Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13591 del 02/07/2020

Cassazione civile sez. I, 02/07/2020, (ud. 19/12/2019, dep. 02/07/2020), n.13591

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. ARIOLLI Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34834/2018 proposto da:

F.E., considerato domiciliato in Roma, piazza Cavour, presso

la Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avv. Alessandro

Praticò;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, domiciliato ex lege in Roma Via dei

Portoghesi 12 presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TORINO, depositato il 16/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/12/2019 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

F.E., cittadino (OMISSIS) ((OMISSIS)), ha proposto ricorso per cassazione, basato su tre motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno avverso il decreto del Tribunale di Torino n. 5207/2018, depositato il 16 ottobre 2018 e comunicato in pari data a mezzo pec, di rigetto del ricorso dallo stesso proposto in primo grado e volto ad ottenere, in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, in via subordinata, della protezione sussidiaria e, in via ulteriormente subordinata, il riconoscimento della protezione umanitaria.

A fondamento della domanda il ricorrente ha sostenuto di essere fuggito dal suo Paese per avere opportunità di studio e di lavoro, essendo il padre morto e non riuscendo la madre a mantenere la numerosa famiglia (sette figli).

In particolare il primo Giudice ha ritenuto che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, avuto riguardo anche alla situazione generale della (OMISSIS) e in particolare di quella della zona di provenienza del ricorrente, posta a sud di tale Stato, descritta nel decreto impugnato, con indicazione delle fonti di conoscenza.

Il Ministero dell’Interno ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5,6 e 14 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, art. 2 CEDU, oltre al vizio di motivazione (ex art. 360 c.p.c. comma 1 nr 3) per omessa motivazione/motivazione apparente ovvero inosservanza dell’obbligo imposto al giudice dall’art. 132 c.p.c., n. 4 (esporre in fatto e diritto), nonchè omesso esame di fatti decisivi in ordine alla domanda di protezione sussidiaria; il Tribunale ha dato illegittimamente rilievo all’asserita esistenza di aree sicure, nel paese di origine, richiamando alcune fonti (Amnesty International e (OMISSIS)) senza riferimenti temporali; ha trascurato di esaminare in modo specifico la situazione della regione di provenienza del ricorrente, quale documentata da plurime fonti di informazione e accertata da numerose pronunce di merito da cui risulta una violenza indiscriminata, venendo meno al dovere di cooperazione officiosa” (così testualmente).

2. Il secondo motivo è così rubricato: “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 32, comma 3 del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 comma 6, artt. 2 e 10 Cost., artt. 2 e 8 Con v. Europea Dir. dell’Uomo, art. 360 c.p.c. comma 1, difetto di motivazione ex art. 11 Cost. e art. 360 c.p.c., comma 5, per avere motivato in maniera generica e senza sufficiente istruttoria nell’esame della domanda di protezione umanitaria e avendo omesso l’esame di elementi decisivi” (così testualmente).

3. Con il terzo motivo si denuncia che “Illegittimamente il Tribunale di Torino ha ritenuto che ai fini della concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari non abbia rilevanza alcuna la raggiunta integrazione dello straniero in Italia e la condizione di povertà estrema nel pese di origine, tale da impedire il soddisfacimento di bisogni primari e vitali e determinare una condizione di vulnerabilità” (così testualmente).

4 I motivi, da trattare unitariamente, perchè strettamente connessi, sono inammissibili.

Nella specie, in sostanza, il ricorrente sostiene di aver proposto la domanda di protezione internazionale allegando la presenza di conflitti in varie zone del Paese di provenienza, comprese quelle della zona Sud della (OMISSIS), e lamenta che il Tribunale abbia escluso che possa ritenersi esistente nella zona di origine del richiedente una situazione di generalizzato conflitto armato o di indiscriminata violenza; deduce che il primo Giudice avrebbe omesso di esaminare le ragioni sottostanti alla volontà di reperire un’occupazione e, quindi, un reddito stabile, che sarebbero, ad avviso del ricorrente, non riconducibili al mero desiderio di una vita migliore o più agiata, ma alla necessità di sfuggire a una condizione di povertà assoluta, determinata dalla morte del capo famiglia, in un paese privo di supporti sociali per le famiglie in stato di necessità; assume che il Tribunale avrebbe illegittimamente negato rilevanza all’inserimento sociale e, quindi, all’integrazione e avrebbe omesso di esaminare in modo completo le allegazioni del richiedente, limitandosi ad prendere atto della sua aspirazione a trovare una sistemazione lavorativa, senza indagare le ragioni che stavano a base di tale aspirazione e senza verificare se la prospettazione del quadro generale di violenza diffusa ed indiscriminata e di insufficiente rispetto dei diritti umani fosse quanto meno idonea per il riconoscimento della protezione umanitaria.

