Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13577 del 04/07/2016


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Cassazione civile sez. un., 04/07/2016, (ud. 07/06/2016, dep. 04/07/2016), n.13577

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f. –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente Sezione –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. MATERA Lina – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – rel. Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23052/2015 proposto da:

C.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GUIDO

RENI 2, presso lo studio dell’avvocato MADDALENA DE GREGORIO,

rappresentata e difesa dagli avvocati VESEVO CATALANO e MANUEL

SARNO, per delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI MILANO, PUBBLICO MINISTERO

PRESSO LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO;

– intimati –

avverso la sentenza n. 135/2015 del CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE,

depositata il 23/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/06/2016 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SALVATO Luigi, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

ESPOSIZIONE DEL FATTO

1. Con atto del 6 ottobre 2008 i signori B.O. e P. nonchè N.S., esponevano che l’avvocato C.S. e il dott. P.L., in relazione alle prestazioni professionali rese in riferimento ad un sinistro stradale nel corso del quale era deceduto un loro congiunto, avevano chiesto ed ottenuto il relativo pagamento, sia dai clienti sia pure, direttamente, dalla Compagnia di assicurazioni.

2. L’adito Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, sentiti i predetti professionisti, con delibera dell’1 luglio 2010, disponeva l’archiviazione della pratica nei confronti del dottor P. e l’apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avvocato C., per essere, quest’ultima, venuta meno ai doveri di correttezza, lealtà, probità e decoro per:

“1) avere richiesto ed incassato dai propri assistiti sig.ri B.O. e P. nonchè N.S., l’importo di Euro 25.000,00 a seguito dell’attività dalla stessa prestata in loro favore per la definizione del sinistro relativo al decesso di B.A., sottacendo agli stessi di avere incassato, per il medesimo titolo, dall’Assicurazione Generali – INA Assitalia, l’importo di Euro 26.928,00;

2) non avere emesso fattura per l’importo di Euro 25.000,00, percepito dai propri clienti a seguito dell’attività legale prestata per la definizione del sinistro relativo al decesso di B. A. “.

3. All’esito dell’attività istruttoria svolta, il Consiglio dell’Ordine di Milano, affermava la responsabilità disciplinare dell’incolpata, comminando alla stessa la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per mesi otto.

4. L’avvocato C. impugnava il citato provvedimento, innanzi al Consiglio Nazionale Forense, riproponendo ed ulteriormente illustrando le argomentazioni difensive già prospettate nel procedimento davanti al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano.

5. Con la decisione n. 135 del 2015 il Consiglio Nazionale Forense, ha rigettato il ricorso, confermando la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione per mesi otto, così come irrogata dal Consiglio dell’Ordine di Milano.

6. L’Avvocato C. ha, quindi, proposto ricorso per cassazione, che ha affidato a due motivi, formulando anche domanda di sospensione degli effetti della decisione del CNF, nella parte relativa alla inibizione all’esercizio della professione per mesi otto, in considerazione del grave pregiudizio connesso alla relativa applicazione.

7. L’intimato Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, non ha svolto attività difensiva in questa sede.

8. Il Procuratore Generale, con atto del 28 ottobre 2015, ha chiesto il rigetto, in camera di consiglio, della domanda di sospensione dell’impugnata sentenza.

9. Con ordinanza 25 febbraio 2016, n. 3734 queste Sezioni Unite hanno dichiarato la suddetta domanda inammissibile, per carenza dei presupposti prescritti per il suo accoglimento.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1 – Sintesi delle censure.

1. Il ricorso è articolato in due motivi.

1.1. Con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, omessa motivazione in ordine alla esplicitazione del percorso logico-argomentativo seguito per l’affermazione della responsabilità disciplinare.

Si sostiene che il CNF, nella decisione impugnata, si sarebbe limitato a recepire acriticamente la versione dei fatti risultante dall’esposto che ha dato l’avvio al procedimento disciplinare senza esaminare le specifiche contestazioni dell’incolpata, così rendendo impossibile la valutazione del percorso logico seguito e delle ragioni poste alla base della decisione stessa.

