Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1359 del 23/01/2014


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 1359 Anno 2014
Presidente: BERRUTI GIUSEPPE MARIA
Relatore: SCRIMA ANTONIETTA

SENTENZA
sul ricorso 5112-2008 proposto da:
NASO FABIO NSAFBA70B21I690S, elettivamente domiciliato in
ROMA, PIAZZA DI PRISCILLA 4, presso lo studio dell’avvocato
PAGLIARO MARIA PIA, rappresentato e difeso dall’avvocato DI
FLUMERI PASQUALE giusta procura in atti;

– ricorrente contro
VITTORIA ASSICURAZIONI S.P.A. 01329510158, in persona
dell’Amministratore Delegato Rag. ROBERTO GUARENA,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI MONTE VERDE 162,
presso lo studio dell’avvocato M_ARCELLI GIORGIO, che la

Data pubblicazione: 23/01/2014

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ROBOTTI LUCIANA,
PENCO FELICE giusta procura in atti;

– controricorrente nonchè contro

STEFANO PLBSFN67D07I437L, NICOM DI NORA FABRIZIO &
C. S.N.C. 01688650181, FRETI CLARA FRTCRL61E46E770I,
NICORA MANUEL NCRMNL82P20M109D;

– intimati avverso la sentenza n. 609/2007 della CORTE D’APPELLO di
MILANO, depositata il 05/03/2007 R.G.N. 1391/05;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
05/11/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA;
udito l’Avvocato LUCA GIUSTI per delega;
udito l’Avvocato GIORGIO MARCELLI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
CARMELO SGROI che ha concluso per il rigetto del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 13 settembre 2004, in relazione alla domanda
proposta da Naso Fabio e volta ad ottenere il risarcimento dei danni
alla persona e al veicolo subiti nel sinistro stradale avvenuto il 31
ottobre 2000, mentre era alla guida di un furgone Daimler-Crysler, il
Tribunale di Milano, previa declaratoria di esclusiva responsabilità di
Nicora Manuel, conducente di un autocarro Mercedes di proprietà
della Nicom di Nicora Fabrizio & C. s.n.c. e assicurato presso la
Vittoria Assicurazioni S.p.a., condannava, in solido tra loro, le predette
società, al pagamento in favore del Naso, della somma di € 84.172,16,

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PLEBANI PENELOPE PLBPLP73E57I437G, PLEBANI ALEX

o
già detratto quanto percepito a titolo di provvisionale, oltre interessi
legali dal 24 aprile 2001 al saldo, e delle spese di lite.
Avverso tale decisione il Naso proponeva appello, cui resisteva la sola
società assicuratrice che proponeva, a sua volta, appello incidentale
mentre le altre parti restavano contumaci.

rigettava l’appello incidentale e, accogliendo in parte l’appello
principale, dichiarava che sulle somme liquidate con la sentenza di
primo grado competevano “gli interessi al tasso legale dal fatto al saldo
sui capitali devalutati al 31.10.00 e poi di anno in anno rivalutati con
deduzione, al 1.2.2002, della provvisionale in tale data percepita dal
danneggiato”; confermava nel resto la decisione impugnata e
compensava per intero tra le parti del spese del grado.
Avverso la sentenza della Corte di merito il Naso ha proposto ricorso
per cassazione sulla base di due motivi.
Ha resistito con controricorso la Vittoria Assicurazioni S.p.a..
Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.
Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Vanno rigettate le eccezioni di inammissibilità del ricorso per
illeggibilità del testo e per difetto di procura speciale, atteso che il
predetto atto é ben leggibile e reca sull’originale la procura speciale a
margine, evidenziandosi che la controricorrente ha contestato
specificatamente il ricorso, così dimostrando di averne compiutamente
inteso il contenuto, e che ben poteva consultare gli atti originali
depositati da controparte; al riguardo questa Corte ha già avuto modo
di affermare, e ciò va ribadito anche in questa sede, che, qualora
l’originale del ricorso per cassazione rechi la firma del difensore
munito di procura speciale e l’autenticazione ad opera del medesimo
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La Corte di appello di Milano, con sentenza del 5 marzo 2007,

