Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13547 del 18/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 18/05/2021, (ud. 12/01/2021, dep. 18/05/2021), n.13547

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1314-2020 proposto da:

H.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato PAOLO ALESSANDRINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI ANCONA, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. 2816/2019 del TRIBUNALE di L’AQUILA, depositato

il 22/11/2019 R.G.N. 2842/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/01/2021 dal Consigliere Dott. DANIELA BLASUTTO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con decreto n. 2816/2019 il Tribunale di L’Aquila ha rigettato la domanda di protezione internazionale e umanitaria di H.A., cittadino del (OMISSIS).

2. Il Tribunale ha osservato – in sintesi – quanto segue:

a) il ricorrente ha riferito che, a causa di una relazione avuta con una ragazza promessa sposa ad un altro, era stato aggredito e ferito; inoltre, i fratelli della ragazza avevano cercato di vendicarsi, malmenando la madre del ricorrente; la polizia non ha fatto nulla perchè ha “paura dei delinquenti di (OMISSIS)”;

b) anche a volere ritenere dimostrati i fatti posti alla base del racconto, si sarebbe in presenza di una questione di carattere assolutamente privato, che non potrebbe giustificare il riconoscimento dello status di rifugiato;

c) neppure sussistono i presupposti per la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 poichè non è verosimile che la polizia abbia, come riferito dal ricorrente, “timore dei delinquenti di (OMISSIS)” o, addirittura, ometta di denunciarli attendendo di cumulare nei loro confronti più notizie di reato;

d) i report allegati dal ricorrente sono inconferenti, in quanto riferiscono di azioni illegali della polizia nei confronti di dissidenti e attivisti, ma non segnalano inefficienze di fronte alle denunce sporte dalle vittime di reati comuni; dalle “informazioni acquisite” emerge che in (OMISSIS) non esiste una situazione di violenza generalizzata; la sola area interessata da episodi di intifada è quella del Sahara occidentale, posta a sud del (OMISSIS), a molta distanza dalla città di (OMISSIS);

e) quanto alla domanda di protezione umanitaria, il ricorrente non ha allegato situazioni di particolare vulnerabilità, nè risulta dimostrata una effettiva integrazione sociale e lavorativa in Italia, poichè il ricorrente ha prodotto solo due contratti di lavoro, senza spiegare i motivi per cui, dopo avere stipulato un contratto a tempo indeterminato, ne avesse stipulato un altro a tempo determinato.

3. Per la cassazione di tale decreto H.A. ha proposto ricorso affidato a due motivi.

4. Il Ministero dell’Interno non ha svolto attività difensiva, essendosi limitato al deposito “atto di costituzione” al fine di eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

5. Il Procuratore Generale non ha rassegnato conclusioni scritte.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Il primo motivo denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 4 Direttiva 2004/83/CE (abrogata e trasfusa nella Direttiva 2011/95/UE), del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 nonchè della Direttiva 2005/85/CE (abrogata e trasfusa nella Direttiva 2013/32/UE) e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1 bis, art. 8 Direttiva 2004/83/CE per avere il Tribunale, con motivazione meramente apparente e senza riscontrare contraddizioni del narrato, omesso di contestualizzare la vicenda alla luce della situazione socio-politica del (OMISSIS), dove – secondo le fonti più recenti e accreditate – si riscontra il ricorso a delitti ritenuti “d’onore”. Si denuncia il mancato esperimento di un’effettiva istruttoria mediante il reperimento di documentazione attuale ed aggiornata.

2. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli art. 4 Direttiva 2011/95/UE, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, art. 10 Direttiva 2013/32/UE, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27 in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, art. 2 Cost. e art. 3 CEDU per assenza di un’adeguata indagine sulla situazione di vulnerabilità del richiedente, con particolare riferimento alla documentazione depositata, comprovante un’effettiva e piena integrazione nel tessuto sociale e lavorativo italiano.

3. E’ fondato il primo motivo, con assorbimento dell’esame del secondo.

4. Il primo ordine di censure verte sul mancato riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 lett. a) e b). In particolare, il ricorrente si duole che il Tribunale, senza espressamente escludere la credibilità intrinseca del racconto, abbia comunque omesso un adeguato approfondimento istruttorio in merito alla situazione politica e giudiziaria del (OMISSIS), con particolare riguardo alle ragioni del “delitto d’onore”. Lamenta che i report consultati non sono aggiornati e che non sono stati analizzati quelli invece indicati dal ricorrente, anche con riferimento all’impossibilità di tutela da parte delle autorità di polizia e giudiziarie locali.

