Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13524 del 20/05/2019

Cassazione civile sez. lav., 20/05/2019, (ud. 05/02/2019, dep. 20/05/2019), n.13524

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10823/2015 proposto da:

LA DIMENSIONE SERVIZI SOCIETA’ COOPERATIVA A.R.L., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA SUSA 1, presso lo studio dell’avvocato ADRIANO GALLO, che

la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

K.I.T., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI

SANTA COSTANZA 27, presso lo studio dell’avvocato ARMANDO

MONTEMARANO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato

FERDINANDO MENETTI;

– controricorrente –

e contro

FRATELLI S. SUD S.R.L;

– intimata –

avverso la sentenza n. 7027/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 30/09/2014 r.g.n. 9784/2014.

Fatto

RILEVATO CHE:

1. il Tribunale di Roma, con sentenza n. 8595 del 2011, respingeva la domanda di K.I.T., proposta nei confronti delle società F.lli S. Sud srl e Dimensione Servizi Soc. coop. a R.L., di accertamento di un rapporto di lavoro subordinato e di impugnativa del licenziamento orale;

2. la Corte di Appello di Roma, in parziale accoglimento del gravame della lavoratrice, condannava la F.lli S. Sud srl al pagamento di Euro 51.796,96 oltre accessori e la Dimensione Servizi Soc. coop. a R.L. al pagamento di Euro 17.051,17 oltre accessori, previo accertamento di due distinti rapporti di lavoro subordinato (rispettivamente dall’1.6.2001 al 18.11.2006, con la prima società, e dal 28.11.2006 al 15.10.2008, con la seconda); respingeva, invece, la domanda di impugnativa del licenziamento;

3. per quanto rileva in questa sede, la Corte distrettuale, in primo luogo, rigettava l’eccezione di giudicato interno sollevata dalla società Dimensione Servizi Soc. coop. a R.L.; al riguardo, rilevava come, con l’atto di impugnazione, la lavoratrice avesse reiterato tutte le deduzioni di cui al ricorso introduttivo di primo grado quanto alla richiesta di accertamento della subordinazione;

3.1. nel merito, la Corte di appello osservava come plurimi elementi orientassero per la qualificazione dei rapporti come di natura subordinata (quanto al rapporto con la F.lli S. Sud srl, giudicava significativo l’inizio dello stesso prima della sottoscrizione del contratto di collaborazione coordinata e continuativa, la durata della prestazione, la natura meramente esecutiva della prestazione, l’osservanza di un preciso orario di lavoro, variabile solo in ragione delle commesse, l’obbligo di giustificazione delle assenze, ecc.; per i contratti di lavoro sottoscritti, con entrambe le società, ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 61, la Corte di merito osservava come le pattuizioni difettassero della effettiva indicazione di uno specifico progetto; quest’ultimo coincideva sempre con le mansioni che la lavoratrice avrebbe dovuto svolgere, senza alcun riferimento ad un risultato finale, ed inoltre i progetti di cui ai contratti stipulati con Dimensione Servizi Soc. coop. a R.L. coincidevano con l’oggetto del contratto di appalto intercorrente tra le due società);

3.2. l’assenza del progetto, secondo la Corte distrettuale, comportava, in via automatica, la conversione del contratto con applicazione, ope legis, della disciplina della subordinazione;

3.3. per la determinazione del quantum, la Corte di appello utilizzava i conteggi sviluppati dalla lavoratrice, non contestati dalle altre parti, se non per “l’irrilevante” profilo della omessa specificazione degli importi per singoli mesi;

4. ha proposto ricorso per cassazione, la società Dimensione Servizi Soc. coop. a R.L., affidato a quattro motivi;

5. ha resistito, con controricorso, la lavoratrice;

6. è rimasta intimata la F.lli S. Sud Srl.

Diritto

CONSIDERATO CHE:

1. con il primo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – è dedotta violazione dell’art. 434 c.p.c.; la censura afferisce alla statuizione di ritenuta specificità dell’atto di appello;

1.1. il motivo è inammissibile, perchè formulato senza il necessario rispetto degli oneri di specificazione e di allegazione imposti dall’art. 366 c.p.c. n. 6 e dall’art. 369 c.p.c., n. 4;

1.2. anche qualora il ricorrente prospetti un error in procedendo, rispetto al quale la Corte di cassazione è giudice del “fatto processuale”, l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito presuppone l’ammissibilità della censura ex art. 366 c.p.c., sicchè la parte non è dispensata dall’onere di specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, con indicazione analitica dei fatti processuali alla base dell’errore denunciato e trascrizione in ricorso degli atti rilevanti (ex plurimis, Cass. n. 15367 del 2014; Cass. n. 23420 del 2011 e, con riferimento alla questione della inammissibilità dell’appello, Cass. n. 12664 del 2012 e Cass. n. 86 del 2012);

1.3. nello specifico, laddove il ricorrente censuri la statuizione relativa alla ritenuta infondatezza della eccezione di inammissibilità dell’appello per difetto di specificità, non può limitarsi a richiamare le ragioni di diritto poste a fondamento della censura, ma ha l’onere di riportare il contenuto degli atti processuali rilevanti, nella misura necessaria ad evidenziare la pretesa assenza di specificità dell’impugnazione; nella fattispecie di causa, la società ricorrente ha omesso sia di individuare e riportare le statuizioni della sentenza di prime cure, rispetto alle quali i motivi proposti risulterebbero privi di specificità, sia di trascrivere nelle parti rilevanti il contenuto dell’atto di appello, così impedendo alla Corte, in difetto della compiuta descrizione del fatto processuale, di procedere alla preliminare verifica sulla rilevanza e decisività del vizio denunciato;

