Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13612 del 02/07/2020

Cassazione civile sez. VI, 02/07/2020, (ud. 13/02/2020, dep. 02/07/2020), n.13612

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13910-2019 proposto da:

F.F.S., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

INDIPENDENZA 4, presso lo studio dell’avvocato LEA DOMENICA

LUCCHESE, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

G.M.C. SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIACOMO BONI 15, presso lo

studio dell’avvocato ELENA SAMBATARO, rappresentata e difesa

dall’avvocato GIOVANNI LENTINI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 314/2019 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 19/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 13/02/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GIAIME

GUIZZI STEFANO.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che F.F.S. ricorre, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza n. 314/19, del 19 febbraio 2019, della Corte di Appello di Palermo, che – rigettando il gravame dalla stessa esperito avverso la sentenza del 18 giugno 2015, del Tribunale di Marsala – ha confermato la declaratoria di inefficacia ex art. 2901 c.c., nei confronti della società G.M.C. S.r.l., del “trust” nel quale l’odierna ricorrente aveva conferito i propri beni immobili;

– che, secondo la F., la sentenza d’appello andrebbe riformata “nelle seguenti parti”:

— che essa, in primo luogo, avrebbe disatteso la richiesta di rinnovazione della CTU grafologica avanzata dall’allora appellata, avendo ritenuto la consulenza “esaustiva”, con ciò applicando falsamente l’art. 219 c.p.c., incorrendo nel vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in quanto mai sarebbero state prodotte le scritture originali per la verifica;

— che la sentenza impugnata, in secondo luogo, avrebbe violato l’art. 112 c.p.c. (donde, nuovamente, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per avere la Corte territoriale, nel disattendere il motivo di gravame con cui era stata lamentata la mancata specificazione dell’ammontare della cifra dovuta a G.M.C., provveduto ad individuare d’ufficio il credito per il quale era stata esperita l’azione revocatoria;

— che, infine, la Corte panormita, laddove ha affermato che “la documentazione che il primo giudice non ha ammesso non può essere ammessa neanche in secondo grado, sarebbe incorsa pure nel vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per non aver esaminato documenti essenziali ai fini della decisione della causa;

– che ha resistito all’avversaria impugnazione, con controricorso, la società G.M.C. S.r.l., deducendo l’inammissibilità del ricorso nel suo complesso – ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 6) – e, comunque, dei suoi singoli motivi;

– che, in particolare, l’inammissibilità del primo motivo deriverebbe dal fatto di porre una questione mai dibattuta nel giudizio di merito, mentre il secondo, prospettando un “error in procedendo”, avrebbe dovuto essere proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), risultando, infine, il terzo non autosufficiente;

– che, in ogni caso, secondo la controricorrente, i motivi non sarebbero fondati;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3);

– che la ricorrente, in punto di fatto, si è limitata a riferire di essere stata convenuta in giudizio dalla predetta società G.M.C., la quale, sul presupposto che essa F. avesse apposto firma di avallo su n. 55 cambiali, chiedeva dichiararsi l’inefficacia del “trust” immobiliare del 22 maggio 2009;

– che la F. riferisce di essersi costituita in giudizio sostenendo: che la firma sulle cambiali non era sua; che ella, in ogni caso, era titolare di uno stipendio ministeriale; che le cambiali, comunque, erano state avallate da altri cinque soggetti, oltre al fatto che i beni avallati con le cambiali erano ancora disponibili per il creditore;

– che nel corso del giudizio, secondo la ricorrente, sarebbe stato provato che il creditore aveva pignorato la retribuzione e la pensione di altri soggetti, nonchè, soprattutto, che aveva ottenuto la restituzione dei beni, quantunque entrambi i giudici di merito abbiano, invece, ritenuto che le produzioni documentali attestanti tali circostanze fossero “tardive”;

– che, così scarnamente (e non del tutto intellegibilmente) esposti i fatti di causa, il ricorso non si conforma al disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3), dato che: a) non si individuano compiutamente i fatti costitutivi e le ragioni della domanda; b) nulla è riferito sulle domande e difese delle parti; c) nulla si dice sulle ragioni della sentenza di primo grado e sul tenore dell’appello;

– che ciascuna di tali indicazioni era, nondimeno, necessaria;

– che, difatti, è stato già affermato da questa Corte come il requisito costituito dalla esposizione sommaria dei fatti, ponendosi quale specifico requisito di contenuto-forma del ricorso, deve consistere in una esposizione idonea garantire al giudice di legittimità “di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia ed oggetto di impugnazione, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata” (Cass. Sez. Un., sent. 18 maggio 2006, n. 11653, Rv. 588760-01);

– che la prescrizione di tale requisito “risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e/o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato” (Cass. Sez. Un., sent. 20 febbraio 2003 n. 2602, Rv. 560622-01);

– che stante tale funzione, per soddisfare il requisito “de quo” occorre che il ricorso per cassazione rechi “l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito” (Cass. Sez. 6-3, ord. 3 febbraio 2015, n. 1926, Rv. 63426601);

– che resta, infine, inteso che detto requisito “deve essere assolto necessariamente con il ricorso e non può essere ricavato da altri atti, quali la sentenza impugnata o il controricorso, perchè la causa di inammissibilità non può essere trattata come una causa di nullità cui applicare il criterio del raggiungimento dello scopo, peraltro, riferibile ad un unico atto” (Cass. Sez. 6-3, ord. 22 settembre 2016, n. 18623, Rv. 642617-01);

– che, inoltre, i singoli motivi di ricorso sono anch’essi, autonomamente, inammissibili, per due concorrenti ragioni;

– che, per un verso, essi si fondano su risultanze processuali di merito, riguardo alle quali non è stato adempiuto, nè sotto il profilo contenutistico nè sotto quello della localizzazione, l’onere di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6);

– che, per altro verso, i motivi sono affetti da mancanza di specificità e come tali, nuovamente, inammissibili alla stregua del consolidato principio di diritto secondo cui il motivo deve “articolarsi nella enunciazione di tutti i fatti e di tutte le circostanze idonee ad evidenziarlo” (Cass. Sez. 3, sent. 4 marzo 2005, n. 4741, Rv. 58159401; nello stesso senso, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 10 marzo 2006, n. 5244, Rv. 589186-01, Cass. Sez. 3, sent. 14 novembre 2006, n. 24211, Rv. 593552-01; Cass. Sez. 3, sent. 12 luglio 2007, n. 15604, Rv. 59858501; Cass. Sez. 3, sent. 13 marzo 2009, n. 6184, Rv. 607129-01, nonchè, in motivazione, Cass., Sez. Un., sent. 20 marzo 2017, n. 7074, non massimata sul punto);

– che le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e vanno liquidate come da dispositivo;

– che, in ragione della declaratoria di inammissibilità del ricorso, va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, condannando F.F.S. a rifondere alla società G.M.C. S.r.l. le spese del presente giudizio, da liquidare – in favore dell’Avv. Giovanni Lentini, dichiaratosi antistatario – in complessivi Euro 2.500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, più spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2020

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