Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13615 del 19/05/2021

Cassazione civile sez. III, 19/05/2021, (ud. 13/01/2021, dep. 19/05/2021), n.13615

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29041/2019 proposto da:

B.A.H., domiciliato ex lege in Roma, presso la cancelleria

della Corte di Cassazione rappresentato e difeso dall’avvocato

DAVIDE VERLATO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 348/2019 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 29/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/01/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. B.A.H., cittadino del Pakistan, chiese alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(13) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

2. B.A.H. dedusse a fondamento della sua istanza di esser fuggito dal Pakistan perchè era stato testimone dell’omicidio di un candidato cristiano di cui aveva sostenuto la campagna elettorale. In seguito all’accaduto denunciò l’autore dell’omicidio. Ci fu un agguato nel quale fu ucciso lo zio, mentre il ricorrente riuscì a salvarsi. Decise allora di scappare, e giunse in Italia nel 2016.

La Commissione Territoriale rigettò l’istanza.

Avverso tale provvedimento B.A.H. propose ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. art. 35, dinanzi il Tribunale di Triste, che, con ordinanza del 2 gennaio 2018, rigettò il reclamo.

Il Tribunale ha ritenuto:

a) non credibile il richiedente, avendo dato una versione del racconto privo di riscontri e non credibile, essendo precluso così il riconoscimento dello status di rifugiato;

b) infondata la domanda di protezione sussidiaria, in quanto non era stata fornita alcuna prova circa la violenza generalizzata presente nel paese d’origine;

d) infondata la domanda di protezione umanitaria, non sussistendo i presupposti per riconoscerla;

3. Tale decisione è stata confermata dalla Corte di Appello di Trieste con sentenza n. 348 pubblicata il 29 maggio 2019.

4. La sentenza è stata impugnata per cassazione da B.A.H. con ricorso fondato su due motivi.

Il Ministero dell’Interno si costituisce per resistere al ricorso senza spiegare alcuna difesa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

5. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, con violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in quanto la Corte d’appello non avrebbe fatto, nel caso concreto, una corretta applicazione dei principi elaborati in sede giurisprudenziale relativi alla materia istruttoria e di quelli contenuti nel D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, relativi all’esame del richiedente asilo e alla valutazione del materiale probatorio dedotto, nonchè di quanto stabilito nel D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, comma 8.

Il motivo è infondato. In primo luogo, la Corte d’appello, così come il Tribunale, ha ritenuto il racconto del richiedente non credibile, considerando la storia da lui narrata priva di riscontri, motivando ciò adeguatamente. Circa poi la supposta mancata considerazione della zona di provenienza del richiedente da parte della Corte d’appello, lamentata nel ricorso, ciò disattende quanto è dato leggere nella sentenza: i giudici con il supporto delle fonti COI descrivono la zona del Punjab contrassegnata da minor pericolosità rispetto ad altre zone del Pakistan, nonchè a un generale controllo sulla sicurezza pubblica da parte dell’apparato statale.

5.1 Con il secondo motivo il ricorrente lamenta “l’omesso esame del decreto impugnato circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, in relazione alle richieste contenute nel ricorso di primo grado di concessione di un permesso per protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b). Assenza di motivazione per il diniego di protezione umanitaria. Violazione dell’art. 8 della CEDU in tema di rispetto della vita privata e familiare del cittadino straniero in territorio UE”.

Il motivo è fondato limitatamente alla concessione della protezione umanitaria. In tema di protezione umanitaria, alla luce dell’insegnamento di cui a Cass. S.U. n. 29459 del 2019, i presupposti necessari ad ottenerne il riconoscimento devono valutarsi autonomamente rispetto a quelli previsti per le due protezioni maggiori (Cass. 1104/2020), non essendo le due valutazioni in alcun modo sovrapponibili, di tal che i fatti funzionali ad una positiva valutazione della condizione di vulnerabilità ben potrebbero essere gli stessi già allegati per le protezioni maggiori (contra, Cass. 21123/2019; Cass. 7622/2020). Il giudizio in ordine ai presupposti richiesti per il riconoscimento della protezione umanitaria va condotto alla luce di valutazioni soggettive ed individuali, condotte caso per caso – onde impedire che il giudice di merito si risolva a declinare valutazioni di tipo “seriale”, improntate ai più disparati quanto opinabili criteri, altrettanto seriali, a mò di precipitato di una chimica incompatibile con valori tutelati dalla Carta costituzionale e dal diritto dell’Unione.

Il giudizio di bilanciamento funzionale al riconoscimento della protezione umanitaria, come cristallinamente scolpito dalle sezioni unite della Corte di legittimità, che ne sottolineano il rilievo centrale, ha testualmente ad oggetto la valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine, sub specie della mancata tutela, in loco, del nucleo essenziale dei diritti fondamentali della persona.

In tema di protezione umanitaria, quanto più risulti accertata in giudizio una situazione di particolare o eccezionale vulnerabilità, tanto più è consentito al giudice di valutare con minor rigore il secundum comparationis, costituito dalla situazione oggettiva del Paese di rimpatrio, onde la conseguente attenuazione dei criteri rappresentati “dalla privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale” (principio affermato, con riferimento ad una peculiare fattispecie di eccezionale vulnerabilità, da Cass. 1104/2020). Ebbene nel caso di specie manca del tutto tale comparazione che deve essere condotta secondo i predetti principi ed a prescindere dell’elemento della credibilità.

6. Pertanto la Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo motivo come in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione e rinvia anche per le spese di questo giudizio alla Corte di Appello di Trieste.

P.Q.M.

la Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo motivo come in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione e rinvia anche per le spese di questo giudizio alla Corte di Appello di Trieste.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 19 maggio 2021

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