Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13551 del 30/05/2017


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Cassazione civile, sez. I, 30/05/2017, (ud. 29/03/2017, dep.30/05/2017),  n. 13551

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria C. – rel. Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria G.C. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27995/2011 proposto da:

Roma Capitale, già Comune di Roma, in persona del Sindaco pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via del Tempio di Giove

n. 21, presso gli Uffici dell’Avvocatura Comunale, rappresentata e

difesa dall’avvocato Rossi Domenico, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

T.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via Montello n.

30, presso l’avvocato Brucoli Francesco, che lo rappresenta e

difende, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3916/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 04/10/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

29/03/2017 dal cons. GIANCOLA MARIA CRISTINA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale LUCIO

CAPASSO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il 4 novembre 2005 T.G., affermando di essere coltivatore diretto affittuario di un terreno agricolo in località (OMISSIS), adiva la Corte di appello di Roma in unico grado per ottenere la condanna del convenuto Comune di Roma al pagamento dell’indennità aggiuntiva di cui alla L. n. 865 del 1971, art. 17 deliberata in L. 462.236.000.

Con sentenza del 10.09-4.10.2010, nel contraddittorio delle parti, la Corte distrettuale accoglieva la domanda del T. e condannava l’ente a pagargli la somma di Euro 238.724,56, maggiorata degli interessi legali dalla domanda, ma non rivalutata.

La Corte riteneva di essere competente per materia a decidere in unico grado, perchè con atto di transazione per Notaio Romano del 27 novembre 2002 (rep. n. 354493/14016) era avvenuta tra i proprietari del terreno agricolo ed il comune espropriante la cessione volontaria dell’appezzamento di terreno della superficie di ha. 19.35.07 e la concreta liquidazione dell’indennità di espropriazione pari ad Euro 2.995.450,01; in realtà l’atto di “transazione” andava qualificato come vera e propria cessione volontaria, successiva alla realizzazione dell’opera da parte dell’Amministrazione (impianto di depurazione

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Roma sud). Riteneva altresì che non sussistessero dubbi circa la qualità di affittuario coltivatore diretto degli indicati terreni agricoli, affermata dal T. e presupposta dalla L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17, per l’attribuzione dell’indennizzo; l’attore aveva infatti fornito la prova certa del possesso di quel requisito, in base ad una serie di individuati elementi indiziari. Inoltre sull’entità della somma pretesa (Euro 238.724,56) non erano sorte contestazioni e peraltro essa corrispondeva a quanto in concreto deliberato ma non corrisposto dall’Amministrazione.

Avverso questa sentenza Roma Capitale ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi e notificato il 16.11.2011 al T. che ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

A sostegno del ricorso Roma Capitale denunzia:

1. “Violazione e falsa applicazione della L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17, comma 2 e art. 19, comma 1”. Contesta la ricorrenza della competenza della Corte distrettuale in unico grado, in mancanza di decreto di esproprio (o di cessione volontaria).

2. “Violazione e falsa applicazione della L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 12 per aver la Corte d’Appello qualificato un accordo transattivo alla stregua di una cessione volontaria”.

3. “Omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio consistente nell’accertamento della qualità di fittavolo, mezzadro, colono o compartecipante in cpo al sig. T.G.”.

Il ricorso non merita favorevole apprezzamento.

I primi due motivi, suscettibili di esame unitario, non hanno pregio. In effetti la speciale competenza della Corte di Appello in ordine alla determinazione dell’indennità aggiuntiva di cui alla L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17, comma 2, si correla al legame di quell’indennità con l’indennità di espropriazione di cui alla medesima L. n. 865 del 1971, art. 19, e perciò presuppone un decreto di esproprio o l’equipollente contratto di cessione volontaria (medesima legge artt. 12 e 13. In tema, cfr anche Cass. n. 1774 del 1999; n. 18237 del 2004; n. 18450 del 2011): invece, le iniziative giudiziarie che involgono tutti gli altri negozi privatistici o pubblicistici traslativi del diritto dominicale, quand’anche conseguenti ad illecita occupazione, seguono le regole generali di ripartizione della competenza giurisdizionale, dunque esulano da quella funzionale in unico grado della Corte di appello ed appartengono alla normale competenza del Tribunale, in cui quindi viene attratta anche la sorte dell’indennità aggiuntiva se a taluno di essi collegata, sia pure in via risarcitoria. Tuttavia nella specie il fatto che Roma capitale non ha trascritto il contenuto della transazione nè indicato gli estremi necessari al relativo reperimento nel depositato fascicolo di parte ed ancora il fatto che non ha contestato in modo idoneo i criteri ermeneutici in base ai quali la Corte di appello ha in quell’atto ravvisato una cessione volontaria, precludono di ridiscutere (“esegesi e le conclusioni espresse nell’impugnata sentenza, che pertanto restano confermate.

Infine, anche il terzo motivo del ricorso si rivela inammissibile, concretandosi in non decisive critiche di merito, indeducibili in questa sede, avverso le valutazioni ampiamente e logicamente argomentate rese dalla Corte di appello sulla base delle diverse risultanze istruttorie.

Conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con condanna dell’Amministrazione soccombente al pagamento delle spese di legittimità liquidate come in dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna Roma Capitale al pagamento, in favore del T., delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 4.000,00 per compenso ed in Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfetarie ed agli accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 29 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2017

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