Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13592 del 02/07/2020

Cassazione civile sez. I, 02/07/2020, (ud. 19/12/2019, dep. 02/07/2020), n.13592

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. ARIOLLI Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35053/2018 proposto da:

B.L., considerato domiciliato in Roma, piazza Cavour, presso

la Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avv. Lorenzo

Trucco;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, domiciliato ex lege in Roma Via dei

Portoghesi 12 presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TORINO, depositato il 23/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/12/2019 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

B.L., originario della Costa d’Avorio, ha proposto ricorso per cassazione – basato su un solo motivo e con il quale ha prospettato pure dubbi sulla costituzionalità del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, come modificato dalla L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g) – avverso il decreto del Tribunale di Torino n. 5361/2018, depositato il 23 ottobre 2018 e comunicato in pari data a mezzo pec, di rigetto del ricorso dallo stesso proposto in primo grado e volto ad ottenere il riconoscimento della protezione sussidiaria o, in subordine, il riconoscimento della protezione umanitaria.

A fondamento della domanda il ricorrente, che svolgeva attività di riparazione e vendita di televisori, ha sostenuto che: aveva ricevuto pressioni dalla madre della sua compagna per far circoncidere le sue quattro figlie; poichè si erano opposti a tale pratica sia il ricorrente che la sua compagna, la madre di quest’ultima l’aveva picchiata; qualche giorno dopo il ricorrente, al ritorno dal lavoro, non aveva trovato a casa la compagna e le figlie e, nonostante i suoi sforzi e le denunce alle autorità, non era riuscito a rintracciarle; il padre della sua compagna, che era uno sciamano, non aveva creduto alla sua versione circa la scomparsa delle predette e gli aveva intimato di trovare la compagna e le figlie entro una settimana altrimenti lo avrebbe fatto finire in carcere a vita; per dimostrare che faceva sul serio, lo sciamano aveva compiuto un rito sul fratello del ricorrente, che era rimasto paralizzato; la polizia, su segnalazione del padre della sua compagna, prima della scadenza della settimana, lo aveva arrestato e gli aveva ordinato di portare a casa le bambine; l’imam del villaggio lo aveva fatto rilasciare dopo due giorni e il ricorrente si era, quindi, recato presso parenti per cercare, senza esito, le figlie; al suo ritorno, aveva trovato il suo negozio saccheggiato; era fuggito dal suo Paese temendo per la propria vita a causa delle minacce del padre della sua ragazza e paventando, altresì, la collera delle persone che avrebbe dovuto risarcire.

In particolare, il primo Giudice ha ritenuto che non era credibile il racconto del ricorrente e che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, avuto riguardo anche alla situazione del Paese di provenienza del ricorrente, descritta nel decreto impugnato, con indicazione delle fonti di conoscenza.

Il Ministero dell’Interno ha depositato atto di costituzione al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Come già sopra evidenziato, il ricorrente ha, in ricorso, prospettato dubbi sulla “legittimità costituzionalità del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis introdotto dalla L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g) per violazione dell’art. 3, comma 1; art. 24, commi 1 e 2; art. 111, commi 1, 2 e 5; art. 117 Cost., comma 1, così come integrato dall’art. 46, paragr. 3 della Direttiva n. 32/2013 e degli artt. 6 e 13 della CEDU, per quanto concerne la previsione del rito camerale ex art. 737 c.p.c. e ss., e relative deroghe espresse dal legislatore, nelle controversie in materia di protezione internazionale”.

1.1. Il Collegio ritiene carente del requisito della non manifesta infondatezza la questione di costituzionalità prospettata dal ricorrente. Sul punto questa Corte ha già condivisibilmente precisato che “E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, per violazione del diritto di difesa e del principio del contraddittorio, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 1 poichè il rito camerale ex art. 737 c.p.c., che è previsto anche per la trattazione di controversie in materia di diritti e di “status”, è idoneo a garantire il contraddittorio anche nel caso in cui non sia disposta l’udienza, sia perchè tale eventualità è limitata solo alle ipotesi in cui, in ragione dell’attività istruttoria precedentemente svolta, essa appaia superflua, sia perchè in tale caso le parti sono comunque garantite dal diritto di depositare difese scritte” (Cass. 5/07/2018, n. 17717).

Con riferimento, poi, alla eliminazione del grado di appello disposta, con l’art. 35-bis, comma 13 di cui pure si duole il ricorrente, va ribadito l’orientamento espresso già da questa Corte e secondo cui “E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, per violazione degli artt. 3, comma 1, 24 e 111 Cost., nella parte in cui stabilisce che il procedimento per l’ottenimento della protezione internazionale è definito con decreto non reclamabile in quanto è necessario soddisfare esigenze di celerità, non esiste copertura costituzionale del principio del doppio grado ed il procedimento giurisdizionale è preceduto da una fase amministrativa che si svolge davanti alle commissioni territoriali deputate ad acquisire, attraverso il colloquio con l’istante, l’elemento istruttorio centrale ai fini della valutazione della domanda di protezione” (Cass. ord., 30/10/2018, n. 27700; Cass., ord., 5/11/2018, n. 28119).

2. Con l’unico motivo si denuncia la “violazione e/o l’erronea applicazione, ex art. 360 c.p.c., nn. 1 e 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, art. 19 ed in relazione all’art. 10 Cost., comma 3”.

Lamenta il ricorrente una presunta quanto erronea sovrapposizione dei criteri posti a fondamento della protezione sussidiaria con quelli necessari ai fini del riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Si censura, in particolare, l’operato del Tribunale per non aver in alcun modo compiuto il giudizio di comparazione tra la situazione attuale del ricorrente nel Paese ospitante e quella dello Stato di provenienza.

2.1. La censura è inammissibile tendendo, in sostanza, ad una rivalutazione del merito, non consentita in sede di legittimità.

Premessa l’inconferenza del richiamo all’art. 10 Cost. (Cass. 26/06/2012, n. 10686; Cass., ord., 4/08/2016, n. 16362; Cass., ord., 19/04/2019, n. 11110), si evidenzia che il Tribunale, lungi dal sovrapporre i criteri di valutazione delle due misure, ha correttamente operato tale comparazione, concludendo, sulla base di un accertamento in fatto, motivatamente e condivisibilmente nel senso che il secundum comparationis (l’effettiva sproporzione tra i contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono il presupposto indispensabile per una vita dignitosa, v. Cass. 4455/2018) non poteva in alcun modo ritenersi predicabile nell’ottica dell’accoglimento dell’istanza, tenuto conto delle specifiche peculiarità e risultanze del caso all’esame ed esclusa la credibilità del racconto del ricorrente.

3. Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile.

4. Non vi è necessità di pronuncia sulle spese di questo giudizio di legittimità, atteso che il Ministero dell’Interno si è costituto, oltre i termini di legge per il controricorso, al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione (non tenutasi, poichè la controversia è stata decisa in adunanza camerale ex art. 380-bis.1 c.p.c.).

5. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass., sez. un., 20 settembre 2019, n. 23535), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 19 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2020

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