Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13527 del 30/05/2017


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Cassazione civile, sez. III, 30/05/2017, (ud. 03/05/2017, dep.30/05/2017),  n. 13527

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26476/2015 proposto da:

A.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LIVORNO 6,

presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA TRAUZZOLA, rappresentata e

difesa dall’avvocato MARIO FIACCAVENTO giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

DONATI SPA, in persona del legale rappresentante Ing. D.A.,

elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II 229,

presso lo studio dell’avvocato MARCO DONVITO, che la rappresenta e

difende giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 546/2015 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 27/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/05/2017 dal Consigliere Dott. FRANCO DE STEFANO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

a seguito del crollo della cupola – e della navata destra – della cattedrale di (OMISSIS) nel (OMISSIS) e dell’installazione del cantiere per la sua ricostruzione, la titolare dell’adiacente esercizio commerciale adibito a bar e sala giochi e ricevitoria di scommesse autorizzate, A.L., riscontrò che le modalità di gestione del cantiere – ed in particolare l’occupazione di un’area notevolissima e a suo dire di gran lunga eccedente quella autorizzata e l’installazione di palizzate e transenne di dimensioni sproporzionate – avevano grandemente ridotto la visibilità e l’accesso al suo esercizio, causandone la drastica riduzione di clientela e ricavi;

ella agì contro dell’impresa appaltatrice dei lavori di ricostruzione, tale “La Cattedrale – società consortile a r.l.”, poi “Donati spa”, conseguendo, nei confronti di questa, un provvedimento di urgenza ante causam in data 29/06/2000, per poi dar corso al giudizio di merito, anche per conseguire i danni patiti al crollo della clientela, da lei imputati alle specifiche modalità di installazione delle transenne del cantiere, tra cui la dimensione spropositata delle une e dell’altra idonea a privare di idonea visibilità e comoda fruibilità l’accesso al suo esercizio – e la carenza di idonee o legittime autorizzazioni;

confermato, sull’accertato nesso causale tra la condotta dell’appaltatrice ed il danno lamentato dall’attrice, dal tribunale con sentenza non definitiva – del 05/12/2006 – il provvedimento cautelare con cui era stato, in sede di reclamo, ordinato alla Donati spa di predisporre opportuna segnaletica al cantiere, finalizzata ad agevolare la visibilità e l’accessibilità all’esercizio della A., il giudice di primo grado accolse la domanda – con sentenza definitiva del 25/07/2011 – e quantificò i danni, riconosciuti per il periodo dal 1998 al 2003, in Euro 52.991,55, oltre accessori e spese di lite;

investita del gravame dell’appaltatrice, peraltro, la corte d’appello etnea, lo accolse in parte, argomentando nel senso dell’imputabilità a quella dei soli danni derivanti dalla mancata adozione degli utili accorgimenti atti a non pregiudicare la visibilità dell’esercizio commerciale, tra cui la mancanza di segnaletica direzionale lungo il percorso e di un segnale pubblicitario, ma non anche dalla presenza stessa del cantiere e finanche nelle sue dimensioni, tanto da limitare la condanna sotto un duplice profilo: temporale, fino cioè all’inizio del secondo semestre 2001, epoca in cui risultava essere stata data esecuzione al provvedimento di urgenza che tali accorgimenti aveva imposto; ma anche causale, ascrivendo in parte preponderante la drastica diminuzione della clientela all’evento distruttivo naturale che aveva coinvolto l’attigua cattedrale;

pertanto, richiamata l’autorità di Cass. Sez. U. 24408/11, la corte territoriale ridusse il risarcimento del danno alla quota di un quarto, riconducendo i rimanenti danni all’evento naturale verificatosi ed all’inevitabile conseguente doverosa installazione sul posto dell’indispensabile cantiere per eseguire i lavori di ricostruzione; e rideterminò il risarcimento dovuto in Euro 10.197,25, oltre rivalutazione ed interessi, nonchè metà delle spese del doppio grado;

per la cassazione di tale sentenza, pubblicata il 27/03/2015 col n. 546, ricorre oggi la A., affidandosi a quattro motivi;

resiste con controricorso la Donati spa.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

