Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13561 del 01/07/2016


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Cassazione civile sez. VI, 01/07/2016, (ud. 04/02/2016, dep. 01/07/2016), n.13561

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17972-2014 proposto da:

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende,

ope legis;

– ricorrente –

contro

C.S., + ALTRI OMESSI

elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA LUCULLO 3, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO ZAMPONE,

che li rappresenta e difende, giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrenti –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA del 14/10/2013,

depositato il 09/01/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/02/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI;

udito l’Avvocato NICOLA ADRAGNA, giusta delega allegata al verbale

dell’Avvocato ZAMPONE, difensore dei controricorrenti, che si

riporta agli scritti.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto del 17.07.2014 la Corte d’appello di Roma – previa riunione di plurimi ricorsi – ha accolto la domanda proposta da Z.E., + ALTRI OMESSI quest’ultima quale erede di Z. A., intesa ad ottenere l’equa riparazione del danno non patrimoniale conseguente alla durata non ragionevole di un giudizio in materia di occupazione illegittima di arca introdotto dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con atto di citazione notificato in data 06.10.1997, durato complessivamente undici anni e cinque mesi, depositata la sentenza di primo grado in data 3 aprile 2009, avverso la quale è stato interposto appello ed ancora pendente alla data del deposito del ricorso, commisurato l’indennizzo in Euro 6.400,00 per ciascuno dei ricorrenti in proprio – in ragione di Euro 750,00 per ciascuno anno di ritardo – suddiviso pro quota fra gli eredi di Z.A. detto indennizzo.

Per la cassazione di tale decreto il Ministero della giustizia ha proposto ricorso, affidato a tre motivi, cui gli intimati hanno resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Collegio ha deliberato l’adozione di una motivazione in forma semplificata.

Con il primo motivo di ricorso l’Amministrazione, lamentando la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 nonchè dell’art. 75 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 3, con specifico riferimento alla posizione degli eredi di Z.D., con la sola eccezione di Z.E., che ha agito sia in proprio sia quale erede di Z.D., evidenzia come parti in causa nel giudizio presupposto erano stati esclusivamente C.S. ed i germani D. ed Z. E.. Deduce, altresì, la ricorrente che pur senza essere stata fornita alcuna prova con riferimento al titolo successorio, detta circostanza avrebbe dovuto essere considerata al fine del dies ad quem per il computo dell’indennizzo. Aggiunge, inoltre, che quanto alla posizione di Z.A., lo stesso risulta deceduto nel corso del presente giudizio con relativa successione di F. G..

Il motivo è ammissibile e, nel merito, fondato.

Preliminarmente, va, infatti, disattesa l’eccezione di inammissibilità sollevata dai controricorrenti sul presupposto che nella specie non troverebbe applicazione l’art. 75 c.p.c., giacchè l’indicazione delle norme violate non si pone come requisito autonomo ed imprescindibile ai fini dell’ammissibilità del ricorso per Cassazione, essendo sufficiente (come avvenuto nel caso di specie) che gli argomenti addotti consentano di individuare le norme e i principi di diritto di cui si denuncia la violazione (conf. Cass. 4233/2012), evidente che il giudice di merito ha accolto la domanda senza tenere conto della incidenza del decesso del dante causa nel corso del giudizio presupposto alla luce dei principi che verranno di seguito illustrati.

Quanto al fondo del motivo, va osservato che nel caso di specie G., S. ed Z.A. risultano avere esercitato la pretesa indennitaria spendendo la sola qualità di eredi di Z.D. (l’ultimo peraltro deceduto nel corso del presente giudizio, costituita in suo luogo F.G., nella assedia qualità di unica erede), mentre soltanto Z.E. oltre ad essere costituto in proprio nel giudizio presupposto, ha esercitato il diritto anche iure successionis.

