Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13584 del 21/05/2019

Cassazione civile sez. III, 21/05/2019, (ud. 06/11/2018, dep. 21/05/2019), n.13584

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17292-2016 proposto da:

B.A., C.N. nella qualità di curatore

dell’eredità giacente di B.G., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA OTTAVIANO 91, presso lo studio

dell’avvocato GIUSEPPE D’OTTAVIO, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato GABRIELE D’OTTAVIO giusta procura speciale

in calce;

– ricorrenti –

contro

F.M., F.S., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA DARDANELLI, 23, presso lo studio dell’avvocato MATTEO

ADDUCI, rappresentati e difesi dagli avvocati GIACOMO FRANCESCO

SACCOMANNO, CORRADO FERRANTE giusta procura speciale in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

e contro

SANPAOLO IMI SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 3525/2016 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE di

ROMA, depositata il 23/02/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/11/2018 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

TRONCONE Fulvio, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;

udito l’Avvocato GABRIELE D’OTTAVIO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. B.A. e C.N. (quest’ultimo, nella qualità di curatore dell’eredità giacente di B.G.) ricorrono, sulla base di quattro motivi, per la revocazione, ex art. 391-bis c.p.c., della sentenza n. 3525/16, del 23 febbraio 2016, di questa Corte, che ha dichiarato inammissibile il ricorso da essi proposto avverso la sentenza n. 1689/14, dell’8 maggio 2014, della Corte di Appello di Reggio Calabria.

2. Riferiscono, in punto di fatto, i ricorrenti che A. e B.G. proponevano, con citazione del 21 maggio 1996, azione revocatoria ex art. 2901 c.c., innanzi al Tribunale di Reggio Calabria, per ottenere la declaratoria di inefficacia della donazione effettuata da F.S., per atto del notaio P.F. del 29 marzo 1994, in favore della figlia M., sul presupposto di vantare, verso il F., varie ragioni creditorie.

Essi agivano – innanzitutto – in qualità di (co)fideiussori, per aver prestato una fideiussione, al pari di F.S., in favore di talune società, in relazione a debiti delle stesse verso diversi istituti di credito. Assumevano, infatti, che il F., diversamente da loro, non aveva versato quanto dovuto – in proporzione alla propria quota – in forza della suddetta garanzia personale. Gli allora attori, inoltre, assumevano di essere ulteriormente creditori verso i F., sulla base di autonomi titoli.

Riferiscono, altresì, che alla causa da costoro incardinata ex art. 2901 c.c. veniva riunito altro giudizio, promosso dal Banco di Napoli S.p.a., avente lo stesso oggetto, trattandosi di “actio pauliana” relativa al medesimo atto di donazione intercorso tra S. e F.M..

Le domande attoree venivano integralmente soddisfatte dall’adito Tribunale (sentenza n. 104/04), contro la cui decisione proponevano appello, in via di principalità, i F., nonchè, incidentalmente, i B., i quali lamentavano, in particolare, l’accoglimento dell’azione revocatoria proposta dal Banco di Napoli.

La Corte reggina, tuttavia, mentre accoglieva il gravame principale, sul rilievo che, nella specie, non sussistessero i presupposti per l’esercizio dell’azione di regresso, respingeva, invece, quello incidentale.

Avverso tale decisione veniva proposto da B.A. e C.N. ricorso per cassazione, articolato su tre motivi.

Con il primo, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in relazione agli artt. 2901 e 1954 c.c., si censurava la decisione del giudice di appello per avere falsamente applicato all’azione revocatoria i principi che disciplinano, invece, l’azione di regresso.

Il secondo motivo, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), deduceva l’omesso esame delle ulteriori ragioni creditorie poste dagli attori/appellati alla base della proposta azione revocatoria, essendosi, invece, la Corte reggina limitata ad esaminare soltanto il credito spettante ai B. in forza della già ricordata posizione di cofideiussori.

