Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13601 del 04/06/2010

Cassazione civile sez. I, 04/06/2010, (ud. 21/04/2010, dep. 04/06/2010), n.13601

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente –

Dott. FELICETTI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

C.P. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA SALARIA 290, presso l’avvocato LIGI FRANCO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GUIDETTI GIORGIO,

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

I.D.C.A. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA UMBRIA 7, presso l’avvocato LA VIA SERGIO,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCUCCI CARLA,

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1785/2006 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 16/11/2006;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/04/2010 dal Consigliere Dott. FELICETTI Francesco;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato FRANCO LIGI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

uditi, per la controricorrente, gli Avvocati SERGIO LA VIA e CARLA

MARCUCCI che si riportano a quanto scritto;

lette le conclusioni scritte del Cons. Deleg. FELICETTI: il ricorso

possa essere fissato per l’esame in camera di consiglio ai sensi

degli artt. 375 e 380 bis c.p.c.;

il P.G. CARESTIA aderisce.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che C.P., con ricorso notificato il 28 marzo 2007 a B.D.C.A., ha impugnato dinanzi a questa Corte la sentenza della Corte d’appello di Firenze, depositata il 16 novembre 2006, con la quale era stato respinto l’appello avverso la sentenza del tribunale di Lucca con la quale il ricorrente era stato condannato a pagare un indennizzo ex art. 129 bis c.c. in conseguenza della delibazione di una sentenza ecclesiastica che aveva dichiarato la nullita’ del matrimonio concordatario intercorso fra le parti per incapacita’ del C. ad assumere gli oneri del matrimonio;

che sia il tribunale che la Corte d’appello hanno motivatamente ritenuto – come gia’ la Corte d’appello di Milano in sede di delibazione – che tale causa di nullita’ non presupponesse la capacita’ d’intendere e di volere del C. e che sussistessero le condizioni per l’accoglimento della domanda;

che con il ricorso si prospettano due motivi, deducendosi con il primo cumulativamente vizi di violazione di legge e motivazionali e con il secondo vizi motivazionali;

che la B. ha depositato controricorso, eccependo l’inammissibilita’ del ricorso in relazione al disposto dell’art. 366 bis c.p.c.;

considerato che secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. SS.UU. 31 marzo 2009, n. 7770) in relazione al disposto di tale norma e’ ammissibile il ricorso per Cassazione con il quale si denuncino con un unico articolato motivo vizi di violazione di legge e di motivazione in fatto, ma in tal caso il motivo deve concludersi con una pluralita’ di quesiti, ciascuno dei quali contenga un rinvio all’altro al fine d’individuare su quale fatto controverso vi sia stato, oltre che un difetto di motivazione, un errore di diritto;

che in particolare, in relazione alla deduzione di violazioni di legge, il motivo deve essere illustrato da un quesito di diritto che deve compendiare, a pena d’inammissibilita’ del motivo, la sintetica indicazione della fattispecie concreta alla quale e’ riferito, della regola di diritto a essa applicata dal giudice di merito e della diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie (Cass. 30 settembre 2008, n. 24339; 17 luglio 2008, n. 19769), mentre allorche’ con il motivo si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione e’ insufficiente, imposto dall’art. 366 bis c.p.c., deve essere adempiuto non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un “quid pluris” rispetto all’illustrazione del motivo e consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilita’ del ricorso (Cass. SS.UU. 31 marzo 2009, n. 7770; Cass. 25 febbraio 2009, n. 4556; Cass. SS.UU. 18 giugno 2008, n. 416528; Cass. 7 aprile 2008, n. 8897; 4 febbraio 2008, n. 3441; 18 luglio 2007, n. 16002);

che nel caso di specie non risultano adempiute le su dette prescrizioni dell’art. 366 bis c.p.c., sia con riferimento al primo motivo, sia – contrariamente a quanto sostenuto in udienza dalla difesa del ricorrente -con riferimento al secondo, che e’ privo di idonea sintesi e si risolve comunque in una sostanziale richiesta di riesame di elementi di fatto in relazione a valutazioni adeguatamente motivate, non proponibile in questa sede;

che pertanto il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la condanna del ricorrente alle spese del giudizio che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, che liquida nella misura di Euro quattromiladuecento/00, di cui Euro duecento/00 per spese vive, oltre spese generali e accessori come per legge.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione prima civile, il 21 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2010

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