Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13621 del 30/05/2017


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Cassazione civile, sez. II, 30/05/2017, (ud. 13/10/2016, dep.30/05/2017),  n. 13621

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27418-2012 proposto da:

B.F. (OMISSIS), B.N. (OMISSIS),

B.S. (OMISSIS), B.M. (OMISSIS), B.G.

(OMISSIS), B.E. (OMISSIS), BR.MA.

(OMISSIS), T.T. (OMISSIS), BE.MI. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA LUIGI LUCIANI 1, presso lo

studio dell’avvocato DANIELE MANCA BITTI, che li rappresenta e

difende unitamente all’avvocato LUIGI GRITTI;

– ricorrenti –

contro

B.V. (OMISSIS), B.C. (OMISSIS),

B.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE DELLE

MILIZIE 108, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO ORSINI,

rappresentati e difesi dall’avvocato LUCIANO CHIARINI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 718/2012 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 07/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/10/2016 dal Consigliere Dott. D’ASCOLA PASQUALE;

udito l’Avvocato IRENE ROMANO, con delega dell’Avvocato DANIELE MANCA

BITTI difensore dei ricorrenti, che si è riportato agli atti

depositati;

udito l’Avvocato ALESSANDRO ORSINI, con delega orale dell’Avvocato

LUCIANO CHIARINI difensore dei controricorrenti, che si è riportato

agli atti depositati ed ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS PIERFELICE che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1) Su istanza degli odierni resistenti, veniva disposta dal tribunale di Brescia, con sentenza del 19.11.2007 notificata il 23 gennaio 2008, la divisione di un compendio immobiliare sito in (OMISSIS).

In sede di appello due degli appellanti, N. e B.F., chiedevano attribuzione di quota di beni corrispondente alla propria quota indivisa. Impugnavano la sentenza di primo grado che li aveva lasciati in comunione con gli altri sette appellanti e non aveva dilazionato la divisione come richiesto da questi ultimi.

Tutti gli appellanti si dolevano di violazioni del procedimento ex art. 789 c.p.c., quanto alla discussione del progetto; del rigetto della richiesta di dilazione dello scioglimento della comunione; della mancata considerazione del progetto divisionale di parte.

L’appello è stato respinto; la sentenza del 7 giugno 2012 è stata notificata il 1 ottobre 2012.

Il ricorso per cassazione di 9 dei dieci appellanti (Caterina è deceduta nelle more del giudizio di appello, subito riassunto), è stato notificato il 28.11.2012, con 3 motivi.

V., C. e B.F. hanno resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2) Il primo motivo lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 789 c.p.c., nullità della sentenza e vizi di motivazione. Parte ricorrente ripropone l’eccezione di nullità del procedimento per omesso deposito di un progetto divisionale e di un’udienza di discussione del medesimo.

Secondo i ricorrenti l’acquisizione di una consulenza tecnica e la fissazione dell’udienza di precisazione delle conclusioni non equivale a tali adempimenti, perchè il progetto del consulente era solo una base su cui si dovevano innestare le critiche di parte il deposito di un progetto fatto proprio dal giudice istruttore.

Dopo aver ripercorso lo svolgimento delle udienze, parte ricorrente osserva che il giudice ha applicato alla causa di divisione la procedura ordinaria anzichè quella speciale.

Sostiene che le parti non avevano mai “escluso la possibilità di una chiusura del procedimento mediante accettazione consensuale della proposta divisione, in tal modo giustificando la diretta rimessione del giudizio alla fase decisoria”; che solo una delle parti aveva chiesto la fissazione di udienza di precisazione; che in precedenza il 18 ottobre 2006 si era preso atto del deposito della ctu, era stato contestato il deposito di una memoria, l’avv. Radaelli aveva chiesto termine per note; che all’udienza successiva F., N. e C. avevano formulato le nuove domande e l’avv. Chiarini ne aveva eccepito la inammissibilità; che il giudice aveva fissato le conclusioni, precisate il 28 giugno 2007.

La censura non merita accoglimento.

La stessa parte ricorrente riconosce che secondo la giurisprudenza di legittimità, alla quale la sentenza impugnata ha fatto riferimento, “Nel procedimento per lo scioglimento di una comunione, non occorre una formale osservanza delle disposizioni previste dall’art. 789 c.p.c., – ovvero la predisposizione di un progetto di divisione da parte del giudice istruttore, il suo deposito in cancelleria e la fissazione dell’udienza di discussione dello stesso essendo sufficiente che il medesimo giudice istruttore faccia proprio, sia pure implicitamente, il progetto approntato e depositato dal c.t.u., così come non è necessaria la fissazione dell’apposita udienza di discussione del progetto quando le parti abbiano già escluso, con il loro comportamento processuale, la possibilità di una chiusura del procedimento mediante accettazione consensuale della proposta divisione, in tal modo giustificandosi la diretta rimessione del giudizio alla fase decisoria.” (Sez. 2, n. 242 del 11/01/2010; n. 27405 del 06/12/2013).

Nella specie regolata da Cass. 242/10 le parti avevano chiesto concordemente di differire la causa all’udienza di precisazione delle conclusioni.

Nel caso odierno la Corte di appello ha formulato un apprezzamento congruo e non censurabile nell’interpretare alla stessa stregua il comportamento implicito del giudice istruttore, che ha rinviato per conclusioni dopo aver preso atto di orientamenti delle parti che non erano concordi e che non lasciavano prevedere una possibilità di addivenire al consenso generale su quella divisione, proposta dalla consulenza, che egli ha evidentemente considerato come il progetto più attendibile.

