Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13536 del 30/05/2017


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Cassazione civile, sez. I, 30/05/2017, (ud. 22/03/2017, dep.30/05/2017),  n. 13536

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – rel. Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17986/2011 proposto da:

A.A., (c.f. (OMISSIS)), domiciliato in Roma, Piazza

Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione,

rappresentato e difeso dall’avvocato Letterio Briguglio, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Sicilcassa S.p.a. in Liquidazione Coatta Amministrativa, (c.f.

(OMISSIS)), in persona dei Commissari Liquidatori pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Viale Regina Margherita n. 262 –

264, presso l’avvocato Taverna Salvatore, rappresentata e difesa

dall’avvocato Calandrino Gerlando, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 706/2011 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 25/05/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/03/2017 dal cons. DI VIRGILIO ROSA MARIA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

A.A., premesso: che il Pretore del lavoro di Catania, con sentenza n. 1380 del 16/8/92, sostanzialmente confermata nei successivi gradi, aveva annullato le delibere del C.C.R.V.E. successive al 1975, con le quali non era stata disposta la promozione della parte a funzionario, condannando l’ente alla corresponsione delle differenze retributive con interessi e rivalutazione; di essere stato collocato a riposo il 1/1/1987, senza che Sicilcassa, succeduta alla C.C.R.V.E., avesse adeguato il tfr nè la pensione alla retribuzione spettante, proponeva opposizione allo stato passivo della liquidazione coatta amministrativa della Sicilcassa, per l’ammissione privilegiata del credito quantificato in complessive Lire 794.213.000, di cui Lire 251.800.00 per differenze ratei di pensione dal gennaio 1990 al gennaio 1999, Lire 34.828.000 per rivalutazione monetaria, Lire 102.585.000 per interessi, Lire 70.000.000 per differenza tfr e Lire 350.000.000, per capitalizzazione anticipata dei crediti ancora a scadere, o per la somma meglio vista.

Il Tribunale respingeva l’opposizione,e la Corte d’appello, con la sentenza del 15/4-25/5/2011, ha respinto l’appello principale dell’ A..

La Corte del merito ha richiamato il principio espresso nella pronuncia del S.C. 11148/1999, in applicazione del quale, avendo l’ A. chiesto al Pretore di Catania quale giudice del lavoro, senza alcuna specificazione o riserva, la condanna del datore di lavoro ad una determinata somma, doveva ritenersi che l’azione comprendesse tutto il credito risarcibile, da cui l’inammissibilità della richiesta, successiva alla formazione del giudicato costituito dalla sentenza 1380/1982, di altre somme non considerate da detto giudicato.

Ricorre l’ A., con ricorso affidato ad un unico motivo.

Si difende con controricorso Sicilcassa.

Considerato che:

Con l’unico mezzo, il ricorrente addebita alla sentenza impugnata la violazione dell’art. 2909 c.c. e dell’art. 324 c.p.c..

Sostiene che la Corte d’appello non ha tenuto effettivo conto del giudicato costituito dalla sentenza del Pretore di Catania del 1982, nè ha considerato “il giudicato formatosi in ordine all’interpretazione del contenuto di tale sentenza e della sua efficacia di titolo esecutivo”; che la sentenza del 1982 non è di condanna generica alla corresponsione delle differenze retributive, ma concerne l’intero trattamento economico per la qualifica superiore, con condanna di Sicilcassa al pagamento del trattamento economico corrispondente al grado superiore, compresi tfr e differenza ratei di pensione; deduce di avere chiesto in base a tale condanna decreto ingiuntivo per il pagamento di quanto dovuto per tfr e ratei pensione, che il giudizio di opposizione è stato definito con sentenza del Tribunale del 30/11/1993-25/2/1994, passata in giudicato, con la quale è stato ritenuto l’ A. già dotato di un titolo esecutivo salvo la quantificazione di carattere matematico, da risolversi eventualmente nella fase esecutiva, da cui la correttezza della declaratoria del Pretore di improponibilità e quindi revoca del decreto ingiuntivo; che, in sede esecutiva, proposte opposizione a precetto ed agli atti esecutivi, il Tribunale del Lavoro, con sentenza n. 368 del 2001, passata in cosa giudicata, ha dichiarato la validità del precetto e del pignoramento e dichiarato improcedibile l’azione esecutiva a seguito della messa in lca di Sicilcassa; che la Corte del merito non ha tenuto conto del giudicato in forza delle due sentenze del Tribunale di Catania, acquisite dal CTU già in primo grado.

Si difende con controricorso Sicilcassa.

Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

Va in via preliminare riportato il principio espresso, in sede di soluzione di contrasto, dalle Sez. U. nella pronuncia del 28/11/2007, n. 24664, secondo cui, posto che il giudicato va assimilato agli “elementi normativi”, di talchè la sua interpretazione deve essere effettuata alla stregua dell’esegesi delle norme e non già degli atti e dei negozi giuridici, essendo sindacabili sotto il profilo della violazione di legge gli eventuali errori interpretativi, ne consegue che il giudice di legittimità può direttamente accertare l’esistenza e la portata del giudicato esterno con cognizione piena che si estende al diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta valutazione ed interpretazione degli atti processuali, mediante indagini ed accertamenti, anche di fatto, indipendentemente dall’interpretazione data al riguardo dal giudice di merito; il principio è stato reiteratamente ribadito, tra le tante, nelle pronunce del 10/12/2015, n. 24952, del 30/4/2010, n. 10537 e del 5/10/2009, n. 21200.

