Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13462 del 03/06/2010

Cassazione civile sez. I, 03/06/2010, (ud. 07/04/2010, dep. 03/06/2010), n.13462

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente –

Dott. RORDORF Renato – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. BERNABAI Renato – rel. Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 9040-2005 proposto da:

ERMACA S.R.L. (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE

PARIOLI 180, presso l’avvocato BRASCHI FRANCESCO LUIGI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato VIGNALI LINO, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

L.B.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 491/2004 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 17/03/2004;

udita la relaziono della causa svolta nella pubblica Udienza del

07/04/2010 dal Consigliere Dott. RENATO BERNABAI;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato F.L. BRASCHI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Su ricorso dell’ERMACA s.r.l. il presidente del Tribunale di Parma, con decreto emesso il 2 gennaio 1995, dichiarava l’ammortamento di tre vaglia cambiari, di cui due per l’importo di L. 7 milioni ciascuno e il terzo per L. 3 milioni, contestualmente meglio descritti, rilasciati dal sig. L.B.A., a titolo di residuo prezzo del contratto di vendita di un’azienda di ristorante-pianobar, denominata “(OMISSIS)”, stipulato il (OMISSIS): vaglia, andati smarriti, secondo la società prenditrice, “probabilmente in occasione delle operazioni di sconto effettuate presso il credito romagnolo di Parma”.

Avverso il provvedimento proponeva opposizione il L.B. con atto di citazione notificato il 9 giugno 1995, eccependo di aver pagato la somma complessiva di L. 17 milioni portata dai predetti titoli di credito anteriormente alla loro data di scadenza: come dimostrato dalla loro riconsegna, con sottoscrizione per quietanza dell’amministratore unico dell’Ermaca s.r.l., sig. P. G..

Dopo la costituzione dell’Ermaca s.r.l., che resisteva all’opposizione, veniva ammessa ed espletata prova per interrogatorio formale e testi, hinc et inde dedotta.

Con sentenza 25 ottobre 2001 il Tribunale di Parma rigettava l’opposizione del L.B..

In accoglimento del successivo gravame, la Corte d’appello di Bologna, con sentenza 17 marzo 2004, accoglieva invece l’opposizione al decreto di ammortamento e per l’effetto dichiarava l’inesistenza del credito cambiario, con condanna dell’Ermaca s.r.l. alla rifusione delle spese dei due gradi di giudizio.

Motivava:

– che a favore della tesi dell’opponente giovava non solo il rilievo del possesso in originale dei tre vaglia cambiari, oggetto del decreto di ammortamento, ma soprattutto la sottoscrizione per quietanza apposta sul loro retro dal legale rappresentante dell’Ermaca s.r.l.;

– che tale firma, ictu oculi identica a quella vergata in calce alla procura alla lite, non poteva avere alcun diverso significato – nè di girata in bianco, nè di cessione del credito, e neppure di pagamento con surrogazione – in carenza della spendita del nome della società rappresentata;

– che, per contro, le prove testimoniali valorizzate dal giudice di primo grado sulle ragioni, diverse dal pagamento, del possesso dei titoli cambiari ottenuto dal debitore facevano riferimento solo in via ipotetica e congetturale a circostanze di fatto non conosciute direttamente dai testi.

Avverso la sentenza, non notificata, l’Ermaca s.r.l. proponeva ricorso per cassazione articolato in sei motivi e notificato il 12 aprile 2005.

Deduceva:

1) la violazione degli artt. 342 e 346 cod. proc. civ. perchè il L. B., nell’atto di appello, aveva dedotto un unico motivo riconducibile all’erronea e distorta valutazione delle deposizioni dei testimoni, senza alcun riferimento, neanche implicito, alla firma apposta in calce alle tre cambiali con valore di quietanza:

eccezione, sollevata solo nell’atto introduttivo in primo grado e non più riproposta in sede di gravame, con effetto di rinuncia;

2) la violazione del combinato disposto dell’art. 1388 c.c. e dell’art. 1199 cod. civ., perchè l’assenza della spendita della denominazione sociale impediva di riferire all’Ermaca s.r.l. la sottoscrizione apposta sulle cambiali, con efficacia di quietanza;

3) il vizio di motivazione nella ritenuta imputazione alla società venditrice della firma in calce alle cambiali;

4) l’illogicità della motivazione nel qualificare come quietanza la predetta firma, nonostante le si fosse contestualmente negato valore di girata o di cessione del credito in difetto di contemplatio domini;

5) il vizio di motivazione in ordine all’accertamento del valore di quietanza, illogicamente desunto per esclusione da talune possibili qualificazioni alternative;

6) il vizio di motivazione nella valutazione delle risultanze istruttorie e in particolare della prova testimoniale.

L’intimato L.B. non svolgeva attività difensiva.

All’udienza del 7 aprile 2010 il Procuratore generale ed il difensore precisavano le rispettive conclusioni come da verbale, in epigrafe riportate.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo fa ricorrente deduce la violazione degli articoli 342 e 346 cod. proc. civ..

Il motivo è infondato.

L’opposizione all’ammortamento svolta dal L.B. si compendia nell’eccezione di pagamento dei tre vaglia cambiari. Il possesso dei titoli e la sottoscrizione sul loro verso, del legale rappresentante della società prenditrice sono allegati, nell’atto di opposizione, come prova presuntiva della predetta eccezione.

