di ricondurre le aperture alle caratteristiche di cui all’art. 901 c.c., che affermano in realtà di aver tempestivamente formulato al termine della fase sommaria;

– la censura non coglie la ratio decidendi; la corte d’appello ha infatti espressamente precisato che la domanda, anche ove in ipotesi ritenuta tempestiva, caratterizzandosi come tipica domanda petitoria sfuggiva all’oggetto del giudizio, volto alla cessazione delle turbative al possesso mediante il ripristino della precedente condizione dei luoghi, in ordine alla quale, invece, non era emerso alcun mutamento;

Ritenuto pertanto il ricorso meritevole di rigetto; rilevato che non vi è necessità di provvedere sulle spese per la mancanza di attività difensive della parte intimata; ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 quater.

PQM

 

rigetta il ricorso; nulla sulle spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 2^ Sezione Civile della Corte di Cassazione, il 5 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2017

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