Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13621 del 21/06/2011

Cassazione civile sez. II, 21/06/2011, (ud. 15/04/2011, dep. 21/06/2011), n.13621

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

C.C., rappresentata e difesa, per procura speciale a

margine del ricorso, dall’Avvocato Fortuna Francesco Saverio, presso

lo studio del quale in Roma, Corso Trieste n. 16, è elettivamente

domiciliata;

– ricorrente –

e

M.F., rappresentato e difeso, per procura speciale a

margine del controricorso, dall’Avvocato Assennato G. Sante, presso

lo studio del quale in Roma, via Carlo Poma n. 2, è elettivamente

domiciliato;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 2240 del 2008,

depositata il 28 maggio 2008.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15 aprile 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, il quale nulla ha osservato rispetto alla

relazione.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Che il Tribunale di Roma, adito da C.G. che, quale proprietaria di un terreno sito in (OMISSIS), lotto n. (OMISSIS), aveva chiesto che venisse ordinata la chiusura dell’apertura realizzata da M.F. nella recinzione posta a confine del terreno stesso, ha rigettato la domanda principale, ha accolto la domanda riconvenzionale con la quale il M. aveva chiesto che venisse dichiarato il suo acquisto per usucapione della proprietà del lotto di terreno in questione e ha compensato tra le parti le spese;

che la Corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 28 maggio 2008, ha rigettato l’appello principale della C. e ha invece accolto l’appello incidentale del M. quanto alla disposta compensazione delle spese del primo grado, condannando quindi la C. alle spese del doppio grado di giudizio;

che C.C. ricorre per cassazione avverso tale sentenza sulla base di due motivi, cui resiste, con controricorso, M. F.;

che, essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata redatta la prescritta relazione, che è stata comunicata alle parti e al Pubblico Ministero.

Rilevato che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione:

“(…) Con il primo motivo, la ricorrente deduce il vizio di motivazione insufficiente e contraddittoria su un punto controverso e decisivo per il giudizio, e cioè la prova del possesso ultraventennale, pacifico e ininterrotto, del terreno. La Corte d’appello, sostiene la ricorrente, avrebbe errato nella ricognizione delle deposizioni testimoniali e nel riferire che i testi erano stati concordi su alcune circostanze, laddove invece ciò non emergeva dai verbali di causa. Avrebbe poi ignorato l’esistenza di alcuni documenti che avrebbero escluso la retrodatazione dell’inizio del possesso, e quindi avrebbero comportato la impossibilità di ritenere provato il possesso ultraventennale.

Il motivo è manifestamente infondato. La Corte d’appello ha esaminato tutte le risultanze della prova testimoniale, ha svolto il proprio apprezzamento sull’attendibilità dei singoli testi, e ha ritenuto che la deposizione del teste M. fosse particolarmente attendibile, sottolineando come anche la ricorrente avesse attribuito rilievo alla detta deposizione, desumendone argomenti a sostegno della propria linea difensiva. La motivazione della sentenza impugnata risulta dunque immune dai denunciati vizi e la censura si risolve in sostanza nella richiesta di un diverso apprezzamento delle risultanze istruttorie, delle quali non viene neanche riportato integralmente il contenuto nel ricorso. Quanto poi alla mancata valutazione dei documenti indicati dalla ricorrente, si deve rilevare che il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione denunciatale con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5, si configura solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione; tali vizi non possono consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, spettando solo al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, mentre alla Corte di Cassazione non è conferito il potere di riesaminare e valutare autonomamente il merito della causa, bensì solo quello di controllare, sotto il profilo logico e formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione compiuti dal giudice del merito, cui è riservato l’apprezzamento dei fatti (Cass., n. 15489 del 2007).

In ogni caso, difetta, quanto agli indicati documenti, che si assume non siano stati valutati dalla Corte d’appello, il carattere della decisività, atteso che, sulla base delle risultanze istruttorie, si è ritenuto che il possesso sia iniziato nel 1970, come riferito dal teste M..