2. con il secondo motivo, articolato in più punti, è dedotto: – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli artt. 429,132 e 277 c.p.c., violazione e falsa applicazione degli artt. 415,412 e 291 c.p.c., violazione e falsa applicazione dell’art. 332 c.p.c.; complessivamente, il motivo afferisce alla mancata valutazione, da parte della Corte di Appello, dell’omessa, originaria notificazione dell’atto di appello alla società, odierna ricorrente, con conseguente passaggio in giudicato della sentenza di primo grado;

2.1. anche il secondo motivo si arresta ad una valutazione di inammissibilità;

2.2. lo è in particolare la censura con cui la ricorrente, pur denunciando formalmente un vizio di “omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 novellato, nella sostanza, lamenta la violazione di regole processuali, così prospettando il differente vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, senza, tuttavia, alcun riferimento alla nullità (derivata) della decisione (Cass., sez.un., n. 17931 del 2013, p. 6., ultima parte);

2.2. in ogni caso, pur a volere ritenere che l’errore di inquadramento della censura non sia di ostacolo all’esame della stessa, la stessa è inammissibile, per ragioni sovrapponibili a quelle espresse in relazione al primo motivo;

2.3. il denunciato errore non è idoneamente e congruamente illustrato, con riferimento all’attività processuale svolta dalla Corte di appello di Roma;

2.4. è vero che questa Corte (Cass., sez. un., n. 20604 del 2008, seguita da numerose conformi, tra le quali, nell’ambito della Sezione Lavoro, Cass. n. 16319 del 2014, con riguardo ad un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo; Cass. n. 6876 del 2015, con riguardo ad un procedimento di appello; Cass. n. 17325 del 2016, con riguardo all’opposizione di cui alla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 51, e, in ultimo, Cass. n. 6159 del 2018 sempre con riferimento ad un giudizio di appello), innovando il precedente e prevalente orientamento, ha affermato il principio secondo cui, nel rito del lavoro, l’appello, così come l’opposizione a decreto ingiuntivo, pur tempestivamente proposti nel termine previsto dalla legge, sono improcedibili ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, non essendo consentito al giudice, alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata imposta dal principio della ragionevole durata del processo ex art. 111 Cost., comma 2, assegnare alla parte un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 c.p.c.; tuttavia, tale principio va coordinato con quello per cui la parte appellante che non abbia provveduto a notificare l’atto di appello, può chiedere, all’udienza fissata ex art. 435 c.p.c., di essere rimessa in termini ai sensi dell’art. 153 c.p.c., adducendo “(un) giustificato impedimento” (Cass. n. 1175 del 2015; Cass. n. 14839 del 2018; in motivazione Cass. 28600 del 2018);

2.6. nella fattispecie, dalla stessa illustrazione del motivo, risulta la concessione di un “nuovo” termine per notificare l’atto di appello, sicchè la parte ricorrente avrebbe dovuto diversamente modulare le sue critiche onde evidenziare (anche attraverso la trascrizione dei verbali di udienza) la deviazione, rispetto ai principi di diritto di cui si è detto, dell’attività processuale condotta dalla corte di appello;

3. con il terzo motivo, anch’esso articolato in più censure, è dedotta – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 276 del 2003, art. 69 e della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 25, nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti ed – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli artt. 429,132 e 277 c.p.c.; il motivo, nel complesso, al di là della formale rubricazione, illustra errori di diritto e censura, in particolare, l’interpretazione del D.Lgs n. 276 del 2003, art. 69, resa dalla Corte di appello che, anche in relazione al testo antecedente alle modifiche della L. n. 92 del 2012, ha ritenuto sussistente una presunzione assoluta di subordinazione in assenza di progetto, così omettendo di verificare la sussistenza, in concreto, delle modalità di svolgimento della prestazione;

3.1. il motivo è infondato;

3.2. con orientamento di questa Corte, al quale il Collegio intende dare continuità, è stato affermato che: “in tema di lavoro a progetto, il D.Lgs. n. 276 del 2003 art. 69, comma 1 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui alla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 23, lett. f)), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso” (cfr. Cass. nr 17127 del 2016; Cass. n. 12820 del 2016; in motivazione, Cass. n. 4337 del 2018 e n. 16580 del 2018);

3.2. in altre parole, valutata la mancanza di progetto, programma di lavoro o fase di esso “la conversione automatica dei rapporti di lavoro subordinato non può essere evitata dal committente-datore di lavoro neppure provando che la prestazione lavorativa sia stata caratterizzata da una piena autonomia organizzativa ed esecutiva” (in motivazione, Cass. n. 11429 del 2017);

3.3. a tali principi di diritto si è conformata la sentenza impugnata che dunque ha correttamente deciso la questione di diritto sottoposta al suo esame;

4. con il quarto motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – è dedotto omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli artt. 429,132 e 277 c.p.c.; la censura riguarda la statuizione in merito al quantum, assumendosi un’errata lettura, da parte della Corte territoriale, delle note difensive con cui si contestavamo i calcoli sviluppati dalla controparte ed utilizzati ai fini della decisione;

4.1. inammissibile è, anche, il quarto motivo, per difetto di specificità, non risultando trascritto lo sviluppo dei calcoli posti a base del decisum e neppure indicata la sede di rinvenimento degli stessi, sicchè è impedita alla Corte la verifica di decisività e fondatezza della questione;

complessivamente il ricorso va respinto, con le spese liquidate in dispositivo secondo soccombenza, in favore della controricorrente; nulla va statuito in relazione alla società intimata F.lli S. Sud srl, non avendo svolto alcuna attività difensiva;

occorre dare atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, in favore della controricorrente, che liquida in Euro 4.500,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi oltre rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 5 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2019

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