Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13535 del 18/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 18/05/2021, (ud. 05/02/2020, dep. 18/05/2021), n.13535

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2594-2016 proposto da:

TELECOM ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo

studio dell’avvocato ROBERTO PESSI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MARCO MARIA VALERIO RIGI LUPERTI;

– ricorrente –

contro

S.C., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO VITTORIO

EMANUELE II 209, presso lo studio dell’avvocato LUCA SILVESTRI,

rappresentato e difeso dall’avvocato ERNESTO MARIA CIRILLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5308/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 15/07/2015, R.G.N. 7123/2011.

 

Fatto

RILEVATO

che, con sentenza n. 5715/2011, il Tribunale di Napoli ha respinto, per difetto di elementi delibatori a sostegno, la domanda proposta da Carmine S., nei confronti di Telecom Italia S.p.A., volta ad ottenere la condanna della società al risarcimento del danno professionale asseritamente subito a causa della perdita delle mansioni di autonomia e coordinamento e, comunque, “specialistiche”, proprie del profilo di appartenenza quale riconosciuto in un precedente giudizio, oltre che del danno non patrimoniale;

che, con sentenza pubblicata in data 15.7.2015, la Corte di Appello di Napoli, in parziale accoglimento del gravame interposto dal S. avverso la predetta pronunzia, ha condannato la società datrice a corrispondere al dipendente, a titolo di risarcimento del danno professionale, una somma pari al 50% della retribuzione percepita dallo stesso in base al superiore inquadramento riconosciuto, a decorrere dal maggio 2002;

che la Corte di merito, per ciò che ancora in questa sede rileva, ha sottolineato che “a fronte delle puntuali allegazioni in fatto del lavoratore, non risulta alcuna specifica descrizione dei compiti assegnati al ricorrente che permetta di individuare, nelle mansioni effettivamente espletate, i tratti caratterizzanti la qualifica di pertinenza quale già riconosciuta nel precedente giudizio (Cass. Sez. lav., sentenza n. 15527 dell’8/7/2014, che ha evidenziato che il datore di lavoro è tenuto a prendere posizione, in maniera precisa e non limitata ad una generica contestazione, circa i fatti posti dal lavoratore a fondamento della domanda)”; ed altresì che “sotto il profilo del demansionamento professionale, derivante dall’assegnazione a mansioni diverse ed inferiori rispetto a quelle spettanti, la Corte” di merito (nel precedente giudizio conclusosi con la sentenza n. 5849/2008) “aveva evidenziato che l’attività del S. – per quanto emerso dall’istruttoria espletata in quella sede – si era ridotta, a decorrere dal 1996, presso il CSOT, alla mera sorveglianza di guasti, laddove il ricorrente in precedenza aveva svolto compiti di coordinamento e soluzione in piena autonomia organizzativa ed operativa dei guasti accertati su apparecchi ed impianti ad alta tecnologia. Secondo equità la determinazione del danno subito era stata quantificata nella misura pari al 50% dell’ammontare delle differenze retributive tra i diversi inquadramenti”; ed infine, che pacificamente, tale decisione è passata in giudicato e, quindi, “le relative statuizioni…., in assenza di un qualunque provvedimento atto ad incidere sul rapporto di lavoro ed in mancanza di qualunque circostanza nuova in ordine alla disciplina e alle modalità di svolgimento, sono idonee ad esplicare la loro efficacia di giudicato esterno in considerazione della identità della situazione fattuale”;

che per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la Telecom Italia S.p.A. articolando due motivi;

che S.C. ha resistito con controricorso;