Ciò chiarito, rileva il Collegio che in tema di equa riparazione, ai sensi della L. a 89 del 2001, l’erede ha diritto al riconoscimento dell’indennizzo, iure successionis, pro quota, per la parte eccedente la ragionevole durata del giudizio presupposto per il periodo decorrente dalla data della domanda fino a quella del decesso dell’attore originario, nonchè iure proprio, soltanto per il superamento della predetta durata verificatosi con decorrenza dal momento in cui, con la costituzione in giudizio, ha assunto a sua volta la qualità di parte, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la continuità della sua posizione processuale rispetto a quella del dante causa, prevista dall’art. 110 c.p.c., in quanto il sistema sanzionatorio delineato dalla CEDU e tradotto in norme nazionali dalla L. n. 89 del 2001 non si fonda sull’automatismo di una pena pecuniaria a carico dello Stato, ma sulla somministrazione di sanzioni riparatorie a beneficio di chi dal ritardo abbia ricevuto danni patrimoniali o non patrimoniali, mediante indennizzi modulabili in relazione al concreto paterna subito, il quale presuppone la conoscenza del processo e l’interesse alla sua rapida conclusione (Cass. n. 23416 del 2009; Cass. n. 2983 del 2008). In altri termini, non può assumersi come riferimento temporale di determinazione del danno l’intera durata del procedimento, ma è necessario procedere ad una ricostruzione analitica delle diverse frazioni temporali al fine di valutarne separatamente la ragionevole durata, senza, tuttavia, escludere la possibilità di un cumulo tra il danno morale sofferto dal dante causa e quello personalmente patito dagli eredi nel frattempo intervenuti nel processo, non ravvisandosi incompatibilità tra il pregiudizio patito iure proprio e quello che lo stesso soggetto può far valere pro quota e iure successionis, ove già entrato a far parte del patrimonio del proprio dante causa” (in termini, Cass. n. 21646 del 2011; nello stesso senso: Cass. n. 10517 del 2013; Cass. n. 995 del 2012; Cass. n. 1309 del 2011; Cass. n. 13803 del 2011).

In proposito, giova ricordare che di recente (Cass. n. 4004 del 2014) questa Corte, nel ribadire il principio di cui sopra, ha chiarito che a diverse conclusioni in merito alla computabilità del periodo tra il decesso dell’originaria parte nel giudizio presupposto e la costituzione dei suoi eredi non può neanche pervenirsi, traendo spunto dalla recente sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte n. 585 del 2014, che, dirimendo un contrasto tra sezioni semplici in merito alla possibilità che il contumace nel processo presupposto possa far valere il diritto all’equa riparazione per la non congrua durata dello stesso, ha statuito la equiparazione – ai fini della possibile insorgenza del diritto al ristoro del danno non patrimoniale – tra parti costituite e parti chiamate a partecipare a quel giudizio, ma in esso non intervenute, proprio alla luce dei postulati predetti.

Non può neanche sottacersi che nella recente sentenza di irricevibilità – della Seconda Sezione della CEDU del 18 giugno 2013, in causa Dazio e altri c. Italia, si è affermato che la qualità di erede di una parte nel procedimento presupposto non conferisce, di per sè, il diritto a considerarsi vittima della, eventualmente maturata, durata eccessiva del medesimo e che l’interesse dell’erede alla conclusione rapida della causa difficilmente è conciliabile con la sua mancata costituzione nello stesso, dato che solo attraverso l’intervento nel procedimento l’avente diritto ha l’opportunità di partecipare e di influire sull’esito dello stesso.

Nella specie risulta, quindi, illogica e incoerente la mancata espunzione dal computo della durata complessiva del processo in cui gli odierni controricortenti hanno agito in proprio di una frazione temporale ascrivibile alla ragionevole durata del giudizio di primo grado.

L’accoglimento del primo motivo del ricorso assorbe l’esame degli ulteriori due mezzi, con i quali l’Amministrazione – denunciando l’omessa motivazione su un fatto decisivo – si duole che la corte di merito non abbia esplicitato i parametri e l’iter argomentativo per pervenire alla valutazione di complessità media del giudizio presupposto di primo grado (secondo motivo), oltre alla violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per essere stati liquidati gli interessi sull’indennizzo riconosciuto dalla domanda pur in mancanza di una specifica domanda sul punto.

Conclusivamente, il ricorso deve essere accolto nei termini e nei limiti sopra indicati. Il decreto impugnato deve essere cassato e la causa va rinviata ad altro giudice – che viene individuato nella Corte d’appello di Roma in diversa composizione – che la riesaminerà alla luce dei rilievi dianzi svolti.

Alla predetta Autorità è demandato anche il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte, accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo ed il terzo;

cassa il decreto impugnato e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di Cassazione, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, il 4 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 luglio 2016

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