Da tale principio consegue, come corollario, che non può essere fatta valere con la forza del giudicato l’interpretazione offerta in sentenza del giudicato formatosi a seguito di una precedente pronuncia, e quindi, nella specie, non può invocarsi come dotata di tale forza preclusiva la sentenza resa dal Tribunale il 25/2/1994, in relazione all’opposizione a decreto ingiuntivo, nè, in ogni caso, può farsi valere, a fondamento della tesi del ricorrente, la pronuncia resa dal Tribunale del Lavoro n. 368 del 2001, per trattarsi di sentenza di carattere processuale (il Tribunale ha infatti dichiarato l’improcedibilità dell’azione esecutiva, stante la messa in lca della Sicilcassa).

La questione pertanto resta circoscritta alla interpretazione del giudicato alla stregua della sentenza del Pretore di Catania del 1982, che ha disposto testualmente: “dichiara la nullità della Delib. 7 marzo 1975, n. 184 della C.C.R.V.E. e dichiara il diritto di A.A. alla promozione a funzionario di 3^ dal 7/3/1975, condanna la convenuta al pagamento in favore del ricorrente delle somme corrispondenti al trattamento economico per la qualifica superiore dal 7.3.1975.”.

Ora, la condanna, avente natura risarcitoria (su detta qualificazione si è formato il giudicato interno, come chiaramente affermato nella pronuncia di questa Corte del 22/2/1985 n. 1603, che ha definito proprio il giudizio dell’ A. sul diritto alla promozione ed al relativo trattamento economico), quantifica il danno nella differenza tra il trattamento economico percepito dall’ A. e quello spettante allo stesso quale funzionario di 3^, differenza di trattamento che chiaramente va riferita e al periodo in cui la parte è stata in servizio, e a quello in cui è andata in pensione.

Può pertanto richiamarsi il principio espresso, tra le ultime, nella pronuncia del 5/2/2011, n. 2816 (in senso conforme alle precedenti sentenze del 23/4/2009 n. 9695 e del 21/11/2006, n. 24649), secondo cui la sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di un determinato numero di mensilità di retribuzione ovvero di quanto dovuto al lavoratore a seguito del riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento costituisce valido titolo esecutivo per la realizzazione del credito anche quando, nonostante l’omessa indicazione del preciso ammontare complessivo della somma oggetto dell’obbligazione, la somma stessa sia quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico, semprechè, dovendo il titolo esecutivo essere determinato e delimitato, in relazione all’esigenza di certezza e liquidità del diritto che ne costituisce l’oggetto, i dati per acquisire tale necessaria certezza possano essere tratti dal contenuto del titolo medesimo e non da elementi esterni, non desumibili da esso, ancorchè presenti nel processo che ha condotto alla sentenza di condanna, in conformità con i principi che regolano il processo esecutivo; ne consegue che, se per la determinazione dell’importo sono necessari elementi estranei al giudizio concluso e non predeterminati per legge, il creditore può legittimamente fare ricorso al procedimento monitorio, nel cui ambito la sentenza è utilizzabile come atto scritto, dimostrativo dell’esistenza del credito fatto valere, il cui ammontare può essere provato con altri e diversi documenti, ma non può, invece, attivare l’esecuzione.

Trasponendo tale principio nel giudizio di opposizione allo stato passivo, ne consegue che la sentenza del 1982 ben è stata invocata dall’ A. quale pronuncia dotata dell’autorità di cosa giudicata per la debenza delle differenze tra il trattamento economico percepito e quelle corrispondenti alla qualifica superiore, per il cui ammontare dovranno essere valutati i dati di fatto ed i documenti intesi a provare detta differenza.

Tale essendo l’ambito del giudizio che qui interessa, è di chiara evidenza come sia incongruo il richiamo da parte della Corte del merito al principio della cd. infrazionabilità del credito, sul quale, tra l’altro, le Sezioni unite si sono di recente pronunciate, superando la precedente pronuncia del 2007 n. 23726, con la sentenza del 16/2/2017, n. 4090, nel senso di ritenere che le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, benchè relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi qualora le suddette pretese creditorie, pur facendo capo ad un medesimo rapporto tra le stesse parti, siano fondate su distinti fatti costitutivi, come nella concreta fattispecie, in cui la pretesa insinuata nella l.c.a. aveva titolo nella cessazione del rapporto di lavoro (TFR e differenza ratei di pensione).

Va accolto pertanto il ricorso, e va pertanto cassata la pronuncia impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Palermo in diversa composizione, che si atterrà a quanto sopra evidenziato, e che dovrà provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

PQM

 

La Corte accoglie il ricorso; cassa la pronuncia impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Palermo in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 22 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2017

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