non è ammissibile, tanto da non potere essere nemmeno presa in considerazione e da dovere essere considerata tamquam non esset, la memoria fatta pervenire a questa Corte dalla ricorrente solo in data 27/04/2017, non essendo stato rispettato il termine di dieci giorni liberi prima dell’adunanza in Camera di consiglio previsto dal penultimo periodo dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1, come inserito dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. f), conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197: e dovendo anche a tale memoria applicarsi la giurisprudenza formatasi in tema di memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c. (da ultimo: Cass. 19/04/2016, n. 7704; in precedenza, già Cass. Cass. 30/07/1997) o dell’art. 380-bis c.p.c. (Cass. ord. 26/08/2014 n. 18218), nel testo anteriore alla riforma di cui al richiamato D.L. n. 168 del 2016, non potendo ammettersi il deposito di atti in cancelleria a mezzo posta se non per il solo ricorso e controricorso e dovendo comunque essere rispettato il termine ivi indicato al fine di consentire al Collegio ed alla controparte di prendere visione degli argomenti sviluppati con la memoria stessa: infatti, può anche con riferimento alla memoria disciplinata dalla riforma del 2016 ribadirsi la conclusione raggiunta dalla consolidata giurisprudenza di legittimità (Cass. 04/08/2006, n. 17726; Cass. ord. 04/01/2011, n. 182), secondo cui l’art. 134 disp. att. c.p.c., comma 5, a norma del quale il deposito del ricorso e del controricorso, nei casi in cui sono spediti a mezzo posta, si ha per avvenuto nel giorno della spedizione, non è applicabile per analogia al deposito della memoria, perchè il deposito di quest’ultima è esclusivamente diretto ad assicurare al giudice ed alle altre parti la possibilità di prendere cognizione dell’atto con il congruo anticipo rispetto al momento in cui la causa sarà decisa – ritenuto necessario dal legislatore e che l’applicazione del citato art. 134, finirebbe con il ridurre, se non con l’annullare, con lesione del diritto di difesa delle controparti; diritto di difesa che, nonostante la sua notevole evidente compressione per l’eliminazione della possibilità di partecipazione alla camera di consiglio, comunque ancora può estrinsecarsi con trattative utili e suscettibili di sfociare in una proficua rinuncia, questa essendo ammessa fino all’adunanza in camera di consiglio;

ciò posto, vanno esaminati partitamente i motivi di ricorso: che non possono trovare accoglimento;

al riguardo, la ricorrente lamenta, col primo motivo, “nullità della sentenza per violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 . Violazione di giudicato interno”: in particolare, invocando la violazione del vincolo derivante al giudice dal fatto che era stata accertata, con efficacia di giudicato interno, la responsabilità dell’impresa per omessa segnaletica e, soprattutto, dalla circostanza che la riduzione del quantum liquidato avrebbe avuto luogo senza apposita censura;

il motivo è inammissibile, non solo per mancata riproduzione in ricorso degli atti del processo dai quali ricavare gli esatti termini dell’invocato giudicato interno, ma comunque per l’intima e insanabile contraddittorietà della sua stessa prospettazione: invero, da un lato l’appello, contestando radicalmente ogni nesso causale, non poteva non implicare – come il più contiene il meno – l’adduzione della limitazione della condanna ai soli danni riconducibili causalmente alla propria eventuale colpa; dall’altro lato e comunque, anche dai soli atti presupposti dalla ricorrente risulta che l’impresa aveva chiaramente impugnato la sentenza di primo grado sostenendo che, da quando aveva eseguito il provvedimento cautelare (giugno 2001), più non sussisteva alcuna sua responsabilità (v. pag. 2 sentenza); sicchè la corte territoriale risulta avere correttamente accolto la seconda doglianza dell’appaltatrice, a tanto congruamente ricollegando la riduzione quantitativa della condanna;

la ricorrente denuncia, col secondo e col terzo motivo, rispettivamente: “in subordine – e sempre con riferimento al periodo “antecedente” l’esecu(z)ione dei rimedi cautelari urgenti – ancora omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto tra le parti: art. 360 c.p.c., n. 5″; “ancora omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti con riferimento al periodo “successivo” alla esecuzione dei rimedi cautelari urgenti: art. 360 c.p.c., n. 5″; mentre, col quarto motivo, deduce “in subordine e senza recesso, violazione e falsa applicazione di norme di diritto: artt. 115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”;

