Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13617 del 04/06/2010

Cassazione civile sez. I, 04/06/2010, (ud. 15/04/2010, dep. 04/06/2010), n.13617

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

COMUNE DI AVELLINO (C.F. (OMISSIS)), in persona del Sindaco pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ERITREA 91, presso

l’avvocato IAIONE ARTURO, che lo rappresenta e difende, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

T.G. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA EUDO GIULIOLI 47/B/18, presso l’avvocato

MAZZITELLI GIUSEPPE, rappresentato e difeso dall’avvocato BARRA

ANTONIO, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1719/2004 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 25/05/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/04/2010 dal Consigliere Dott. SALVAGO Salvatore;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato IAIONE che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ABBRITTI Pietro, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Avellino, con sentenza del 2002 respingeva le richieste di risarcimento del danno di T.G., comproprietario di un terreno ubicato nella locale contrada (OMISSIS), occupato dal comune di Avellino in seguito a decreto sindacale del 9 maggio 1988, il quale aveva dedotto, sotto vari profili l’illegittimita’ dell’occupazione nonche’ la sua irreversibile trasformazione, da parte dell’espropriante. In parziale accoglimento dell’impugnazione del proprietario, la Corte di appello di Napoli con sentenza del 25 maggio 2004 ha condannato il comune di Avellino a corrispondere al T. quale indennita’/risarcimento per l’occupazione illegittima dell’immobile verificatasi per alcune superfici dal 9 maggio 1995 e per altre dal 28 febbraio 1997, la complessiva somma di Euro 12.345,71 con accessori, osservando:

a) che non sussistevano le dedotte illegittimita’ della dichiarazione di p.u., ne’ dei decreti di occupazione temporanea, per cui l’apprensione e la detenzione del fondo T. fino alle date suddette era avvenuta regolarmente; laddove nel periodo successivo il titolo era venuto meno, e d’altra parte l’immobile non risultava effettivamente rilasciato al proprietario, pur se l’amministrazione comunale ne aveva deliberato la restituzione; b)che lo stesso aveva destinazione edificatoria, in quanto incluso in un piano di zona; ed, in precedenza, in una zona destinata dal P.R.G. a centro direzionale e fieristico.

Per la cassazione della sentenza il comune di Avellino ha proposto ricorso per due motivi; cui resiste il T. con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il comune di Avellino, deducendo violazione dell’art. 345 c.p.c., censura la sentenza impugnata per avere accolto la richiesta di risarcimento del danno per la detenzione abusiva del proprio fondo dall’epoca dell’apprensione fino a quella della riconsegna, formulata per la prima volta in appello: posto che in primo grado, pur avendo dedotto l’illegittimita’ dell’occupazione aveva chiesto soltanto il risarcimento del danno pari al controvalore dell’immobile per la sua avvenuta irreversibile trasformazione da parte dell’amministrazione comunale. Il motivo e’ infondato.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte costituisce domanda nuova, improponibile in appello ai sensi dell’art. 345 c.p.c., quella che alteri anche uno soltanto dei presupposti della domanda iniziale, introducendo un “petitum” diverso e piu’ ampio, oppure una diversa “causa petendi”, fondata su situazioni giuridiche non prospettate in primo grado ed in particolare su un fatto giuridico costitutivo del diritto originariamente vantato, radicalmente diverso, sicche’ risulti inserito nel processo un nuovo tema d’indagine.

Ora, nel caso non e’ esatto che il T. abbia chiesto il risarcimento del danno conseguente al verificarsi della sola occupazione espropriativa dei suoi terreni, in quanto proprio dall’atto introduttivo del giudizio, trascritto dal comune risulta che il proprietario aveva ivi dedotto: a) che gli era stato occupato a seguito di decreto sindacale 9 maggio 1988 un fondo di mq. 469,50, riportato nel catasto di Avellino al (OMISSIS); b) che in realta’ l’occupazione aveva successivamente interessato un’area estesa mq. 1161,50, risultando per la maggiore estensione senza titolo; c) che con successivo decreto del 28 febbraio 1990 era stata autorizzata l’occupazione della part. (OMISSIS) fino a mq 2787,50 e di quella n. (OMISSIS) fino a mq 332,50; d)l’illegittimita’ originaria e/o sopravvenuta nonche’ l’inefficacia dei decreti suddetti e dei conseguenti atti esecutivi, percio’ prospettando il carattere abusivo dell’intera occupazione a partire dall’originario decreto del 1988.

Conseguentemente aveva chiesto al G.I. di accertare che se ne era verificata nell’anno 1993 la irreversibile trasformazione per cui egli aveva diritto al risarcimento del danno pari al valore venale dell’area trasformata, nonche’ “alla indennita’ di occupazione illegittima fino a tale data”. Ed al Tribunale di condannare comunque la controparte al risarcimento del danno “nella misura che risultera’ dalla richiesta consulenza” percio’ non limitandolo affatto al controvalore dell’immobile:come ha riconosciuto lo stesso comune allorche’ ha affermato che l’originaria domanda era finalizzata “all’accertamento del diritto all’indennita’ da occupazione illegittima e del danno per la irreversibile trasformazione del fondo” (pag. 4 ric.).

