Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1351 del 22/01/2020

Cassazione civile sez. I, 22/01/2020, (ud. 03/07/2019, dep. 22/01/2020), n.1351

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19980/2018 proposto da:

A.A., elettivamente domiciliato in Roma Piazza Cavour presso

lo studio dell’avvocato Beretti Franco che lo rappresenta e difende

per procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, domiciliato in Roma Via Dei Portoghesi 12

Avvocatura Generale Dello Stato, che per legge lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza del TRIBUNALE di CATANIA, depositata il

11/04/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/07/2019 da Dott. NAZZICONE LOREDANA.

Fatto

RILEVATO

– che è proposto ricorso, fondato su due motivi, avverso l’ordinanza del Tribunale di Catania dell’11 aprile 2018, che ha respinto il ricorso avverso il provvedimento negativo della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale;

– che svolge difese il Ministero intimato;

Diritto

CONSIDERATO

– che il primo motivo lamenta la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per non avere il giudice del merito, ritenendo il racconto dell’odierno ricorrente non credibile, adeguatamente esercitato i propri poteri officiosi di integrazione probatoria, mentre le fonti internazionali descrivono una realtà di violazioni;

– che il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, per non avere il giudice del merito valutato il percorso di inserimento del richiedente in Italia, come provato dai documenti prodotti in sede di legittimità;

– che i due motivi sono manifestamente inammissibili;

– che, invero, la corte del merito ha ritenuto il richiedente non credibile, nonchè tenuto conto dell’onere della prova attenuato in tali giudizi e della dovuta cooperazione col richiedente;

– che, pertanto, in primo luogo e radicalmente, il giudice del merito non ha ritenuto il racconto del richiedente credibile: e, al riguardo, questa Corte ha ormai chiarito come “In tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a) essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati; la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c) ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27503) e “In materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona; qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. 27 giugno 2018, n. 16925; e v. Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340, nonchè la recente Cass. n. 16098 del 2019);

– che, in definitiva, la corte del merito, da un lato, ha dato risposta alle questioni proposte, e, dall’altro lato, esposto le sue valutazioni prettamente discrezionali, rimesse al giudice di merito, onde il ricorso chiede di ripetere il giudizio di fatto, attività preclusa in virtù della funzione di legittimità;

– che, infine, il secondo motivo non tiene neppure conto che la produzione di documenti nel giudizio di legittimità è inammissibile, mentre del pari, in presenza della deduzione di una circostanza nuova (al di là della sua rilevanza) era onere pregiudiziale del ricorrente dedurre il tempo ed il luogo della precedente indicazione: invero, qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – sia stata del tutto ignorata dal giudice di merito, il ricorrente, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegarne l’avvenuta deduzione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo aveva fatto, onde dar modo alla Corte di controllare de visu la veridicità di tale asserzione (cfr. Cass.24 gennaio 2019, n. 2038; Cass. 9 agosto 2018, n. 20694; Cass. 13 giugno 2018, n. 15430; Cass. 2 aprile 2014, n. 7694; Cass. 18 ottobre 2013, n. 23675; Cass. 28 luglio 2008, n. 20518; Cass. 31 agosto 2007, n. 18440), in quanto i motivi del ricorso per cassazione devono investire a pena di inammissibilità questioni già comprese nel thema decidendum del giudizio di appello, di modo che è preclusa la proposizione di doglianze che, modificando la precedente impostazione, pongano a fondamento delle domande e delle eccezioni titoli diversi o introducano, comunque, piste ricostruttive fondate su elementi di fatto nuovi e difformi da quelli allegati nelle precedenti fasi processuali (cfr. Cass. 13 aprile 2004, n. 6989);

– che la condanna alle spese di lite segue la soccombenza;

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida nella misura di Euro 2.200,00 per compensi, oltre alle spese liquidate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 3 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2020

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