la complessiva doglianza si può riassumere in ciò, che sarebbero sempre stata addotte e mai esaminate – o adeguatamente prese in considerazione – dalla corte di merito, quali profili di illegittimità della condotta dell’appaltatrice foriera di danni, l’eccessività e la carenza di autorizzazioni quanto alle concrete modalità di installazione delle transenne e delle palizzate o della gestione del cantiere;

e tuttavia, esaminando congiuntamente i tre motivi per la loro intima connessione, essi sono inammissibili, anche a non volere preliminarmente approfondire le conseguenze del giudicato interno sui limiti della responsabilità dell’appaltatore derivanti dalla sentenza non definitiva in corso di primo grado di lite (che ha, se non altro per implicito, circoscritto la responsabilità alle omesse segnalazioni, stando ai pochi cenni riportati in ricorso);

in primo luogo, dei fatti lamentati come non considerati dalla corte territoriale nei motivi secondo, terzo e quarto, nonostante siano stati oggetto di discussione anche dinanzi a quel giudice, non vi è in ricorso adeguata specifica menzione – con indicazione della sede processuale e trascrizione almeno dei passaggi salienti dei relativi atti processuali – del luogo in cui tale discussione si sarebbe avuta e quindi sarebbe stata sottoposta al giudice del merito: eppure, il ricorrente che proponga in sede di legittimità una determinata questione giuridica, la quale implichi accertamenti di fatto, ha l’onere, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (per l’ipotesi di questione non esaminata dal giudice del merito: Cass. 02/04/2004, n. 6542; Cass. 10/05/2005, n. 9765; Cass. 12/07/2005, n. 14599; Cass. 11/01/2006, n. 230; Cass. 20/10/2006, n. 22540; Cass. 27/05/2010, n. 12992; Cass. 25/05/2011, n. 11471; Cass. 11/05/2012, n. 7295; Cass. 05/06/2012, n. 8992; Cass. 22/01/2013, n. 1435; Cass. Sez. U. 06/05/2016, n. 9138);

in secondo luogo ed in via dirimente, si deve rilevare che impinge in una valutazione di merito l’articolata conclusione della corte territoriale circa la preponderanza, quale fattore causale della diminuzione degli introiti da contrazione di accesso della clientela, dell’indispensabilità dell’installazione di un cantiere quale che fosse, quest’ultimo dovendo qualificarsi diretta conseguenza dell’evento naturale del crollo della cupola dell’adiacente cattedrale, comunque previa delibazione della piena legittimità dell’installazione delle palizzate e transenne come in concreto avvenuta, “in ragione anche della particolare delicatezza degli interventi da effettuare sul monumentale edificio” (pag. 3 della qui gravata sentenza, penultimo periodo);

pertanto, non può censurarsi in questa sede la considerazione in punto di mero fatto operata dalla corte territoriale per la quale, evidentemente a prescindere dalle modalità di gestione del cantiere diverse da quelle effettivamente rese oggetto del provvedimento di urgenza, la diminuzione dell’accesso della clientela sarebbe stata comunque da imputare alla presenza del cantiere stesso, a sua volta ineliminabile perchè ineludibile era l’esigenza di ricostruire la crollata cupola della cattedrale;

invero, la ricostruzione, in punto di fatto, del nesso causale è insindacabile nella presente sede di legittimità, a maggior ragione dopo la novella dell’art. 360 c.p.c., n. 5, che ha ridotto al minimo costituzionale il controllo in sede di legittimità sulla motivazione (Cass. Sez. Un. nn. 8053, 8054 e 19881 del 2014), rimanendo comunque gli apprezzamenti di fatto – se scevri, come lo sono nella specie, da quei soli ed evidenti vizi logici o giuridici ammessi dalle or ora richiamate pronunzie delle Sezioni Unite – istituzionalmente riservati al giudice del merito (tanto corrispondendo a consolidato insegnamento, su cui, per tutte, v. Cass. Sez. Un., n. 20412 del 2015, ove ulteriori riferimenti);

per l’inammissibilità dei motivi, il ricorso non può che essere a sua volta dichiarato inammissibile, con condanna della soccombente ricorrente alle spese del giudizio di legittimità;

infine, va dato atto – mancando ogni discrezionalità al riguardo (tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra molte altre: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione e per il caso di reiezione integrale, in rito o nel merito.

PQM

 

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 3 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2017

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