Infine, il terzo motivo concerneva il rigetto dell’appello incidentale con cui i B. si erano doluti dell’accoglimento dell’azione revocatoria proposta dal Banco di Napoli.

L’esito del giudizio di legittimità consisteva, come detto, nella declaratoria di inammissibilità del ricorso ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6).

3. Avverso la sentenza di questa Corte è proposto ricorso per revocazione ex art. 391-bis c.p.c., sulla base di quattro motivi.

3.1. Con il primo motivo sì deduce violazione dell’art. 391-bis c.p.c. e art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4).

Si lamenta che questa Corte abbia ravvisato, quale motivo di inammissibilità del ricorso, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), la mancata riproduzione, in ricorso, di atti e documenti – o, almeno, la puntuale indicazione degli stessi, necessaria alla loro individuazione, al fine di renderne possibile l’esame, e ciò anche con precisazione dell’esatta collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte – i quali non figuravano, in realtà, a sostegno dei motivi di impugnazione (ed esattamente: l’atto di citazione notificato il 21 maggio 1996; la donazione contenuta nell’atto del notaio P.F. del 29 marzo 1994; l’obbligazione fideiussoria costituita in favore delle società Italinvest S.p.a., Autosì S.r.l. ed Azzurra Motor S.r.l.; l’atto di citazione notificato il 26 marzo 1999, l’espletata CTU). Essi, pertanto, proprio perchè non diretti a supportare il proposto ricorso, non dovevano – secondo gli odierni ricorrenti – essere riprodotti, nè allegati, nè meglio individuati nel ricorso stesso.

In particolare, si evidenzia come gli atti “de quibus” risultassero contenuti nella sezione del ricorso riservata alla esposizione sommaria dei fatti di causa e allo svolgimento del processo, e ciò mediante riproduzione testuale dell’esposizione elaborata dal giudice di appello, la cui decisione, infatti, era trascritta in tale sezione.

Orbene, rispetto a tali atti non sussisterebbe alcun onere di specifica indicazione (non previsto, sì assume, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3), diversamente da quanto stabilito per gli atti e documenti sui quali si “fonda” il ricorso.

Quanto, invece, agli atti – ovvero: la sentenza di prime cure, l’appello principale e quello incidentale, la sentenza n. 209/2007 resa dal Tribunale di Reggio Calabria in altro giudizio, la copia del verbale di udienza del 13 marzo 2008 e la lettera del 2 marzo 1994 – sui quali il ricorso, dichiarato inammissibile, propriamente si sarebbe fondato, e dei quali la sentenza oggi impugnata pure addebita ai ricorrenti la mancata riproduzione (o, quantomeno, la puntuale indicazione), si evidenzia come gli stessi siano stati citati nella “parte motiva del ricorso”, oltre che allegati all’atto di impugnazione, come risulterebbe dall’elenco in calce allo stesso.

3.2. Il secondo motivo deduce, nuovamente, violazione dell’art. 391-bis c.p.c. e art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4).

La censura investe la declaratoria di inammissibilità del ricorso relativamente al suo primo motivo (concernente il rigetto dell’azione revocatoria, disposto dal giudice di appello, in quanto asseritamente carenti, nella specie, i presupposti perchè i cofideiussori potessero agire in regresso), essendo la sentenza oggi impugnata fondata sull’erroneo presupposto dell’inesistenza delle allegazioni e produzioni documentali necessarie per la sua decisione.

Assumono, infatti, i ricorrenti di avere riportato e trascritto il convincimento della Corte reggina in ordine alla non configurabilità di un credito di regresso ex art. 1954 c.c., essendo stato lo stesso, inoltre, oggetto di adeguata critica, fondata “sull’ovvio rilievo” che l’azione revocatoria richiede semplicemente una ragione di credito, a tutela della quale è esperita, mentre quella di regresso “presuppone un credito certo, liquido ed esigibile”.

3.3. Il terzo motivo deduce, anche in questo caso, violazione dell’art. 391-bis c.p.c. e art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4).