della sottoscrizione della parte che gli ha conferito la procura, la
mancanza degli stessi elementi sulla copia notificata determina
l’inammissibilità del ricorso soltanto se tale copia non contenga
elementi idonei a dimostrare la provenienza dell’atto dal difensore
munito di mandato speciale, come la trascrizione o l’indicazione della

ordine alla richiesta di notificazione (Cass. 22 novembre 2000, n.
15072; v. anche Cass. 15 gennaio 2007, n. 636 e Cass. 11 marzo 2010,
n. 5932) e che la mancata trascrizione, sulla copia del ricorso per
cassazione notificato, degli estremi della procura speciale conferita dal
ricorrente al difensore, non determina l’inammissibilità del ricorso ove la
procura sia stata rilasciata con dichiarazione a margine, o in calce al
ricorso, in quanto in tal caso l’intimato, con il deposito del ricorso in
cancelleria, è posto in grado di verificare l’anteriorità del rilascio della
procura rispetto alla notificazione dell’atto di impugnazione (Cass. 19
luglio 2006, n. 16540).
2. Al ricorso in esame si applica il disposto di cui all’art. 366 bis c.p.c. inserito nel codice di rito dall’art. 6 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed
abrogato dall’art. 47, comma 1, lett. d) della legge 18 giugno 2009, n.
69 – in considerazione della data di pubblicazione della sentenza
impugnata (5 marzo 2007).
2.1. Questa Corte ha in più occasioni chiarito che nei casi previsti
dall’art. 360, primo comma, nn. 1, 2, 3 e 4, c.p.c. “i quesiti di diritto
imposti dall’art. 366 bis c.p.c. – introdotto dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n.
40, art. 6, comma 1, secondo una prospettiva volta a riaffermare la
cultura del processo di legittimità – rispondono all’esigenza di
soddisfare non solo l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite
diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata ma, al tempo
stesso e con più ampia valenza, anche di enucleare il principio di diritto
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procura o, come nella specie, l’attestazione dell’ufficiale giudiziario in

applicabile alla fattispecie, collaborando alla funzione nomofilattica
della Corte di Cassazione, il cui rafforzamento è alla base della nuova
normativa secondo N’esplicito intento evidenziato dal legislatore
all’art. 1 della Legge Delega 14.5.2005, n. 80; i quesiti costituiscono,
pertanto, il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico

inadeguata e, quindi, non ammissibile l’investitura stessa del giudice di
legittimità” (v. Cass., sez. un., 6 febbraio 2009, n. 2863; Cass. 9 maggio
2008, n. 11535; Cass., sez. un., 14 febbraio 2008, n. 3519; Cass., sez.
un., 29 ottobre 2007, n. 22640; Cass., sez. un., 21 giugno 2007, n.
14385).
Pertanto, affermano le Sezioni Unite di questa Corte che,
“travalicando” “la funzione nomofilattica demandata al giudice di
legittimità” “la risoluzione della singola controversia, il legislatore ha
inteso porre a carico del ricorrente l’onere imprescindibile di
collaborare ad essa mediante l’individuazione del detto punto di
congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del
più generale principio giuridico, alla quale il quesito è funzionale,
diversamente risultando carente in uno dei suoi elementi costitutivi la
stessa devoluzione della controversia ad un giudice di legittimità:
donde la comminata inammissibilità del motivo di ricorso che non si
concluda con il quesito di diritto o che questo formuli in difformità dai
criteri informatori della norma. Incontroverso che il quesito di diritto
non possa essere desunto per implicito dalle argomentazioni a
sostegno della censura, ma debba essere esplicitamente formulato,
nell’elaborazione dei canoni di redazione di esso la giurisprudenza di
questa Suprema Corte è, pertanto, ormai chiaramente orientata nel
ritenere che ognuno dei quesiti formulati per ciascun motivo di ricorso
debba consentire l’individuazione tanto del principio di diritto che è
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e l’enunciazione del principio giuridico generale, risultando, altrimenti,