In primo grado, il Tribunale di Parma ha ritenuto superata la presunzione juris tantum sulla scorta di deposizioni testimoniali che avrebbero giustificato il possesso delle cambiali da parte dell’obbligato per ragioni diverse dall’avvenuto adempimento. Nel contestare, in sede di gravame, la valenza probatoria di tali deposizioni, il L.B. ha implicitamente mantenuto ferma l’eccezione di pagamento, con il corredo probatorio, di natura presuntiva, inizialmente prospettato: senza il quale la stessa rilevanza della prova contraria valorizzata dal tribunale non avrebbe avuto ragion d’essere.

Non si tratta, dunque, di tre diverse eccezioni da riproporre a pena di decadenza (art. 346 cod. proc. civ.); bensì, di un’unica eccezione di pagamento, ritenuta infondata dal giudice di primo grado sulla base di una prova costituenda contraria – unica ratio decidendi della sentenza di primo grado – ed invece accolta dalla corte d’appello, all’esito di un giudizio svalutativo di insufficienza delle deposizioni testimoniali.

Con i motivi nn. 2-5, da trattare congiuntamente per affinità di contenuto, la ricorrente censura il vizio di motivazione nella ritenuta imputazione alla società venditrice della firma in calce alle cambiali, nonchè nel qualificare come quietanza la predetta firma, nonostante le si fosse contestualmente negato valore di girata o di cessione del credito, in difetto di contemplatio domini;

Le doglianze, pur fondate in parte, sono peraltro insufficienti ad infirmare la decisione impugnata.

In linea di principio è esatto che la mancata spedita de nome della società da parte del suo legale rappresentante autore della firma sul verso delle cambiali impedisca di riferirne gli effetti – ritenuti liberatori, nella sentenza impugnata, in ragione della ritenuta natura confessoria di quietanza – all’Ermaca s.r.l., secondo la regola ordinaria dell’imputazione formale. La stessa corte territoriale, del resto, ha rilevato tale omissione, derivandone l’esclusione del valore di girata o di cessione del credito:

cosicchè appare poi contraddittorio che abbia invece riconosciuto alla medesima sottoscrizione funzione di quietanza, come se quest’ultima non esigesse, a sua volta, la contemplatici domini, mediante manifestazione espressa del rapporto organico che legava il soggetto firmatario alla società creditrice.

Ciò premesso, resta però il fatto che la sentenza impugnata ha assegnato un valore probatorio solo concorrente alla sottoscrizione, ritenendo il possesso dei titoli cambiari di per sè sufficiente, in via presuntiva, a dimostrarne l’avvenuto pagamento.

La statuizione è del tutto corretta in punto di diritto.

L’indirizzo di questa corte è assolutamente fermo nel senso che il possesso, da parte del debitore, del titolo originale del credito – anche al di là della specifica rilevanza che la restituzione assume nell’ambito della disciplina dell’istituto dalla remissione, quale modo di estinzione non satisfattivo dell’obbligazione (art. 1237 cod. civ.) – costituisce fonte di una presunzione juris tantum di pagamento, superabile con la prova contraria di cui deve onerarsi il creditore, in ipotesi interessato a dimostrare che il pagamento, in realtà, non è avvenuto e che il possesso del titolo è dovuto ad altra causa (Cass., sez. unite, 15 Dicembre 1986 n. 7503; Cass, sez. 3, 8 novembre 2002 n. 15.700; Cass., sez. 1, 7 Dicembre 1999, n. 13663).

Si tratta di presunzione giuridica, e non di mera praesumptio hominis ex art. 2729 cod. civ. (Cass., sez. 2, 14 Maggio 1991, n. 5397);

implicitamente ribadita anche dal R.D. 14 Dicembre 1933, n. 1669, art. 45, comma 1 (Modificazioni alle norme sulla cambiale e sul vaglia cambiario), che attribuisce al trattario che paga la cambiale il diritto alla sua riconsegna, con quietanza del portatore.

Al riguardo si osserva, in sede concettuale, che la natura di atto giuridico in senso stretto, e non di negozio, propria del pagamento consente, in linea di principio, il ricorso alla prova per presunzioni, senza neppure i limiti di valore di cui al combinato disposto degli artt. 2721, 2726 e 2729 cod. civ., applicabili alle presunzioni semplici, ma non a quelle legali (art. 2728 c.c., comma 1).

L’osservanza della predetta regula juris emerge da più passi della motivazione, che mettono in risalto come i titoli di credito si trovassero nel possesso materiale del debitore cambiario, senza che alcuna ragione alternativa al pagamento potesse ritenersi dimostrata sulla base delle deposizioni testimoniali raccolte.

Ne consegue che la sentenza impugnata, pur dopo la correzione dell’argomentazione inesatta sopra indicata, riposa su una concorrente ratio decidendi non infirmata dalla censura della ricorrente.

Con l’ultimo motivo la ricorrente deduce il vizio di motivazione nella valutazione delle risultanze istruttorie.

Il motivo è inammissibile, risolvendosi in una difforme valutazione delle risultanze istruttorie, avente natura di merito, che non può trovare ingresso in questa sede.

La corte territoriale ha negato che le deposizioni testimoniali fossero idonee a superare la presunzione di pagamento derivante dal possesso dei titoli da parte del debitore, osservando che tale circostanza di fatto restava inesplicata in presenza di mere congetture prospettate dall’Ermaca s.r.l,: di cui si erano fatti eco, in forza di illazioni e non per conoscenza diretta, i testi escussi.

Non senza aggiungere, per completezza di analisi, che la tesi dello smarrimento in occasione dell’operazione di sconto bancario si pone altresì in contraddizione con l’eccepita inimputabilità all’Ermaca s.r.l. della sottoscrizione, o sigla, apposta dal suo amministratore sul retro delle cambiali.

Il ricorso è dunque infondato e dev’essere rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 7 Aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 3 giugno 2010

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