Si censura la decisione adottata da questa Corte in relazione al secondo motivo di ricorso, con il quale era stato ipotizzato l’omesso esame di un fatto decisivo, costituito dalla esistenza di altre ragioni creditorie in favore dei B., oltre quella nascente dal pagamento delle proprie quote di fideiussione, avendo, invece, questa Corte ricostruito la censura – erratamente, secondo i ricorrenti – alla stregua di un denunciato vizio motivazionale.

Per contro, i (già allora) ricorrenti avevano censurato la decisione del giudice di appello essenzialmente sul rilievo che, ove lo stesso avesse considerato la ragione di credito nascente, in particolare, dal titolo portato nella sentenza n. 209 del 2007, avrebbe certamente pronunciato una sentenza confermativa di quella adottata dal primo giudice.

3.4. Infine, il quarto motivo ipotizza – al pari degli altri – violazione dell’art. 391-bis c.p.c. e art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4).

La censura investe, questa volta, l’assenza di qualunque pronuncia, da parte di questa Corte, in ordine al terzo motivo di ricorso, con il quale si censurava il rigetto dell’appello incidentale dei B. in ordine all’accoglimento dell’azione revocatoria proposta dal Banco di Napoli.

In particolare, si evidenzia che avendo gli allora ricorrenti, nella memoria ex art. 378 c.p.c., preso atto della intervenuta transazione fra il F. ed il predetto istituto di credito, di tale circostanza questa Corte – nel dichiarare, sul punto, cessata la materia del contendere – avrebbe dovuto tenere conto quantomeno ai fini della liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

4. Hanno resistito con controricorso all’avversaria impugnazione i F., chiedendone il rigetto o la declaratoria di inammissibilità, rimanendo, invece, soltanto intimata la società San Paolo Imi S.p.a. (succeduta, nelle more del giudizio, alla società Banco di Napoli S.p.a.).

5. Entrambe le parti hanno presentato memoria, ex art. 378 c.p.c., insistendo nelle proprie argomentazioni e replicando a quelle avversarie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

6. Il ricorso va rigettato.

6.1. Il primo motivo – che assume carattere “centrale”, o meglio, condizionante l’esito anche degli altri tre (per le ragioni, di seguito, meglio illustrate) – non è fondato.

6.1.1. Non coglie nel segno, infatti, il tentativo dei ricorrenti di escludere taluni “atti e documenti” – la cui conoscenza era comunque indispensabile, da parte di questa Corte, per la decisione dell’impugnazione (allora) proposta – dal novero di quelli “sui quali si fonda(va)” il ricorso, nonchè di ritenere per essi soddisfatto l’onere di “specifica” indicazione, ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) attraverso la “ricostruzione” che del loro contenuto risultava dalla sentenza di appello.

Difatti, quanto, in particolare, al primo profilo, deve osservarsi che documenti quali la citazione che ha dato origine al presente giudizio, la donazione oggetto dell’azione revocatoria, l’obbligazione fideiussoria, fonte della pretesa creditoria oggetto dell’azione stessa, nonchè l’espletata CTU, non possono certo relegarsi al rango di meri “presupposti” della vicenda devoluta all’esame del giudice, dapprima di merito e, poi, di legittimità, rientrando, invece, a pieno titolo tra gli atti/documenti su quali l’impugnazione ex art. 360 c.p.c. era fondata.

D’altra parte, neppure convince l’affermazione dei ricorrenti secondo cui l’operazione consistente nella loro indicazione “specifica” – attributo, quest’ultimo, che è stato inteso nel senso che l’incombente ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) “deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il contenuto del documento” (cfr. Cass. Sez. Lav., sent. 7 febbraio 2011, n. 2966, Rv. 616097-01; Cass. Sez. 3, ord. 3 luglio 2009, n. 15628, Rv. 60958301; Cass. Sez. 3, ord. 4 settembre 2008, n. 22303, Rv. 604828-01), in quanto la causa di inammissibilità prevista dalla norma citata è “direttamente ricollegata al contenuto del ricorso, come requisito che si deve esprimere in una indicazione contenutistica dello stesso” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 2 dicembre 2008, n. 28547, Rv. 605631-01) – possa ritenersi legittimamente effettuata attraverso la ricostruzione che, del loro contenuto, reca la sentenza di appello (allora) impugnata, riprodotta nella parte del ricorso destinata all’illustrazione dei “fatti di causa e svolgimento del processo”.