4.1. Osserva il Collegio che, con le censure proposte, il ricorrente, tende, in sostanza, ad una non consentita, in questa sede, rivalutazione del merito, che il Tribunale ha compiutamente operato secondo i dettami della giurisprudenza di legittimità, fornendo al riguardo motivazione adeguata e non meramente apparente nè viziata da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili e neppure perplessa ed obiettivamente incomprensibile.

4.2. In relazione alla chiesta protezione sussidiaria, va evidenziato che i rilievi tendenti a far rientrare nel concetto di “situazione di generale conflitto armato o indiscriminata violenza” la dedotta “pericolosità specifica del conflitto per l’estrazione del petrolio” nel (OMISSIS) che sarebbe comprovata dalla medesima fonte richiamata dal Tribunale (nella quale sarebbe affermato che “l’inquinamento ambientale collegato all’estrazione del petrolio ha continuato a minacciare l’esercizio dei diritti economici, sociali e culturali del (OMISSIS)”) sono inammissibili, perchè, pur dietro la formale prospettazione di un vizio di violazione di legge, prospettano doglianze riferite al merito della decisione impugnata.

Le eccezioni difensive sono volte, in effetti, non a censurare l’applicazione della norma di legge, siccome compiuta dal Tribunale il quale, nell’accertare, in fatto, l’insussistenza di una situazione di pericolo nel paese d’origine, si è all’evidenza, come risulta dal tenore delle affermazioni contenute nel decreto impugnato, avvalso di fonti coeve alla redazione del provvedimento detto, peraltro autorevoli e specificamente richiamate – ma a proporre una valutazione alternativa della situazione esistente nel (OMISSIS) rispetto a quella compiuta dal giudice di merito, sulla base di fonti in parte diverse, e in tesi più affidabili, rispetto a quelle considerate dal giudice di merito.

4.3. Con particolare riferimento alle censure relative al mancato riconoscimento della protezione umanitaria, va ribadito quanto affermato da questa Corte con l’ordinanza 24/09/2019, n. 23778 (pur sulla scia di Cass. 23/02/2018, n. 4455), secondo cui “l’integrazione sociale e lavorativa in Italia, le condizioni di indigenza e i problemi di salute non rilevano ex se ai fini del riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, essendo a tal fine necessario che tali situazioni siano l’effetto della grave violazione dei diritti umani subita nel Paese di origine, ai sensi degli artt. 2, 3 e 4 CEDU (Cass. 28015/2017, 25075/2017, 26641/2016). Occorre inoltre il riscontro di “seri motivi” (non tipizzati) diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale, mediante una valutazione comparata della vita privata e familiare del richiedente in Italia e nel Paese di origine, che faccia emergere un’effettiva ed incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, da correlare però alla specifica vicenda personale del richiedente, “perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6″ (Cass. 4455/2018)”.

Va pure ricordato che, con sentenza 6/12/2018, n. 31670, è stato specificamente ritenuto da questa Corte che “le generiche condizioni di povertà del soggetto, rapportate alla situazione di povertà del paese di provenienza, non rientrano nel novero delle circostanze che giustificano la protezione umanitaria, in assenza delle condizioni di vulnerabilità, nel caso di specie neppure specificamente allegate, contemplate dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19”.

E nella specie il Tribunale ha accertato, con giudizio di fatto, insindacabile in questa sede, l’insussistenza di situazioni di vulnerabilità meritevoli della protezione umanitaria.

5. Il ricorso deve essere, pertanto, dichiarato inammissibile.

6. Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

7. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass., sez. un., 20 settembre 2019, n. 23535; v. anche Cass. 5/04/2019, n. 9660; Cass., ord., 30/10/2019, n. 27867; Cass., ord., 14710/2019, n. 25862), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida, in favore del Ministero controricorrente, in Euro 2.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 19 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2020

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