1.2. Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, omessa motivazione in ordine alla esplicitazione del percorso logico-argomentativo seguito per la determinazione, in concreto, dell’entità della sanzione.

Si rileva che il CNF non ha neppure giustificato con idonea motivazione – essendosi limitato a fare apoditticamente riferimento alla “gravità del fatto” – la scelta di determinare in otto mesi la durata della sospensione dall’esercizio della professione, quando normalmente, in casi analoghi, alla sospensione viene attribuita una durata inferiore (da tre a sei mesi, al massimo).

2 – Esame delle censure.

2. I due motivi di ricorso – da esaminare congiuntamente data la loro intima connessione – non sono da accogliere.

3.- Come è agevole desumere dal tenore delle censure con esse si contesta la sentenza impugnata esclusivamente sotto il profilo motivazionale.

4. In base al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, – introdotto con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 – applicabile per i ricorsi che, come l’attuale, si riferiscono alle sentenze depositate dopo I’ll settembre 2012 (la sentenza del CNF oggi impugnata è stata depositata il 23 luglio 2015) è deducibile per cassazione esclusivamente l'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Secondo quanto affermato da queste Sezioni Unite al riguardo, la nuova norma deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità. Sicchè l’anomalia di motivazione denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e che si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (vedi, per tutte: Cass. SU 20 ottobre 2015, n. 21216; Cass. SU 28 ottobre 2015, n. 21948;

Cass. SU 25 febbraio 2016, n. 3734).

E’ stato altresì precisato che nei giudizi per cassazione assoggettati “ratione temporis” alla nuova normativa, la formulazione di una censura riferita all’art. 360 cit., n. 5, che replica sostanzialmente il previgente testo di tale ultima disposizione si palesa inammissibile alla luce del nuovo testo della richiamata disposizione, secondo cui il vizio di motivazione di per sè non costituisce più ragione cassatoria (vedi, fra le tante: Cass. SU 7 aprile 2014, n. 8053 e n. 8054).

5. Tale ultima evenienza è proprio quella che si riscontra nel caso di specie, visto che tutte le censure, fin dalla rubrica, fanno riferimento al testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nella versione introdotta dalla L. n. 69 del 2009, quindi, anteriore alla suddetta riforma del 2012.

Nè è, comunque, riscontrabile alcuno dei vizi denunciabili in base alla nuova versione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, visto che –

diversamente da quel che si sostiene nel ricorso – la motivazione della decisione impugnata è presente e articolata, ponendosi, in particolare l’accento, anche per la determinazione della sanzione, sulla volontarietà della condotta e sulla considerevole entità delle competenze professionali richieste ai clienti (Euro 25.000,00) senza emettere fattura e sottacendo agli stessi di avere incassato, per il medesimo titolo, dall’Assicurazione Generali – INA Assitalia, l’importo di Euro 26.928,00.

Del resto non va dimenticato il consolidato orientamento di queste Sezioni Unite secondo cui, in tema di procedimento disciplinare a carico degli avvocati, il potere di applicare la sanzione adeguata alla gravità ed alla natura dell’offesa arrecata al prestigio dell’ordine professionale è riservato agli organi disciplinari;

pertanto, la determinazione della sanzione inflitta all’incolpato dal Consiglio nazionale forense non è censurabile in sede di legittimità, salvo il caso di assenza di motivazione (Cass. SU 26 maggio 2011, n. 11564; Cass. SU 1 agosto 2012, n. 13791; Cass. SU 14 novembre 2014, n. 24282), che qui certamente non ricorre.

3 – Conclusioni.

6.6. In sintesi, il ricorso va dichiarato inammissibile. Nulla si dispone per le spese del presente giudizio di cassazione, non avendo il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, svolto difensiva in questa sede.

Si da atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte, a Sezioni Unite, dichiara il ricorso inammissibile. Nulla per le spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2016

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