Difatti, ed al netto del rilievo – compiuto, in modo condivisibile, dagli odierni controricorrenti – che la “rivendicazione” di siffatto “modus operandi” si risolve nella sostanziale ammissione di un possibile vizio di inammissibilità, per “assemblaggio”, del ricorso (allora) proposto, la legittimità di una simile tecnica redazionale va esclusa alla luce di quanto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte.

Esse, infatti, hanno sancito che, “a seguito della riforma ad opera del D.Lgs. n. 40 del 2006, il novellato art. 366 c.p.c. richiede la “specifica” indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso, al fine di realizzare l’assoluta precisa delimitazione del “thema decidendum””, non potendo, pertanto, “ritenersi sufficiente” a tale scopo “la generica indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso nella narrativa che precede la formulazione dei motivi” (Cass. Sez. Un., sent. 31 ottobre 2007, n. 23019, Rv. 600075-01).

Su tali basi, dunque, il primo motivo di ricorso va ritenuto non fondato.

6.2. Anche i motivi secondo, terzo e quarto non sono fondati.

6.2.1. Sfugge, invero, agli odierni ricorrenti che la valutazione compiuta nella sentenza – oggi impugnata per revocazione – in ordine al difetto del requisito ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) fosse stata espressamente riferita a ciascuno dei motivi in cui sì articolava l’impugnazione (salvo erroneamente menzionarne solo due), come si evince dal dispositivo che dichiara inammissibile l’intero ricorso.

Si trattava, del resto, di esito “necessitato”, e ciò in conformità con il principio, enunciato nuovamente dalle Sezioni Unite di questa Corte, secondo cui “la verifica dell’osservanza di quanto prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) deve compiersi con riguardo ad ogni singolo motivo di impugnazione e la mancata specifica indicazione (ed allegazione) dei documenti sui quali ciascuno di essi, eventualmente, si fondi può comportarne la declaratoria di inammissibilità solo quando si tratti di censure rispetto alle quali uno o più specifici atti o documenti fungano da fondamento, e cioè quando, senza l’esame di quell’atto o di quel documento, la comprensione del motivo di doglianza e degli indispensabili presupposti fattuali sui quali esso si basa, nonchè la valutazione della sua decisività, risulterebbero impossibili”, con la conseguenza, pertanto, che “deve escludersi che il ricorso possa essere dichiarato “in toto” inammissibile, ove tale situazione sia propria solo di uno o di alcuno dei motivi proposti” (Cass. Sez. Un., sent. 5 luglio 2013, n. 16887, Rv. 626914-01).

Del resto, nel caso di specie, gli atti/documenti dei quali i ricorrenti ritennero ammissibile una “generica” indicazione (sotto forma di “relatio” alla sentenza – allora – impugnata) si presentavano necessari per decidere ciascuna delle tre questioni oggetto dei motivi di impugnazione “illo tempore” proposti e sui quali “ritornano” le censure di cui agli (odierni) motivi secondo, terzo e quarto.

Di qui, pertanto, l’infondatezza anche dei motivi secondo, terzo e quarto del presente ricorso.

7. Le spese seguono la soccombenza, essendo pertanto poste a carico dei ricorrenti e liquidate come da dispositivo.

8. A carico dei ricorrenti sussiste l’obbligo di versare l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando B.A. e C.N. a rifondere a S. e F.M. le spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 10.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, più spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, all’esito di pubblica udienza della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 6 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2019

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