Ne era conferma la circostanza che tre dei comunisti (due dei quali tra gli odierni ricorrenti, F. e N. – è deceduta C.) avessero chiesto assegnazione di una quota personale, negando di voler accedere ad assegnazioni congiunte.

La richiesta è tema del secondo motivo.

La condotta processuale dei ricorrenti, che insistono in tal senso, conferma quindi ex post quella che – ex ante – è stata la prognosi del giudice istruttore, sulla reiezione di quel progetto che aveva inteso far proprio.

La sua non dialogante rimessione a conclusioni rimane quindi interpretabile nel senso che la Corte di appello ha inteso attribuirle.

3) Con il secondo motivo i ricorrenti espongono che dopo la consulenza d’ufficio era venuto meno l’interesse di tre di essi ( C., F. e N.) a una comune difesa e che i tre, con nuovi difensori, avevano chiesto l’attribuzione di una quota per ciascuno, non intendendo restare in comunione; che il tribunale aveva dichiarato inammissibile la richiesta perchè formulata oltre i termini delle memorie di cui all’art. 183 c.p.c., comma 5; che invano essi avevano dedotto in appello che la loro non era domanda nuova e che il giudice obbligandoli a restare in comunione aveva violato il disposto degli artt. 1111 e 1114 c.c., negando anche il differimento dello scioglimento richiesto da tutti per l’interesse agricolo di B.S.; che la Corte di appello aveva confermato tale giudizio.

Tutti si dolgono di questo andamento processuale.

La censura è fondata.

La Corte di appello, nel condividere la tesi della novità della domanda di attribuzione di quota singola, ha osservato che l’iniziale non opposizione allo scioglimento della comunione costituiva “a sua volta una domanda di scioglimento della stessa comunione, con la modalità di restare in comunione con tutti gli altri convenuti”.

Quest’ultima affermazione è azzardata. Non opporsi alla comunione non significa di per sè richiedere assegnazione di quota comune tra chi si difende unitariamente. Può esser vero ciò solo quando emerga dallo scritto difensivo unitario una comune posizione in tal senso di tutti gli assistiti; ben può accadere tuttavia che gli assistiti formulino richieste diversificate non in contrasto tra loro (per esempio assegnazione congiunta di quote a gruppetti). Nella specie dopo l’iniziale posizione di non opposizione allo scioglimento, è emersa, successivamente all’acquisizione della consulenza, la richiesta differenziata su cui i due ricorrenti superstiti insistono con l’odierno ricorso e gli altri concordano.

La doglianza ha fondamento, perchè la Corte ritiene che essi in quella fase potessero precisare le proprie richieste.

Questa Corte ha sovente affermato che nel giudizio di divisione la richiesta di attribuzione di beni determinati può essere proposta per la prima volta in appello, poichè attiene alle modalità di attuazione dello scioglimento della comunione e non costituisce domanda in senso proprio (Cass n. 14521 del 14/08/2012).

Successivamente, in sede di ricostruzione del sistema ha precisato che “il giudizio di scioglimento di comunioni non è del tutto compatibile con le scansioni e le preclusioni che disciplinano il processo in generale, intraprendendo i singoli condividenti le loro strategie difensive anche all’esito delle richieste e dei comportamenti assunti dalle altre parti con riferimento al progetto di divisione ed acquisendo rilievo gli eventuali sopravvenuti atti negoziali traslativi, che modifichino il numero e l’entità delle quote; ne deriva il diritto delle parti del giudizio divisorio di mutare, anche in sede di appello, le proprie conclusioni e richiedere per la prima volta l’attribuzione, per intero o congiunta, del compendio immobiliare, integrando tale istanza una mera modalità di attuazione della divisione.”(Cass. 9367/13; v. anche 14756/16). La Corte di appello ha invece negato in radice questa possibilità, senza valutare che la iniziale costituzione unitaria con una linea difensiva che di per sè esprimeva proprio a una posizione attendista e di verifica degli sviluppi del giudizio, avrebbe potuto legittimamente esse modificata dopo la consulenza acquisita, giacchè la consulenza a fini divisionali assume di regola rilievo decisivo nell’orientare le volontà dei condividenti.

In sede di operazioni divisionali risponde infatti alle esigenze cui quel particolare giudizio è indirizzato consentire il dispiegamento di modifiche delle iniziali domande in relazione all’emergere e alla formalizzazione, officiosa o di parte, di novità che giustificano un nuovo assetto di interessi.

In ogni caso, a fronte di una revoca della – ipotizzata – richiesta di attribuzione congiunta, sopraggiunta subito dopo la consulenza, era dovere dell’istruttore e successivamente della Corte di appello, formulare nuovo progetto divisionale o, in caso di non comoda divisibilità, procedere alla vendita.

La causa, soffocata dall’uso severo dei criteri di preclusione della domanda, deve retrocedere, con rinvio alla Corte di appello per lasciare sfogo alle istanze di parte e a un adeguato esame di esse.

3) Resta assorbito, per conseguenza, il terzo motivo di ricorso, che lamenta la mancata considerazione della consulenza di parte.

La sentenza impugnata va cassata e la cognizione rimessa alla Corte di appello di Brescia in diversa composizione per il riesame dell’appello in relazione all’accoglimento del primo motivo e per la liquidazione delle spese di questo giudizio.

PQM

 

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso; accoglie il secondo; dichiara assorbito il terzo.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Brescia in diversa composizione, che provvederà anche sulla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ sezione civile, il 13 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2017

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