alla base del provvedimento impugnato, quanto, correlativamente, del
principio di diritto, diverso dal precedente, la cui auspicata
applicazione ad opera della Corte medesima possa condurre ad una
decisione di segno inverso rispetto a quella impugnata; id est che il
giudice di legittimità debba poter comprendere, dalla lettura del solo

diritto asseritamente compiuto dal giudice e quale sia, secondo la
prospettazione del ricorrente, la diversa regola da applicare. Ove tale
articolazione logico-giuridica manchi, il quesito si risolverebbe in
un’astratta petizione di principio che, se pure corretta in diritto,
risulterebbe, ciò nonostante, inidonea sia ad evidenziare il nesso tra la
fattispecie concreta, l’errore di diritto imputato al giudice a quo ed il
difforme criterio giuridico di soluzione del punto controverso che si
chiede venga affermato, sia ad agevolare la successiva enunciazione del
principio cui la Corte deve pervenire nell’esercizio della funzione
nomofilattica. Il quesito non può, pertanto, consistere in una mera
richiesta d’accoglimento del motivo o nell’interpello della Corte in
ordine alla fondatezza della censura così come illustrata nello
svolgimento dello stesso, ma deve costituire la chiave di lettura delle
ragioni esposte e porre la Corte medesima in condizione di rispondere
ad esso con l’enunciazione d’una regula iuris che sia, in quanto tale,
suscettibile, al contempo, di risolvere il caso in esame e di ricevere
applicazione generale, in casi analoghi a quello deciso” (v., in
motivazione, Cass., sez. un., 6 febbraio 2009, n. 2863; v. Cass., ord., 24
luglio 2008, n. 20409).
2.2. Nella giurisprudenza di questa Corte é stato, inoltre, precisato che,
secondo l’art. 366 bis c.p.c., anche nel caso previsto dall’art. 360, primo
comma, n. 5, c.p.c., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere,
pena di inammissibilità, la chiara indicazione, sintetica ed autonoma,
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quesito inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di

del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assuma
omessa o contraddittoria, ovvero delle ragioni per le quali la dedotta
insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la
decisione, e la relativa censura deve contenere un momento di sintesi
(omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i

del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass., sez. un., 1°
ottobre 2007, n. 20603; Cass. 27 ottobre 2011, n. 22453). Con
l’ulteriore precisazione che tale requisito non può dirsi rispettato
qualora solo la completa lettura della complessiva illustrazione del
motivo – all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore e
non di una indicazione da parte del ricorrente – consenta di
comprendere il contenuto e il significato delle censure (Cass., ord., 18
luglio 2007, n. 16002; Cass. 19 maggio 2011, n. 11019), in quanto la
ratio che sottende la disposizione indicata è associata alle esigenze
deflattive del filtro di accesso alla suprema Corte, la quale deve essere
posta in condizione di comprendere, dalla lettura del solo quesito,
quale sia l’errore commesso dal giudice di merito (v. Cass. 18
novembre 2011, n. 24255).
2.3. Secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza di questa
Corte, che va ribadito, è ammissibile il motivo di ricorso con cui siano
denunziati sia vizi di violazione di legge che di motivazione, qualora
tale motivo si concluda con la formulazione di tanti quesiti
corrispondenti alle censure proposte, poiché nessuna prescrizione è
rinvenibile nelle norme processuali che ostacoli tale duplice denunzia, a
nulla rilevando l’art. 366 bis c.p.c., inserito dall’art. 6, d.lgs. 2 febbraio
2006 n. 40, il quale esige che, nel caso previsto dal n. 3 dell’art. 360
c.p.c., il motivo sia illustrato con un quesito di diritto e, nel caso
previsto dal n. 5, che l’illustrazione contenga la chiara indicazione del
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limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione

fatto controverso, in relazione al quale si assuma che la motivazione sia
omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta
insufficienza la renda inidonea a giustificare la decisione ma non
richiede anche che il quesito di diritto e gli elementi necessari alla
illustrazione del vizio di motivazione siano prospettati in motivi distinti

3. Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione
degli artt. 1223, 1226, 2043 e 2056 c.c. e 113, 115 e 116 c.p.c nonché
omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, con riferimento
all’omesso riconoscimento del danno patrimoniale da diminuita
capacità lavorativa (art. 360, primo comma, nn. 3 e 5, c.p.c.), il
ricorrente lamenta che la sentenza impugnata abbia ritenuto priva di
fondamento la doglianza relativa al mancato riconoscimento, da parte
del primo Giudice, del danno patrimoniale da riduzione dalla capacità
lavorativa specifica, in quanto “la prova del danno è estremamente
carente”.
Sostiene il Naso che la Corte di merito, nell’affermare che le fatture
allegate si riferiscono solo ai quattro mesi precedenti il sinistro e
riflettono un periodo di tempo troppo ristretto “per giustificare ipotesi
valida sul reddito percepito dal danneggiato” e che “si tratta di importi
che aumentano di mese in mese in progressione geometrica, e, quindi,
poco attendibili, in quanto potenzialmente frutto di contingenze
irripetibili o di particolari congetture, suscettibili di dare luogo, nel
prosieguo, a decrementi altrettanto rapidi e cospicui”, si sarebbe
lasciata andare a mere congetture che nulla avrebbero a che fare con il
rigoroso processo logico che deve costituire l’impalcatura della
sentenza. Inoltre, la Corte di appello non avrebbe, ad avviso del
ricorrente, fatto buon governo del costante insegnamento di questa

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(Cass. 18 gennaio 2008, n. 976; Cass. 26 marzo 2009, n. 7621).

Corte in relazione ai principi cui si deve informare il giudice nella
liquidazione del danno patrimoniale.
Secondo il ricorrente il processo logico seguito dalla Corte di merito
sarebbe contraddittorio ed illogico, avendo detta Corte condiviso
quello del primo giudice che ha riconosciuto il ricorrente meritevole

quello conseguente alla permanente e non contestata riduzione della
sua capacità lavorativa specifica.
Lamenta il Naso che neppure sarebbe esente da vizi l’affermazione
della Corte di merito, secondo cui “la prova del danno é estremamente
carente”, avendo egli chiesto di provare circostanze in ordine
all’attività lavorativa svolta ed alla propria capacità reddituale senza che
detta Corte abbia motivato la mancata implicita ammissione della
chiesta prova. Assume inoltre il ricorrente che, pur a voler ritenere che
egli non abbia provato né chiesto di provare il danno patrimoniale
subito, la sentenza impugnata sarebbe comunque inficiata da
violazione di legge laddove esclude il diritto al risarcimento del danno
patrimoniale invece di riconoscerlo sulla base di una presunzione
semplice e di liquidare tale danno anche in via equitativa, ai sensi
dell’art. 1226 c.c..
3.1. In relazione al primo motivo il ricorrente pone il seguente quesito
di diritto: “dica la Corte di cassazione se, anche in difetto di specifica prova sul
punto, il giudice di merito debba procedere alla liquidazione del danno patrimoniale
derivante da fatto illecito in presenza di una accertata diminuzione della capacità
lavorativa specifica, facendo ricorso alla presunzione semplice e seguendo il criterio
della liquidazione equitativa e se la prova di tale danno non possa considerarsi
presunta”
3.2. Il motivo all’esame é inammissibile, come pure eccepito dalla
controricorrente.
9