Il Tribunale ha escluso la prospettata occupazione acquisitiva di taluna di dette aree e tale capo della decisione e’ passato in giudicato. Per cui i giudici di appello si sono limitati ad esaminare l’altra causale del risarcimento e/o indennizzo invocati, costituita dall’illegittima occupazione dei terreni che si sarebbe protratta fin dal 1988 e che secondo l’assunto del T. non era stata mai conclusa mediante la restituzione: percio’ giustamente ritenendo irrilevante la circostanza che al G.I. fosse stata richiesta la liquidazione del relativo indennizzo fino al 1993 sul presupposto non verificatosi che il comune ne avesse acquisito la proprieta’ per effetto della c.d. occupazione espropriativa, posto che la domanda giudiziale deve essere interpretata dal giudice non solo nella sua letterale formulazione ma anche nel suo sostanziale contenuto e con riguardo alle finalita’ perseguite dalla parte, in modo da comprendere le richieste che, pur se non espressamente ed univocamente proposte, si trovino in rapporto di connessione necessaria con il “petitum” e la “causa petendi” della domanda avanzata (Cass. 12309/2004).

E siccome la Corte di appello ha ritenuto a sua volta; che tutti gli atti della procedura ablativa erano regolari, ivi compresa la dichiarazione di p.u. dell’opera perche’ contenente tutti e 4 i termini stabiliti dalla L. n. 2359 del 1865, art. 13, la richiesta risarcitoria e’ stata respinta per il periodo compreso tra il 1988 ed il 1995 (ovvero 1997 per alcune superfici), in quanto autorizzata dal decreto di occupazione temporanea dichiarato valido da detti giudici, nonche’ dalle proroghe legali; ed il risarcimento del danno e’ stato liquidato esclusivamente per il periodo successivo per avere la sentenza condiviso (ed il comune non piu’ contestato in questa sede di legittimita’) che il fondo non era stato piu’ restituito al proprietario; percio’ non incorrendo nella violazione dell’art. 345 c.p.c. poiche’ il T. fin dalla citazione originaria ne aveva denunciato l’occupazione senza titolo e chiesto il risarcimento e/o indennizzo per le due possibili causali che la stessa aveva generato:

protrarsi dell’abusiva detenzione del terreno – sua irreversibile trasformazione nell’opera pubblica programmata dalla dichiarazione di p.u.,rinunciando nel giudizio di appello soltanto a quest’ultima.

Con il secondo motivo, il comune deducendo violazione di legge e difetto di motivazione, si duole che la Corte di appello abbia attribuito ai terreni occupati destinazione edificatoria, recependo gli accertamenti al riguardo della c.t. che, invece, in nessuna parte ne aveva affermato la riferita destinazione a centro direzionale e fieristico: rilevando semmai che gli stessi erano stati destinati a verde pubblico ed attrezzature sportive, e quindi inclusi in zona destinata a verde pubblico attrezzato per lo sport all’aperto. Anche questa censura e’ infondata.

La sentenza impugnata ha accertato che gli immobili T., al momento della occupazione temporanea ricadevano in un Piano di zona;

e tanto bastava per affermarne la destinazione edificatoria essendo del tutto irrilevante accertare quale fosse stata quella pregressa attribuita dal P.R.G.: se a centro direzionale e fieristico con prospettive edificatorie, come ritenuto dalla sentenza, ovvero a verde pubblico, percio’ inedificabile, come prospettato dall’amministrazione comunale. Cio’ in quanto questa Corte fin dalla note sentenze 11433/1997 e 125/2001, rese a sezioni unite, ha enunciato il principio ormai del tutto consolidato, che il P.E.E.P. rientra in un disegno normativo volto a consentire che l’acquisizione di aree fabbricabili per l’edilizia economica e popolare sia inquadrato in uno strumento urbanistico piu’ ampio, sicche’ esso non puo’ essere in contrasto con un precedente piano urbanistico generale, di cui costituisce pur sempre l’attuazione nella versione originaria o in quella modificata dal P.E.E.P., che del P.R.G. ha effetto di variante. Pertanto, il fatto stesso che un terreno sia compreso nel P.E.E.P. ed in esso abbia destinazione all’edilizia economica e popolare, che del P.R.G. costituisce attuazione o variante, e’ di per se’ elemento giustificativo del legale carattere edificatorio del terreno medesimo, sia pure nei limiti che il P.E.E.P. consente. E d’altra parte,ove la zona oggetto del piano non fosse gia’ prevista come zona di espansione destinata ad edilizia residenziale, come nel caso che essa avesse destinazione agricola nel Piano regolatore generale, l’approvazione del P.E.E.P. costituisce un provvedimento a duplice effetto, in quanto e’ ad un tempo approvazione di variante allo strumento urbanistico fondamentale o di secondo livello (Piano regolatore generale o Piano di fabbricazione) ed approvazione di piano di zona attuativo di terzo livello (v. L. n. 167 del 1962, art. 8; L. n. 865 del 1971, art. 33 2 e L. n. 10 del 1977, art. 13).

Ed allora, nella valutazione della natura edificabile del terreno secondo diritto, a fini espropriativi, non e’ sufficiente fare riferimento al P.r.g. nella sua originaria formulazione nel quale il terreno in questione sia collocato in zona agricola (come nel caso di specie), ma occorre anche tenere presente la destinazione che quel terreno abbia assunto nel P.e.e.p. che del P.r.g. o del P.d.f.

costituisce variante, ed in base ad esso riconoscerne la natura edificatoria e valutarne le caratteristiche : cosi’ come ha fatto la Corte di appello. Le spese del giudizio gravano sull’amministrazione comunale, rimasta soccombente e si liquidano in favore del T. come da dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna il comune di Avellino al pagamento delle spese processuali che liquida in favore del T. in complessivi Euro 1.400,00, di cui Euro 1.200,00 per onorario di difesa, oltre a spese generali ed accessori come per legge.

Cosi’ deciso in Roma, il 15 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2010

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