5. Va innanzitutto ribadito che, in tema di protezione internazionale, la valutazione delle dichiarazioni del richiedente asilo si deve basare su una disamina complessiva della vicenda persecutoria narrata; quando poi residuino dubbi rispetto ad alcuni dettagli della narrazione, può trovare applicazione il principio del “beneficio del dubbio”, come si desume dal D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 3 letto alla luce della giurisprudenza della CEDU, perchè la funzione del procedimento giurisdizionale di protezione internazionale, è quella – del tutto autonoma rispetto alla precedente f9se amministrativa – di accertare la sussistenza o meno del diritto del richiedente al riconoscimento di una delle forme di asilo previste dalla legge (Cass. n. 7546 del 2020).

6. Nel caso in esame, il Tribunale non ha espresso un giudizio di inattendibilità intrinseca del narrato, del quale non sono evidenziate contraddizioni, incoerenze o illogicità, soffermandosi unicamente sul rilievo che la vicenda narrata è di carattere privato e che non sarebbe plausibile che le forze di polizia non siano in grado di garantire tutela, avendo timore dei “delinquenti di (OMISSIS)”.

7. Rileva questa Corte che, una volta escluso che il decreto, in base agli argomenti utilizzati, abbia espresso un giudizio di negazione della credibilità intrinseca della narrazione, deve ritenersi che spettasse al Giudice di merito procedere al controllo di credibilità estrinseca, che attiene alla concordanza delle dichiarazioni con il quadro culturale, sociale, religioso e politico del Paese di provenienza, desumibile dalla consultazione di fonti internazionali meritevoli di credito.

8. Come già affermato da questa Corte, la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente non può essere legata alla mera presenza di riscontri obiettivi di quanto da lui narrato, poichè incombe al giudice, nell’esercizio del potere-dovere di cooperazione istruttoria, l’obbligo di attivare i propri poteri officiosi al fine di acquisire una completa conoscenza della situazione legislativa e sociale dello Stato di provenienza, onde accertare la fondatezza e l’attualità del timore di danno grave dedotto (Cass. n. 19716 del 2018). Solo ove le dichiarazioni del richiedente siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non è richiesto un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione nel Paese di origine (Cass. n. 16925 del 2018, n. 7333 del 2015).

9. Quanto all’acquisizione delle informazioni sul contesto socio – politico del Paese di rientro, trattasi di indagine che deve avvenire in correlazione con i motivi di persecuzione o di pericoli dedotti, sulla base delle fonti di informazione indicate nel D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ed in mancanza, o ad integrazione di esse, mediante l’acquisizione di altri canali informativi, dando conto delle ragioni della scelta (Cass. n. 16202 del 2012). L’obbligo di cooperazione istruttoria che incombe sul giudice della protezione internazionale (Cass. S.U. n. 27310 del 2008; n. 26056 del 2010) deve riguardare, in particolare, la specifica situazione di rischio di persecuzione o di pericolo qualificato, rappresentata dal richiedente e non genericamente ed esclusivamente la condizione generale del paese.

10. Tale indagine non è stata svolta dal Tribunale con riguardo alla specifica situazione di pericolo qualificato riguardante il richiedente.

11. Inoltre, come più volte affermato da questa Corte, la verifica delle condizioni socio-politiche del paese di origine non può fondarsi su informazioni risalenti ma deve essere svolta, anche mediante integrazione istruttoria ufficiosa, all’attualità (Cass. n. 28990 del 2018), ossia mediante la consultazione di fonti informative ufficiali aggiornate alla data della decisione.

12. Nel caso in esame, invece, il Tribunale non ha indicato in alcun modo nè l’autorità emittente, nè l’epoca delle fonti conoscitive che afferma di avere consultato.

13. Resta assorbito l’esame del secondo motivo, dovendosi peraltro osservare la protezione umanitaria, nella disciplina ratione temporis applicabile alla fattispecie, costituisce una misura atipica e residuale, volta ad abbracciare situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), non può disporsi l’espulsione e deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso (v. Cass. n. 13565 del 2020, 13096 del 2019, 23604 del 2017), nel cui contesto rientrano tutte le condizioni potenzialmente idonee, quali eventi in grado di ingenerare un forte grado di traumaticità, ad incidere sulla condizione di vulnerabilità della persona (v. tra le altre, Cass. 15466 del 2014, n. 26566 del 2013).

14. Trattasi di un apprezzamento rimesso al giudice di merito, cui compete la valutazione individualizzata, nel cui contesto rientra anche la comparazione con la situazione personale che il richiedente ha vissuto prima della partenza e alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio, mediante un raffronto con i dati disponibili al momento in cui il giudice è chiamato a decidere e dunque all’attualità.

15. In conclusione, il provvedimento impugnato va cassato con rinvio al Tribunale di L’Aquila in diversa composizione collegiale per il riesame della domanda di protezione sussidiaria e, in subordine, di quella umanitaria, in applicazione dei principi sopra riportati. Il Giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, assorbito il secondo. Cassa il provvedimento impugnato e rinvia, anche per le spese, al Tribunale di L’Aquila in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2021

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