del risarcimento derivante dalla invalidità temporanea, negandogli

3.2.1. Ed invero, con riferimento alla lamentata violazione di legge, il
quesito di diritto risulta inidoneamente formulato, non conformandosi
lo stesso ai requisiti prescritti dall’art. 366 bis c.p.c., nell’interpretazione
che di tale norma ha fornito il “diritto vivente”, e al riguardo si rinvia a
quanto già osservato nel paragrafo 2.1., precisandosi che il quesito di

riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di
merito, la sintetica indicazione della regola di diritto applicata da quel
giudice e la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si
sarebbe dovuta applicare al caso di specie; la mancanza – come nel caso
all’esame – anche di una sola di tali indicazioni nel quesito di diritto
rende inammissibile il motivo cui il quesito così formulato sia riferito
(Cass., ord., 25 settembre 2007, n. 19892 e 17 luglio 2008, n. 19769;
Cass. 30 settembre 2008, n. 24339; Cass. 13 marzo 2013, n. 6286, in
motivazione). Né, peraltro, il quesito può consistere nel mero
interpello della Corte in ordine alla fondatezza o meno delle
propugnate petizioni di principio o della censura così come illustrata
nello svolgimento del motivo (Cass. 7 marzo 2012, n. 3530), e in un
interpello siffatto pure si risolve sostanzialmente il formulato quesito.
3.2.2. Il motivo non è assistito poi, in relazione ai dedotti vizi
motivazionali, dal momento di sintesi (cd. quesito di fatto) e si rinvia al
riguardo a quanto osservato al paragrafo 2.2., sicché è inammissibile
anche sotto tale aspetto.
3.2.3. Il motivo, peraltro, difetta di autosufficienza, non avendo il
ricorrente indicato specificamente le richieste istruttorie proposte e
non accolte cui fa riferimento a p. 7 e 8 del ricorso (v., ex plurimis,
Cass., ord., 30 luglio 2010, n. 17915).
3.2.4. Infine, il motivo tende inammissibilmente ad una rivalutazione
del merito. Ed invero, con la proposizione del ricorso per cassazione,
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diritto non può essere generico e astratto ma deve compendiare la

la parte ricorrente non può rimettere in discussione,
contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici
del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed
in sé coerente; l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è
sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell’ambito di

merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico
formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal
giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio
convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne
attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie,
quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (v., exp/urimis,
Cass., ord. 6 aprile 2011, n. 7921).
Nel caso di specie, la Corte di merito ha congruamente, seppur
sinteticamente, indicato, senza incorrere in vizi logici o giuridici, gli
elementi sui quali si fonda il suo convincimento sul punto in questione,
sicché il motivo risulta, in ogni caso, infondato.
4. Con il secondo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione
degli artt. 91 e 92 cpc, della legge 7 novembre 1957 n. 1051, articolo
unico, della tariffa forense approvata con DM 8.4.2004 n. 127 Tabella
A e B), nonché violazione e falsa applicazione del principio di
inderogabilità degli onorari minimi di avvocato di cui all’art. 24 della
legge 13.6.1942 n. 794, dall’art. 4 della “Tariffa civile” e, infine, dell’art.
2, comma 2 del decreto legge 4.7.2006 n. 223, come modificato dalla
legge di conversione 4.8.2006 n. 248 in relazione all’art. 360 n. 3 cpc,
nonché [di] omessa motivazione in relazione all’art. 360 n. 5 cpc”.
Lamenta il ricorrente che, in relazione alla doglianza da lui sollevata in
ordine alla ingiustificata e immotivata decurtazione delle competenze
esposte nella nota specifica, la Corte di merito abbai ritenuto tale
11

detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il

censura palesemente infondata, dipendendo la riduzione in parola dalla
circostanza che il decisum era compreso non nello scaglione indicato dal
Naso (C 516.000,00 – 1.549.000,00) ma in diverso e inferiore scaglione
(C 51.000,00-103.000,00) nel cui ambito si collocherebbero le somme
liquidate.