che sono state comunicate memorie nell’interesse della società;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il ricorso, si censura: 1) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c. in relazione agli artt. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, art. 118 disp. att. c.p.c., comma 2 e art. 111 Cost., con riguardo al capo della sentenza relativo al riconoscimento del danno da dequalificazione professionale, “stanti le violazioni dei principi sostanziali e processuali che presiedono il principio del giudicato ed i suoi limiti anche in relazione all’obbligo di specifica motivazione dei provvedimenti giurisdizionali”, poichè, nella fattispecie, i giudici di seconda istanza si sarebbero limitati a richiamare il giudizio già conclusosi inter partes e passato in giudicato con la sentenza della Corte di Appello di Napoli, n. 5849/2008, “accogliendo, sic et simpliciter, le avverse deduzioni circa un ipotetico perdurante inadempimento datoriale, senza dare conto del “come” questa condotta abbia ulteriormente leso il patrimonio professionale del S., in tal modo riconoscendo un diritto al risarcimento del danno professionale sulla base di circostanze di fatto accertate e valutate nel precedente giudizio, presumendosi, pur in assenza di puntuali allegazioni di fatto su cui basare un tale convincimento, che il “danno” già risarcito sia esistente anche per il periodo successivo quale conseguenza di una non meglio precisata condotta datoriale inadempiente”, con “evidente violazione delle norme di cui all’art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c., avendo il Collegio napoletano illegittimamente esteso l’efficacia del giudicato a fattispecie ipoteticamente analoga, ma relativa ad un diverso arco temporale, le cui deduzioni sono prive di allegazioni e prove delle circostanze che hanno dato luogo alla precedente decisione intervenuta e passata in giudicato”; 2) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 414,420,115,116 c.p.c.; artt. 2697,1226,2103 c.c., per avere i giudici di secondo grado considerato, di fatto, il danno in re ipsa, data “l’assoluta carenza di allegazioni in tema di onere della prova” riguardo al riconosciuto danno da dequalificazione professionale, che, a parere della società ricorrente, la Corte di merito non avrebbe preso in considerazione, peraltro integrando gli elementi probatori a carico della parte onerata, desumendo, in via presuntiva, l’esistenza e l’entità del danno e procedendo alla valutazione equitativa, “sulla sola scorta di quanto emerso dall’istruttoria espletata nel precedente giudizio”;

che il primo motivo non è meritevole di accoglimento; al riguardo è, innanzitutto, da premettere che, come, in più occasioni, ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, la sentenza è nulla, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, “qualora si limiti alla mera indicazione della fonte di riferimento e non sia, pertanto, possibile individuare le ragioni poste a fondamento del dispositivo” (cfr., ex multis, Cass. nn. 21978/2018; 17403/2018; 5209/2018; 107/2015). E deve, altresì, considerarsi “nulla la sentenza di appello motivata per relationem alla sentenza di primo grado, qualora la laconicità della motivazione non consenta di appurare che alla condivisione della decisione di prime cure il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame, previa specifica ed adeguata considerazione delle ragioni difensive, degli elementi di prova e dei motivi di appello” (v., tra le altre, Cass. nn. 15010/2020; 22022/2017); ciò premesso, nella fattispecie, non ricorre alcuna di queste ipotesi: non la seconda, in quanto la Corte di merito ha riformato la sentenza del primo giudice proprio relativamente al mancato riconoscimento del danno da dequalificazione professionale, quale conseguenza del demansionamento subito dal lavoratore (su cui specificamente vertono, nella sostanza, le censure sollevate dalla società, in entrambi i mezzi di impugnazione) e neppure la prima, poichè i giudici di seconda istanza hanno indicato gli elementi da cui hanno tratto il proprio convincimento, con una disamina logico-giuridica che rende, in tal modo, possibile il controllo sulla esattezza e sulla logicità del ragionamento che li ha condotti alla decisione oggetto del presente giudizio, senza incorrere, quindi, nella violazione del c.d. “minimo costituzionale” di cui alla nota pronunzia delle Sezioni Unite di questa Corte (n. 8053/2014), secondo la quale la sentenza è nulla, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ove risulti del tutto priva dell’esposizione dei motivi sui quali la decisione si fonda, ovvero la motivazione sia solo apparente, estrinsecandosi in argomentazioni non idonee a rendere palese la ratio decidendi (cfr., ancora, tra le molte, Cass. nn. 15010/2020, cit.; 2220/2019; 24313/2018; 5209/2018). Ed infatti, per giurisprudenza consolidata di questa Corte (cfr. Cass., SS.UU. n. 14815/2008), la motivazione per relationem “è legittima soltanto nel caso in cui: a) si riferisca”, come nell’ipotesi di cui si tratta, “ad una sentenza che abbia già valore di giudicato tra le parti; b) ovvero riproduca la motivazione di riferimento autonomamente ed autosufficientemente recepita e vagliata nel contesto della motivazione condizionata”;

