Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13603 del 04/07/2016


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Cassazione civile sez. VI, 04/07/2016, (ud. 06/04/2016, dep. 04/07/2016), n.13603

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4903/2015 proposto da:

EQUITALLA SUD SPA – GRUPPO EQUITALIA SPA DIREZIONE COORDINAMENTO

EQUITALIA SUD SPA, in persona del procuratore, elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA DELLA CROCE ROSSA 2/B, presso lo studio

dell’avvocato RICCARDO TROIANO, rappresentato e difeso

dall’avvocato ANDREA RUGGIERO giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

P.I., in proprio e quale coobbligato della SNC L.

E I.P. elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati MIMMO

NAPOLETANO, ANTONIO NAPOLETANO giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

e contro

L. & I.P. SNC IN LIQUIDAZIONE, AGENZIA DELLE

ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE (OMISSIS) NAPOLI;

– intimate –

avverso la sentenza n. 6450/52/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di NAPOLI dell’11/6/2014, depositata il 25/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

06/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROBERTO GIOVANNI CONTI;

udito l’Avvocato Antonio Napoletano difensore del controricorrente

che si riporta ai motivi.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

Equitalia sud spa propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, contro la sentenza resa dalla CTR Campania n. 6450/52/14, depositata il 25.6.2014, che ha rigettato il ricorso per revocazione dalla stessa proposto avverso la pronunzia della medesima CTR, confermativa della decisione che aveva annullato alcune cartelle di pagamento emesse a carico di P.I..

La società concessionaria, nel ricorso per revocazione, aveva dedotto che il giudice di appello era incorso nell’errore di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4 e comunque in un errore di fatto in ordine all’epoca delle notifiche delle cartelle in epoca anteriore all’anno 2005.

La CTR riteneva inammissibile il ricorso, rilevando che il giudice di appello non aveva ritenuto l’inesistenza delle notifiche anteriori al 2005, piuttosto valutando la non riferibilità delle stesse alla posizione del P. in proprio e quale coobligato della L. e I.P. snc. Ragione per la quale la concessionaria aveva peraltro provveduto a nuove notifiche nell’anno 2010. Aggiungeva che mancavano quindi i caratteri dell’evidenza e della immediata rilevanza dei vizi dedotti ai fini decisori.

P.I., costituitosi con controricorso ha dedotto l’inammissibilità e infondatezza del ricorso. Non ha depositato difese scritte la L. e I.P. snc. Con il primo motivo si deduce la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè l’illogicità ed irrazionalità della motivazione, oltre che l’erronea valutazione dei presupposti di diritto e la carenza, illogica e contraddittoria motivazione. La CTR aveva omesso di valutare la censura fondata sulla violazione degli artt. 3 e 53 Cost., come anche quella di travisamento dei fatti articolato nei motivi di revocazione. Peraltro la sentenza era illogica e non conteneva una puntuale ricostruzione delle tesi difensive, approdando ad un dispositivo ingiusto senza giustificare le ragioni posta a suo fondamento.

Con il secondo motivo si deduce il vizio di erronea e insufficiente motivazione circa un punto controverso e decisivo per il giudizio. La motivazione della sentenza impugnata era insufficiente rispetto alle argomentazioni esposte nell’atto di revocazione.

Il primo motivo di ricorso è manifestamente inammissibile. Ed infatti lo stesso contiene, all’interno di un’unica censura, la prospettazione di violazioni che attengono contemporaneamente alla motivazione della sentenza ed all’inosservanza di norme processuali in tema di omessa pronunzia, esponendo per un verso contestazioni inammissibili con riguardo al vizio di motivazione illogica e contraddittoria che, in forza della novella di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5, applicabile ratione temporis alla sentenza della CTR pubblicata il 25.6.2014, è venuto meno – cfr. Cass. S.U. n. 8054/2014 – al di fuori dei casi, non ricorrenti in parte qua, di motivazione apparente o totalmente indecifrabile nel suo contenuto decisorio. Parimenti inammissibili risultano le censure con riferimento ai prospettati vizi di omessa pronunzia, anch’essi entrambi inammissibili, non avendo la ricorrente osservato il canone dell’autosufficienza dei motivi che impone l’indicazione specifica delle domande il cui esame sarebbe stato omesso dalla CTR. Ed infatti, affinchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronunzia, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., è necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, nel ricorso per cassazione, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, “in primis”, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività delle questioni prospettatevi. Ove, quindi, si deduca la violazione, nel giudizio di merito, del citato art. 112 c.p.c., riconducibile alla prospettazione di un’ipotesi di “error in procedendo” per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del “fatto processuale”, detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilità, all’adempimento da parte del ricorrente – per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l’altro, il rinvio “per relationem” agli atti della fase di merito –

dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi – Cass. n. 15367/2014-.

Anche il secondo motivo di ricorso è manifestamente inammissibile.

La parte ricorrente prospetta il vizio di insufficienza e/o erroneità della motivazione che non rientra più nel raggio operativo del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, senza invece contestare alcun omesso esame di fatti decisivi e controversi per il giudizio.

In ricorso va quindi rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in favore della parte controricorrente come da dispositivo.

PQM

La Corte, visti gli artt. 375 e 380 bis c.p.c..

Rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali nei confronti di P.I. che liquida in Euro 4000,00 per compensi, oltre Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% dei compensi, oltre accessori come per legge.

Dà atto che sussistono i presupposti per il versamento a carico della parte ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile, il 6 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2016

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