della provvisionale corrisposta, e fissata con l’ordinanza dell’H
gennaio 2002, gli é stato liquidato l’importo complessivo di C
184.172,16, oltre interessi, sicché andava applicato lo scaglione da €
103.300,00 a C 258.300,00 e, quindi, la Corte di merito avrebbe dovuto
liquidare, a titolo di diritti ed onorari, importi maggiori di quelli
liquidati dal Tribunale.
Assume, infine, il Naso che la Corte territoriale sarebbe incorsa nel
vizio di omessa motivazione in quanto, nonostante le doglianze al
riguardo, non avrebbe tenuto conto che il primo Giudice aveva
liquidato le spese, i diritti e gli onorari globalmente, senza alcuna
specificazione degli stessi, impedendo così il controllo sul rispetto dei
minimi tariffari e sulle singole voci dei diritti e degli onorai.
4.1. In relazione al secondo motivo di ricorso il ricorrente pone il
seguente quesito di diritto: “dica la Corte Suprema se – in ossequio al
principio del “decisum” – il giudice di coltello debba ritenere il valore della
controversia quello complessivamente deciso dal primo giudice, comprensivo pertanto – anche della provvisionale concessa in corso di causa ed una volta così
determinato il valore della controversia se non debba procedere alla liquidazione
delle spese, dei diritti e degli onorari, nel rispetto dei minimi e dei massimi prescritti
dalla tariffa professionale forense per quello scaglione di valore, anche del grado a
favore della parte parzialmente vittoriosa ed in danno dell’altra rimasta
soccombente ed infine se il giudice non sia tenuto alla indicazione delle .spese, dei
diritti e degli onorari che abbia liquidato”.
12

Deduce però il Naso che con la sentenza di primo grado, tenuto conto

4.2. Anche il secondo morivo è inammissibile, come pure eccepito
dalla controricorrente.
4.2.1. Ed invero, con riferimento alla lamentata violazione di legge, il
quesito di diritto risulta inidoneamente formulato, non conformandosi
lo stesso ai requisiti prescritti dall’art. 366 bis c.p.c., nell’interpretazione

quanto già evidenziato nel paragrafo 3.2.1..
4.2.2. Il motivo, inoltre, non è assistito, in relazione ai dedotti vizi
motivazionali, da idoneo momento di sintesi (cd. quesito di fatto),
rinviandosi al riguardo a quanto osservato nel paragrafo 2.2., sicché è
inammissibile anche sotto tale profilo.
4.2.3. A quanto sopra evidenziato va aggiunto che il motivo all’esame
difetta di autosufficienza, non avendo il ricorrente riportato il
contenuto della nota spese cui fa riferimento in ricorso (Cass. 3
novembre 2005, n. 21325; Cass. 26 giugno 2007, n. 14744; v. anche
Cass.10 gennaio 2006, n. 146), sicché neppure potrebbe valutarsi la
censura proposta in relazione alla lamentata violazione dei minimi.
tariffari, e peraltro, come evidenziato dal controricorrente, il Tribunale,
contrariamente a quanto assunto dal ricorrente, ha indicato
specificatamente le somme liquidate a titolo di diritti, onorari e spese
vive.
5. Il ricorso deve essere, pertanto, dichiarato inammissibile.
6. Il ricorrente, in base al principio della soccombenza, va condannato
al pagamento, in favore della società controricorrente, delle spese del
presente giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.
Non vi è luogo a provvedere per le spese nei confronti degli intimati,
non avendo gli stessi svolto attività difensiva in questa sede.
P.Q.M.

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che di tale norma ha fornito il “diritto vivente”, e al riguardo si rinvia a

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento, in favore della società controricorrente, delle spese del
presente giudizio di legittimità, che liquida in complessivi euro
12.200,00, di cui euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza

Civile della Corte Su ma di Cassazione, il 5 novembre 2013.

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