che, nel caso di specie, correttamente e motivatamente (v., in particolare, le pagg. 3-5 della sentenza impugnata), la Corte territoriale ha reputato che quanto accertato con la sentenza n. 5849/2008, resa inter partes dalla medesima Corte, il cui “passaggio in giudicato è pacifico tra le parti” – con la quale è stato accertato il demansionamento, reiterato nel tempo, subito dal S. -, “in assenza di un qualunque provvedimento atto ad incidere sul rapporto di lavoro ed in mancanza di qualunque circostanza nuova in ordine alla disciplina e alle modalità di svolgimento”, fosse idonea ad esplicare, “in considerazione della identità della situazione fattuale, efficacia di giudicato esterno”, il cui accertamento è demandato in via esclusiva al giudice di merito e la cui statuizione al riguardo è sottratta al sindacato di legittimità, se resa, come nella fattispecie, nel rispetto dell’art. 2909 c.c. e se correttamente motivata (cfr., tra le altre, Cass. nn. 9384/2011; 10503/2001; 3325/2000). Ed infatti, ai fini della formazione del proprio convincimento, il giudice è libero di avvalersi, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche delle prove raccolte in un diverso processo, svoltosi tra le stesse o altre parti, delle quali la sentenza pronunziata nel medesimo giudizio costituisce (come in questo caso) documentazione (v. Cass. nn. 9384/2011, cit.; 4773/2001);

che il secondo motivo – che presenta profili di inammissibilità relativamente alle doglianze che investono gli artt. 115 e 116 c.p.c., secondo quanto ribadito dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 15486/2017 – non è fondato; ed invero, per quanto attiene al pregiudizio alla professionalità derivato al lavoratore a seguito del demansionamento subito, i giudici di seconda istanza sono pervenuti alla decisione, uniformandosi ai consolidati arresti giurisprudenziali di questa Corte, alla stregua dei quali, in tema di demansionamento e di dequalificazione professionale, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale e biologico non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio lamentato (cfr., ex plurimis, Cass. n. 5237/2011). Pacificamente, infatti, va distinto il momento della violazione degli obblighi contrattuali da quello relativo alla produzione del danno da inadempimento, essendo quest’ultimo eventuale, in quanto il danno non è sempre diretta conseguenza della violazione di un dovere. In base ai principi generali dettati dagli artt. 2697 e 1223 c.c., è necessario individuare, quindi, un effetto della violazione incidente su di un determinato bene perchè possa configurarsi un danno e possa poi procedersi alla liquidazione (eventualmente anche in via equitativa) del danno stesso. Al riguardo, il Giudice delle leggi ha chiarito, già da epoca non recente (v. sent. n. 372/1994), che neppure il danno biologico è presunto, perchè se la prova della lesione costituisce anche la prova dell’esistenza del danno, occorre tuttavia la prova ulteriore dell’esistenza dell’entità del danno, ossia la dimostrazione che la lesione ha prodotto una perdita di tipo analogo a quello indicato dall’art. 1223 c.c., costituita dalla diminuzione o privazione di un valore personale (non patrimoniale) alla quale il risarcimento deve essere commisurato. Nello stesso senso, questa Corte ha sottolineato che le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di una domanda risarcitoria non possono essere limitate alla prospettazione di una condotta datoriale colpevole, produttiva di danni nella sfera giuridica del lavoratore, ma devono includere anche la descrizione delle lesioni, patrimoniali e non patrimoniali, prodotte da tale condotta, dovendo il ricorrente mettere la controparte in condizione di conoscere quali pregiudizi vengono imputati al suo comportamento, a prescindere dalla loro esatta quantificazione e dall’assolvimento di ogni onere probatorio al riguardo (v., ex multis, Cass. nn. 5590/2016; 691/2012). Grava, quindi, sul lavoratore l’onere di provare l’esistenza del danno lamentato, la natura e le caratteristiche del pregiudizio subito, nonchè il relativo nesso causale con l’inadempimento del datore di lavoro (cfr., tra le altre, Cass. nn. 2886/2014; 11527/2013; 14158/2011; 29832/2008);

che, facendo corretta applicazione dei principi enunciati, i giudici di appello hanno motivatamente accolto le pretese del S., limitatamente al risarcimento del danno professionale, ritenendo correttamente che il dipendente, al fine della liquidazione di quel danno, non si fosse limitato a fornire la prova della dequalificazione, ma avesse offerto adeguati elementi delibatori a sostegno del lamentato pregiudizio professionale che, da quella reiterata dequalificazione, era causalmente derivato (v., in particolare, le pagg. 5-8 della sentenza impugnata);

che per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va rigettato;

che le spese del giudizio di legittimità – liquidate come in dispositivo e da distrarre, ai sensi dell’art. 93 c.p.c., in favore del difensore del S., avv. Ernesto Maria Cirillo, dichiaratosi antistatario – seguono la soccombenza;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge, da distrarsi. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 5 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2021

 

 

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