Con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 cod. proc. civ., dolendosi del fatto che la Corte d’appello abbia riformato il capo della sentenza di primo grado che aveva disposto la compensazione delle spese. Formula in proposito il seguente quesito di diritto: “Dica l’Ecc.ma Suprema Corte se in base alla norma di cui all’art. 92 c.p.c., comma 2, nel testo vigente anteriormente alla riforma della legge n. 263/2005 e della L. n. 69 del 2009, il Giudice debba specificamente e necessariamente esplicare i motivi per cui ha inteso compensare parzialmente o per intero le spese di lite tra le parti in ipotesi in cui vi sia stata soccombenza reciproca, ovvero se la valutazione dell’opportunità di operare la compensazione delle spese processuali nell’ipotesi di ricorrenza di giusti motivi rientri nei poteri discrezionali del giudice di merito e quindi non richieda una specifica motivazione”. Il motivo è manifestamente infondato, atteso che le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 20598 del 2008, hanno affermato il principio secondo cui “nel regime anteriore a quello introdotto dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. a), il provvedimento di compensazione parziale o totale delle spese “per giusti motivi” deve trovare un adeguato supporto motivazionale, anche se, a tal fine, non è necessaria l’adozione di motivazioni specificamente riferite a detto provvedimento purchè, tuttavia, le ragioni giustificatrici dello stesso siano chiaramente e inequivocamente desumibili dal complesso della motivazione adottata a sostegno della statuizione di merito (o di rito). Ne consegue che deve ritenersi assolto l’obbligo del giudice anche allorchè le argomentazioni svolte per la statuizione di merito (o di rito) contengano in sè considerazioni giuridiche o di fatto idonee a giustificare la regolazione delle spese adottata, come – a titolo meramente esemplificativo – nel caso in cui si da atto, nella motivazione del provvedimento, di oscillazioni giurisprudenziali sulla questione decisiva, ovvero di oggettive difficoltà di accertamenti in fatto, idonee a incidere sulla esatta conoscibilità a priori delle rispettive ragioni delle parti, o di una palese sproporzione tra l’interesse concreto realizzato dalla parte vittoriosa e il costo delle attività processuali richieste, ovvero, ancora, di un comportamento processuale ingiustificatamente restio a proposte conciliative plausibili in relazione alle concrete risultanze processuali”. Nel caso di specie, invero, la sentenza impugnata da atto che il Tribunale ha disposto la compensazione delle spese del grado senza indicare i motivi di tale statuizione; nè la ricorrente deduce che la Corte d’appello abbia errato nel riferire il contenuto della sentenza di primo grado sul punto, sul quale vi era stato appello incidentale.

Sussistono, pertanto, le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio”.

Lette le memorie difensive depositate da entrambe le parti.

Considerato che il Collegio condivide tale proposta di decisione;

che le deduzioni svolte da parte ricorrente nella memoria depositata in prossimità della discussione del ricorso, non sono idonee ad indurre a diverse conclusioni;

che, in particolare, per quanto attiene al primo motivo, appare opportuno rilevare che la affermazione contenuta nella relazione ex art. 380 bis cod. proc. civ., in ordine alla mancata osservanza, da parte della ricorrente, del principio di autosufficienza del ricorso va all’evidenza riferita non alla imprecisione delle trascrizioni delle disposizioni ovvero alla non fedeltà delle trascrizioni stesse, ma alla completezza dei riferimenti al materiale istruttorio valutato dal giudice del merito;

che, quanto alle critiche specificamente rivolte alla proposta di decisione sul secondo motivo di ricorso, è utile ricordare che, secondo un consolidato orientamento di questa Corte, “in materia di liquidazione delle spese giudiziali nel giudizio di appello, il giudice di appello che rigetti il gravame nei suoi aspetti di merito confermando la sentenza di primo grado non può in mancanza di uno specifico motivo di impugnazione relativo alla statuizione sulle spese processuali, modificare tale statuizione, compensando tra le parti le spese del giudizio di primo grado, mentre, in presenza del motivo di impugnazione relativo alle spese, la decisione sulle spese dell’intero giudizio spetta al giudice dell’impugnazione, che nella liquidazione di esse deve tener conto dell’esito complessivo del giudizio” (Cass. n. 974 del 2007);

che, infatti, “la decisione sulle spese dell’intero giudizio spetta al giudice della impugnazione, che ha facoltà di operare la compensazione totale o parziale delle spese di primo grado, condannando il soccombente al pagamento di quelle di secondo grado, ovvero di compensare le spese del giudizio di gravame e di condannare il soccombente al pagamento delle spese di primo grado” (Cass., n. 10100 del 1996; Cass. n. 26985 del 2009);

che, nella specie, la Corte d’appello, investita di uno specifico motivo di impugnazione, ben poteva procedere alla rideterminazione delle spese del giudizio di primo grado;

che, quindi, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna della ricorrente, in applicazione del principio della soccombenza, alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 2.500,00 per onora-ri, oltre alle spese generali e agli accessori di legge, disponendone la distrazione in favore del procuratore del contro ricorrente, per dichiarato anticipo.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 15 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 21 giugno 2011

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