Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13579 del 30/05/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 30/05/2017, (ud. 09/05/2017, dep.30/05/2017),  n. 13579

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BOTTA Raffaele – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – rel. Consigliere –

Dott. ZOSO Liana M.T. – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. FASANO Anna Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2711-2010 proposto da:

D.M., elettivamente domiciliato in ROMA VIA PIETRO DELLA

VALLE 1, presso lo studio dell’avvocato STEFANIA ORECCHIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato MARCO DE BERNARDI giusta delega

in calce;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DI MONTEPULCIANO in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 29/2009 della COMM.TRIB.REG. di FIRENZE,

depositata il 26/03/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/05/2017 dal Consigliere Dott. ORONZO DE MASI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO RICCARDO che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;

udito per il ricorrente l’Avvocato D. che si riporta agli

atti;

udito per il controricorrente l’Avvocato PISANA che ha chiesto

l’inammissibilità.

Fatto

FATTI DI CAUSA

D.M. propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, nei confronti della Agenzia delle Entrate, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Toscana che, rigettandone l’appello, ha concluso per la insussistenza delle condizioni per riconoscere al contribuente il diritto al rimborso dell’IRAP versata per gli anni 2001, 2002, 2003 e 2004, stante lo svolgimento della professione di avvocato, in locali adibiti a studio distinti dall’abitazione, corrispondendo canoni di locazione e compensi a terzi in funzione dell’esercitata attività, per aver posseduto beni strumentali eccedenti quelli ordinari, nonchè sostenuto spese in misura non insignificante rispetto al reddito lordo prodotto, ricorrendo quindi il requisito impositivo dell’autonoma organizzazione.

L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 446 del 1997, artt. 2 e 3giacchè la CTR non ha considerato che, sulla base di una valutazione di natura non soltanto logica, ma anche socio-economica, l’assenza di una struttura produttiva non può essere intesa nel senso di totale mancanza di qualsiasi supporto, e che per far sorgere l’obbligo di pagamento del tributo è necessario un quid pluris, in termini di disponibilità di studio professionale o di collaboratori, che secondo il comune sentire sia in grado di fornire un apprezzabile apporto al professionista, rendendone più efficace e remunerativa l’attività. Evidenzia che, nella specie, l’attività professionale è stata svolta, negli anni di riferimento, con prevalente apporto di lavoro personale ed in assenza di particolari dotazioni di beni strumentali.

Il ricorso è infondato.

Va, preliminarmente, esaminata la questione del dedotto giudicato favorevole, formatosi sulle annualità 1998, 1999, 2000 e 2001, che può essere agevolmente risolta, confutando la tesi del ricorrente, con l’applicazione del principio affermato da questa Corte secondo cui “La sentenza del giudice tributario con la quale si accertano contenuto ed entità degli obblighi del contribuente per un determinato anno d’imposta fa stato con riferimento alle imposte dello stesso tipo dovute per gli anni successivi solo per quanto attiene a quegli elementi che abbiano un valore “condizionante” inderogabile sulla disciplina degli altri elementi della fattispecie esaminata, con la conseguenza che la sentenza che risolva una situazione fattuale in uno specifico periodo d’imposta non può estendere i suoi effetti automaticamente ad altro ancorchè siano coinvolti tratti storici comuni” (Cass. 2294172013).

Va, pertanto, esclusa l’efficacia esterna del giudicato di cui qui si discute in quanto si tratta di accertamenti non fondati su fatti necessariamente comuni ai singoli anni d’imposta, che richiedono l’esame dei fattori produttivi ed organizzativi utilizzati, nel tempo, nell’esercizio dell’attività soggetta all’imposta.

La questione concernente la debenza dell’IRAP va risolta in conformità della consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo cui, “a norma del combinato disposto del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 2, comma 1, primo periodo e art. 3, comma 1, lett. c), l’esercizio delle attività di lavoro autonomo di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 49, comma 1, è escluso dall’applicazione dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata: il requisito della “autonoma organizzazione”, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui; costituisce poi onere del contribuente che richieda il rimborso fornire la prova dell’assenza delle condizioni anzidette” (ex plurimis, Cass. n. 25311/2014; n. 26293/2016).

La decisione gravata si basa su una pluralità di elementi valutativi quali, appunto, i canoni di locazione corrisposti dal ricorrente per procurarsi la disponibilità di uno studio professionale, l’impiego di beni strumentali eccedenti quelli ordinari, la corresponsione di compensi a terzi funzionali all’attività esercitata, il sostenimento di spese “in misura non insignificante rispetto al proprio reddito lordo”.

Essa contiene un inequivoco accertamento di fatto, in ordine alla sussistenza, nella specie, di un’autonoma organizzazione, espresso attraverso valutazioni meritali non superate dalla documentazione prodotta in giudizio dal contribuente il quale, attore in senso sostanziale e quindi gravato dell’onere di provare i fatti a cui la legge ricollega il trattamento impositivo rivendicato nella domanda di rimborso (Cass. S.U. n. 12109/2009; Cass. n. 3676/2007), valutazioni concernenti fattori suscettibili di combinarsi con il lavoro prestato personalmente dall’interessato, certamente “non trascurabili, bensì capaci di fornire un effettivo qualcosa in più al lavoratore autonomo”.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con condanna del contribuente al pagamento delle spese del giudizio che si liquidano come in dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro 1.700,00, oltre rimborso spese forfettarie nella misura del 15 per cento ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 9 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2017

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